Puntata 1
Prologo
Derry, Irlanda del Nord, 1972.
I due uomini sedevano al tavolo del pub e parlavano fitto fra loro a voce bassa. Tra le mani stringevano pinte di Guinness che sorseggiavano di tanto in tanto.
Il ragazzino si fece largo tra la folla di avventori scambiando cenni di saluto, e si fermò impettito accanto al tavolo. Tolse dalla testa il basco verde e se lo rigirò nervosamente tra le dita.
Papà…
disse.
Uno dei due individui trasalì, si volse verso di lui serio e chiese: «Cosa c’è, Patrick?».
«La signora Gilford ti manda a dire che è ora».
L’uomo gratificò il ragazzo di una cameratesca pacca sulle spalle. «Arrivo subito, Patrick. Aspetta fuori».
Patrick ubbidì. Salutò con un cenno l’uomo in compagnia di suo padre e si allontanò. Una volta fuori, si fermò sulla soglia del pub, osservando la via quasi deserta e le povere case dai muri scrostati. Passarono cinque minuti.
Poi la porta del locale tornò ad aprirsi ed Eamon Devlin comparve. «Andiamo», disse a suo figlio. Insieme si avviarono, camminando appaiati sull’acciottolato.
«Papà, credi che andrà tutto bene?», chiese Patrick.
Eamon annuì. «Perché non dovrebbe? Tua madre mi ha dato già un bel figliolo, di cui sono orgoglioso…». Si voltò a fissarlo e gli fece l’occhiolino.
Il ragazzo arrossì di piacere. Non c’era nulla al mondo che potesse dargli soddisfazione come un complimento di suo padre. Per lui Eamon era più che un genitore; era un esempio, una guida, un mito da emulare, sempre e comunque.
Allungò il passo per restargli al fianco.
Giunsero davanti all’uscio dipinto di verde ed Eamon spinse il battente. Entrarono proprio nel momento in cui la signora Gilford compariva sulla soglia della stanza da letto. «Sta per arrivare, signor Devlin», disse la levatrice. «Però il parto non si presenta facile. Sua moglie non è più una ragazzina; avreste dovuto usare più riguardi».
I figli sono un dono del Signore
affermò Eamon.
«Sarà, ma qui è di un dottore che abbiamo bisogno. Io non me la sento di continuare da sola. Avreste dovuto portare vostra moglie in ospedale, e non farla partorire in casa, come si usava un tempo».
«Donna, da dieci generazioni i Devlin nascono in quel letto. Sarà così anche per questo. Ma, se pensate sia meglio, manderò Patrick a chiamare un medico». Eamon fissò il ragazzo e disse: «Va’ a cercare il dottor Sands, e chiedigli di venire».
Patrick si stava già slanciando verso la porta, quando udì la levatrice aggiungere: «In fretta!».
Il ragazzo corse a perdifiato, conscio della gravità della situazione che aveva intuito dallo sguardo corrucciato di suo padre e dalla voce stridula della signora Gilford.
Il dottor Sands era un buon cristiano, l’unico medico che curasse i cattolici in quella zona di Derry. Non si fece pregare. Prese la borsa coi ferri e seguì Patrick nelle vie che, stranamente, apparivano sempre più deserte per quell’ora del giorno.
Fu prima di svoltare l’ultimo angolo che udirono i colpi. Raffiche brevi e crepitanti di fucili automatici.
Patrick si slanciò in avanti ma il dottor Sands lo trattenne per un lembo della giacca striminzita. «Aspetta, figliolo! Non senti che stanno sparando?».
Patrick tentò di divincolarsi. «Ma c’è casa mia da quella parte! E mio padre e mia madre! E mamma ha bisogno di lei. Non possiamo aspettare».
«Pensi che i tuoi genitori preferirebbero vederti tornare su una barella con due buchi nella testa, piuttosto che con qualche minuto di ritardo, ma tutto intero?». Eppure, mentre parlava, si capiva che era anche lui sconvolto, e che avrebbe pagato per avere con sé un’arma e gettarsi nella mischia.
«Crede siano inglesi?», domandò Patrick. «E con chi se la staranno prendendo, questa volta?».
«Adesso vedremo», rispose il dottor Sands. Trascinò il ragazzo verso un angusto vicolo tra due case diroccate. Entrarono in uno dei due edifici abbandonati e, arrampicandosi su una montagnola di calcinacci, raggiunsero il secondo piano. Da lì arrivaronoal tetto. «Cammina carponi», disse il dottor Sands.
Patrick ubbidì e insieme raggiunsero la balaustra. In quel momento i colpi delle armi, sotto di loro, cessarono, lasciandosi dietro un silenzio che sapeva di morte. Il dottor Sands e Patrick sbirciarono attraverso i mattoni sconnessi.
C’erano due uomini al centro della viuzza, che si guardavano intorno ansiosi, e che stringevano tra le mani mitra con ancora le canne fumanti. Erano vestiti in borghese, con abiti scuri e scarpe dalla suola di para. Un altro uomo, con una lunga cicatrice che gli attraversava il volto, arrivò quasi correndo dal fondo della strada e, da come i primi due si irrigidirono scattando sull’attenti, fu chiaro che doveva trattarsi del loro capo.
«Che accidenti avete combinato qui? Perché non avete aspettato me?», esclamò il nuovo arrivato, lanciando un’occhiata verso la soglia buia di una casa dal portoncino verde.
«Signore, la situazione c’è sfuggita di mano…».
«Vi ha visto nessuno?», disse il tizio con la cicatrice, guardandosi intorno e sollevando gli occhi al cielo. Patrick Devlin incrociò lo sguardo con lui e seppe in quel momento, senza ombra di dubbio, che la sua famiglia non esisteva più. E che mai, fosse vissuto mille anni, avrebbe dimenticato quell’uomo o rinunciato a vendicarsi…
1
Stephanie Carter rientrò dal giardino attraverso la porta finestra che immetteva nel salotto. Poggiò su un mobile il cesto con le rose appena colte, e si sfilò i guanti da lavoro. Poi, con un gesto della mano si ravviò i lunghi capelli castani che le ricadevano sulle spalle in morbidi riccioli. Accidenti, faceva un caldo insolito quel giorno per essere aprile! Raggiunse il mobile bar e si versò un bicchiere di limonata da una bella caraffa di cristallo baccarat.
Rose Warren, sua zia, arrivò in quel momento. «Hai colto le rose?», domandò.
Sì, zia
rispose Stephanie, indicando il cestino sul mobile. «Due dozzine, come avevi chiesto tu».
«Bene. Allora sbrigati a sistemarle nei centrotavola, altrimenti non saranno pronti per stasera».
La ragazza annuì. Come al solito avrebbe ubbidito, sperando di soddisfare l’esigente zia. Del resto, se aveva un tetto sulla testa era Rose che doveva ringraziare, e il marito di lei, Geoffrey. Erano stati loro, dopo la morte dei genitori di Stephanie, avvenuta in un incidente ferroviario quando lei aveva solo quindici anni, a salvarla dall’orfanotrofio e a offrirle almeno un surrogato di famiglia. Che poi entrambi la trattassero più come una governante che come una parente, a Stephanie aveva finito per sembrare normale.
«Con quale servizio di piatti vuoi che sia apparecchiato, zia?», chiese la ragazza.
Rose Warren si sedette sul divano e si accese una sigaretta. «Beh, considerando che festeggiamo la nomina di tuo zio a Vice Governatore dell’Irlanda del Nord, e che al banchetto di stasera saranno presenti anche membri della famiglia reale, evidente che useremo il meglio che abbiamo. Perciò, il servizio di porcellana azzurra, quello ereditato dalla contessa, e i bicchieri baccarat bordati d’oro. Spero che non avrai dimenticato di far lucidare le posate d’argento…!».
«È tutto a posto, zia, stai tranquilla».
L’altra annuì, ma non sembrò troppo convinta. «Mi dispiace, Stephanie, che tu non possa sedere a tavola con noi, stasera; ma comprendi da sola che occorre assolutamente una persona di fiducia che resti con la servitù a sovraintendere su tutto. Altrimenti, ti immagini che combinerebbero cuochi e camerieri?».
«Non ti preoccupare, zia. Capisco benissimo».
Alla fine, Rose sorrise. «Brava. Comunque non dimenticare di indossare qualcosa di elegante; gli ospiti potrebbero imbattersi in te, e non vorrei che ti scambiassero per una cameriera».
Chissà perché no, poi, visto che quella era all’incirca la sua mansione. Ma non voleva scontentare la zia e, meno che meno, irritarla. Sapeva per esperienza come le collere di Rose potessero rivelarsi terribili.
Beh, aveva parecchio lavoro da fare…
Allora, vado
comunicò, ricevendo in cambio solo un distratto cenno d’approvazione.
Quella sera Stephanie era stanchissima, mentre controllava che tutto fosse in ordine per il banchetto ormai prossimo a iniziare. Osservò per l’ultima volta la tavola imbandita e i fiori disposti ad arte. Fu certa di aver fatto un ottimo lavoro, e sperò solo che zia Rose lo apprezzasse. E anche che tutto finisse in fretta, permettendole così di andare a riposare.
Gli ospiti cominciarono ad arrivare poco dopo le ventuno. Persone importanti del bel mondo e della politica londinese. Alcuni esponenti di secondo piano della famiglia reale e parecchi parvenu dell’ultima ora che si davano arie da grand’uomini. Chissà perché, si chiese Stephanie sbirciando dal battente socchiuso di una porta, lei trovasse tanto detestabile quella gente.
Eppure, se i suoi genitori non fossero morti, quello sarebbe stato anche il suo mondo. Sospirò. Tante cose sarebbero state diverse senza la tragedia che l’aveva colpita, ma era sciocco pensarci. Inutile immaginare una vita piena d’affetto e priva d’ansie che non sarebbe tornata mai più…
Decise di andare a controllare per l’ennesima volta il lavoro dei cuochi. Voltò le spalle alla porta socchiusa e percorse in silenzio il corridoio di servizio, ancora concentrata sulle proprie amare considerazioni. Si riebbe solo a pochi passi dalle cucine.
Cosa c’era che non andava?, si chiese, avvertendo una stramba sensazione d’inquietudine. Poi, di colpo, comprese: dalle sale di servizio non arrivava nessun rumore. Né le voci dei cuochi e degli inservienti, che pure erano più di dieci; né il tramestio dei piatti o delle stoviglie.
Che diavolo stava succedendo a tutti quanti?
Che avessero deciso proprio in quel frangente di proclamare un bello sciopero di categoria?
O magari avessero convenuto di tornarsene tutti a casa perché stanchi e stufi.
Oddio! Con impeto spalancò la porta a soffietto, precipitandosi nella grande sala.
Ragazzi, che vi prende…?
Le parole le morirono in gola quando la mente registrò la scenache le si parò davanti, e la canna gelida di una pistola le fu puntata contro il collo, proprio sotto il mento, là doveuna vena pulsava veloce.
«Non ti muovere e non parlare, bella signora», ordinò una voce dura e severa, con un pesante accento irlandese. «Almeno, non lo fare se non vuoi morire».
«Chi siete? E che volete?», balbettò lei, scrutando terrorizzata i quattro uomini vestiti di nero, con passamontagna scuri che lasciavano scoperti solo gli occhi.
Tenevano sotto il tiro di armi automatiche tutto il personale di cucina e nessuno fiatava. L’uomo che la minacciava fece un passo in avanti e le afferrò entrambe le mani, bloccandogliele dietro la schiena in una torsione dolorosa. «Allora non hai capito! Devi stare zitta e parlare solo quando e se verrai interrogata».
Uno degli sconosciuti mascherati agitò la canna di un mitra. «Chiudiamo tutta questa gente nella dispensa e procediamo. Stiamo perdendo tempo». Poi, una radio trasmittente che aveva agganciata alla cintura, gracchiò. L’individuo se la portò all’orecchio e, tirandosi in disparte, parlottò per un po’. «L’azione è sospesa», rivelò alla fine.
«Sospesa?!», fecero eco gli altri tre.
«Il maledetto non verrà; me lo hanno comunicato solo ora. Andiamocene prima che ci scoprano».
«Vuoi dire che siamo arrivati fin qui per niente?», chiese il tizio che minacciava Stephanie.
Quello che sembrava il capo dell’operazione, si strinse nelle spalle. «Non che mi faccia piacere!».
«Ma è assurdo!», si ribellò l’altro. «La casa pullula di pezzi grossi. Andiamo di là e facciamo una strage».
«Non voglio carneficine, intesi?», replicò il capo, perentorio. «Nessun innocente deve pagare al posto di chi è colpevole. Noi non siamo assassini, ma combattenti per la libertà, sia chiaro a tutti».
«D’accordo», si intromise un terzo uomo che, malgrado il passamontagna calato fin sul collo, sembrò a Stephanie più anziano degli altri. «Ma quest’azione ci è costata un mucchio di denaro, e sai che i nostri fondi sono sempre limitati. Perciò, cerchiamo almeno di trarne un beneficio finanziario».
«Che intendi?», chiese il capo.
L’altro indicò Stephanie con un cenno della testa. «La ragazza dev’essere una di famiglia. Portiamola con noi. Poi chiederemo un riscatto ai Warren».
«Signori, io…». Nessuno pagherà uno scellino per me! avrebbe voluto dire lei, ma la canna della pistola venne spinta con decisione contro la pelle morbida del collo, lasciandole intendere che era meglio tacere.
L’uomo che guidava l’azione, parve riflettere e valutare la proposta. «Non mi piace per niente».
«Devi pensare anche a noi, e non solo alla tua personale vendetta», dichiarò l’individuo anziano.
Il capo sembrò scendere a patti. «Come volete. Chiudete tutti nella dispensa e andiamo. La ragazza viene con noi. Del resto, mi pare un tipino viziato, un po’ di stenti non potranno che giovarle».
Signore! La prego, io…
riprese a dire Stephanie, ma non poté continuare. Il calcio della pistola si abbatté sulla sua nuca e il mondo si annullò in un pozzo buio.
Riprese i sensi a poco a poco, chiedendosi, nei primi stentati barlumi di coscienza, dove si trovasse e cosa fosse accaduto. Poi i ricordi cominciarono ad affluire, terribili e paurosi. Stephanie gemette piano; cercò di sollevarsi dalla superficie su cui era stesa, ma fu ricacciata indietro dal terribile dolore che aveva alla testa. Un mal di capo insopportabile, come non ne aveva mai provati in vita sua.
«Mio Dio», mormorò piano.
«Sta’ zitta!», le rispose una voce. «Se sento un solo fiato da te, giuro che ti sparo in bocca».
Stephanie tremò. Lacrime di timore e sconforto le scesero silenziose sulle gote. Ma che volevano da lei? Non aveva mai fatto nulla di male a nessuno in tutta la sua vita, e non era ricca. Viveva solo della carità di parenti danarosi, e quei banditi avevano sbagliato i propri conti se pensavano di poter ottenere un riscatto per la sua liberazione. Figuriamoci! La zia Rose e lo zio Geoffrey che intaccavano il loro prezioso patrimonio…
Probabilmente, tirchi com’erano, non l’avrebbero fatto nemmeno per un vero figlio. Per Stephanie, poi… Beh, non c’era una possibilità al mondo che la prendessero in considerazione. Dunque, doveva già reputarsi morta? O forse i suoi rapitori avrebbero ragionato, quando si fossero resi conto di aver prelevato la persona sbagliata? Certo, i loro modi fino a quel momento non lasciavano ben sperare…
A Stephanie erano parsi tutti individui duri, determinati, crudeli e privi di scrupoli. Disperata, si chiese dove la stessero portando. Ora si rendeva conto di essere distesa sul retro di un furgone dai finestrini dipinti di scuro, e le sembrava anche che stessero percorrendo qualche strada secondaria; almeno a voler giudicare dai sobbalzi continui che si ripercuotevano sulla sua schiena a diretto contatto con la lamiera gelida.
Poi, quando ormai la sua pelle doveva essere tutta un livido per i frequenti urti, il furgone si bloccò. La porta posteriore si aprì di colpo e la sagoma di un uomo ancora mascherato comparve sulla soglia. La notte, tutt’intorno, era buia, priva anche di una falce di luna. Nell’aria si respirava umidità. Presto sarebbe piovuto.
Falla alzare, Pat
disse l’uomo fuori dal furgone, indicando Stephanie.
«Cambiamo qui?», chiese l’altro, accanto a lei.
«Sì».
Lo sconosciuto che aveva diviso con Stephanie l’abitacolo posteriore, l’afferrò per un braccio e la costrinse a sollevarsi, incurante dei gemiti della ragazza per il dolore alla testa e i lividi sul corpo.
Lei barcollò, rendendosi conto che le gambe non la sorreggevano. «Mi dispiace… Ma non ce la faccio», disse, accartocciandosi su se stessa. Che le sparassero pure, pensò, se tanto lo desideravano; si sentiva troppo scombussolata per abbozzare una reazione qualsiasi.
Ma l’uomo chiamato Pat la meravigliò. Le circondò la vita con un braccio e, con un movimento rapido privo di violenza, se la caricò sulle spalle come fosse un sacco di patate, dimostrando una forza notevole e anche un briciolo di carità.
«D’accordo», le disse, «ti porto io; ma rammenta, da adesso in poi non devi più aprire bocca per nessun motivo. Altrimenti, succederà una strage. Si accorgeranno di te e ci spareranno contro. Può darsi che tutti noi ci si rimetta la pelle ma, te lo prometto, la prima a morire sarai tu. Chiaro?».
Lei assentì con un mugolio stentato.
«Brava! So che devi essere una ragazzina intelligente, perciò fa’ come ti ho detto e, forse, uno di questi giorni potrai tornartene a casa sana e salva».
Stephanie sospirò. Ne dubitava, e in quel momento non le importava quasi più. Tornarsene a casa…
Ma lei non aveva una casa, né una famiglia in apprensione per la sua sorte, né qualcuno che l’amasse abbastanza e attendesse con ansia il suo ritorno. Non aveva nulla. Né affetti, né denaro. La sua vita, a voler ben giudicare, appariva solo una lunga teoria di tragedie e problemi. Forse sarebbe stato meglio se quei banditi l’avessero uccisa, liberandola una volta per tutte dalla solitudine che le opprimeva il cuore. Era così stanca…
L’uomo che la trasportava la caricò sul retro di un camion pieno di cassette di frutta e la portò verso il fondo. La depositò in terra in un angolo, e ammonticchiò cassette davanti a loro.
«Ecco», annunciò. «Adesso prega perché tutto vada come speriamo. Prega, perché la tua vita, prima delle nostre, dipende da questo».
E Stephanie, confusa, dolorante e spaventata, pregò.
Ripresero a viaggiare, sempre su strade deserte di campagna. Dopo molte ore, al cielo buio della notte si sostituì quello plumbeo di un’alba grigia e piovosa.
I primi bagliori di luce cominciarono a filtrare tra le cassette di frutta ammonticchiate e Stephanie, con stupore, notò che il suo carceriere non indossava più il passamontagna. Era a viso scoperto, come se non si preoccupasse per niente che lei potesse vederlo in faccia. Che poteva significare, se non che avevano già deciso di ucciderla?
Mi ammazzerete in ogni caso, vero?
chiese rassegnata, incurante di quello che avrebbe potuto succederle per aver rotto il silenzio. Ormai…
Lo sconosciuto si voltò verso di lei. Sedeva accovacciato, stentando a contenere la sua mole prestante nello spazio angusto. Aveva capelli neri come ebano, tirati indietro sulla fronte e lunghi sul collo forte. Gli occhi erano blu; non azzurri, ma di quel blu carico e un po’ elettrico che sconfina nel viola.
Occhi inquietanti e bellissimi, ma duri come pietre di zaffiro. Per un lungo momento non si mosse né le rispose.
Poi sospirò e distolse il volto, rivelandole un profilo netto, virile, dove il naso leggermente aquilino contribuiva a conferirgli l’aspetto di un condottiero barbaro. «No. Non lo faremo se starai zitta come ti ho detto. E se non ci creerai problemi», affermò.
La sua voce era profonda e, in un altro momento, sarebbe apparsa a Stephanie piacevolmente musicale. In quel frangente, per il tono freddo e severo la fece solo rabbrividire.
Chi siete? E che volete da me?
«Non vuoi capire, vero?» Lui la fulminò con un’occhiataccia e, senza aggiungere altro, si limitò a indicare la canna del mitra che stringeva tra le mani. «Fai un favore a te stessa e a un mucchio di altra gente: smettila di blaterare. Ti prometto che, quando sarà il momento, risponderò a tutte le tue domande».
Beh quell’affermazione aveva dell’incredibile. Però, assurdamente, Stephanie vi lesse una nota di sincerità che la lasciò interdetta. Decise di non parlare più.
Passò ancora un’ora prima che l’automezzo si fermasse. Adesso Stephanie avvertiva parecchie voci intorno al camion, anche se non le riusciva di capire che dicessero.
Comunque, di una cosa fu subito certa: quello doveva essere un momento critico. Lo comprese osservando il suo carceriere, che cambiò posizione accanto a lei, sistemandosi come se fosse pronto a balzare. Con un rapido gesto, lui tolse la sicura al mitra. Cosa stava succedendo? E dove si trovavano?
La sosta si prolungava e, ogni minuto che passava, l’uomo vicino a lei appariva più teso. O forse, sarebbe stato meglio dire, attento. Non sembrava nervoso, o spaventato, ma solo determinato e implacabile. Stephanie ebbe una folgorazione: qualunque cosa lui si ripromettesse di ottenere dal rapimento, era disposto ad andare fino in fondo; fino alle estreme conseguenze, anche se gli sarebbero costate la vita. Lo sconosciuto era pronto a morire, senza timore, a testa alta. Perché?
Il camion tornò a muoversi, ma l’uomo non cambiò atteggiamento. Immobile, sembrava quasi una statua, ma si capiva che doveva avere tutti i sensi all’erta.
Poi, con un clangore che per poco non strappò a Stephanie un grido, il pesante mezzo si inerpicò sopra una superficie metallica parecchio inclinata. Avanzò lentamente e, alla fine, si bloccò. Pochi minuti e le voci cominciarono ad allontanarsi. Un’ombra comparve dietro le cassette di frutta. «Fino a qui tutto bene», mormorò, per poi scomparire un attimo dopo.
L’uomo chiamato Pat si rilassò, reinserì la sicura al mitra e si sedette incrociando le gambe. «Cosa darei per una bella sigaretta…», commentò. Poi le rivolse un’occhiata ironica. «Vedi? È andata bene».
Cosa era andato bene? Lei non ebbe il coraggio di domandarlo. Passò forse mezz’ora, poi la nave lasciò la banchina alla volta dell’Irlanda del Nord. Il mare, al largo, era agitato. Quasi in tempesta.
2
Stephanie si sentiva sempre peggio. Adesso al feroce dolore alla testa si era aggiunta anche la nausea provocata dal mal di mare. Di bene in meglio…
L’uomo accanto a lei la fissò intento.
Stai da cani, vero?
le chiese quando meno se lo aspettava.
Stephanie si limitò ad annuire, certa che se avesse aperto bocca, avrebbe rimesso in quell’angusto spazio tutta la cena della sera prima.
«Mi dispiace, ma non posso fare niente. Non ho con me nulla per aiutarti. Quando arriveremo a destinazione, ti darò delle pillole e ti rimetterai presto in sesto».
Lei lo ringraziò con una smorfia che doveva essere un sorriso, chiedendosi allo stesso tempo cosa potesse interessare a quel bandito della sua salute, visto che, prima o poi, l’avrebbero ammazzata. Dio, se solo avesse potuto sdraiarsi un po’, invece di doversene rimanere rannicchiata; e chiudere gli occhi…
Il suo carceriere aveva il dono di leggerle nel pensiero. «Allungati, dai…», la incoraggiò.
«Ma non c’è spazio!».
Lui spostò le gambe. «Se vuoi, puoi poggiare la testa sulle mie ginocchia».
Appoggiarsi a lui? Se la situazione non fosse apparsa tanto tragica, ci sarebbe stato quasi da ridere. Comunque, stava troppo male per fare la schizzinosa. Muovendosi piano, distese le gambe e adagiò la testa. L’uomo aveva cosce muscolose, dure come acciaio… Ma che accidenti andava a pensare? Le pareva quello il momento per simili, ridicole considerazioni? Chiuse gli occhi. Beh, ma che c’era di sbagliato? Perché non poteva ammettere con se stessa che quel tizio, chiunque lui fosse, era affascinante da togliere il fiato, bello come una visione… Peccato solo che avesse scelto la strada del crimine. Doveva essere uno sciocco. Con il fisico che si ritrovava e il volto da divo, avrebbe potuto guadagnare denaro a palate nel mondo della moda o, magari, facendo del cinema.
Quando già cominciava a essere preda di un leggero sopore, Stephanie pensò a come sarebbe stato piacevole incontrare un uomo simile in altre circostanze. Poi si addormentò, e sognò di un cavaliere dai lunghi capelli che, in sella a uno stallone bianco, arrivava a rapirla per condurla in un castello incantato. Là, lei lo sapeva, il cavaliere l’avrebbe tenuta per sempre, riscaldandole i sensi col suo ardore e amandola di un amore profondo. Facendole dimenticare tutti gli affanni… La nave attraccò a una banchina del porto di Belfast un attimo prima che una tempesta terribile si scatenasse con spaventoso fragore. Il bandito, malgrado la nave continuasse a rollare sull’acque agitate del porto, sembrò molto soddisfatto. Le fece cenno di tornare a sedersi nel suo angolo e tolse la sicura al mitra.
Che succede?
fece Stephanie, di nuovo allarmata. «Dobbiamo passare l’ultimo controllo. Perciò…».
Beh, era stato eloquente. La ragazza si rannicchiò su se stessa e nascose il volto tra le braccia, trattenendo il respiro e pregando in silenzio.
Ricominciò a respirare con normalità solo mezz’ora dopo, quando fu certa che avessero lasciato il porto e che fossero in viaggio per quella che sperava fosse la sua destinazione definitiva. Anche lo sconosciuto accanto a lei sembrò rilassarsi. Bussò a una specie di finestrella che c’era tra il retro del camion e la cabina di guida, e si fece passare un cincischiato pacchetto di sigarette. Lo scosse e lo tese verso la ragazza.
Stephanie negò con il capo. «Non fumo», disse.
Lui si concesse un sorrisino sarcastico mentre si accendeva una sigaretta e, per la prima volta dall’inizio di quel terribile viaggio, lasciò andare il mitra, poggiandolo in un angolo. «Mi sa che tu sei una tutta pregi e niente difetti, eh? Una signorina ‘Perfettini’, cresciuta in qualche prestigiosa scuola dell’amata Inghilterra. Una vera, futura lady. Aspetto gradevole, modi signorili, educazione inappuntabile. Di’ un po’, ti hanno già trovato un marito adatto?».
Beh, era fuori strada… «Non è come lei crede».
L’uomo ridacchiò. «No? Ne sei sicura?».
Ma Stephanie non ebbe il tempo di rispondere.
Il camion svoltò bruscamente su una strada dissestata e cominciò a sbatacchiarli di qua e di là, mentre le cassette piene di frutta piovevano loro in testa da tutte le parti.
«Accidenti all’idiota che guida!», imprecò il carceriere di Stephanie, cercando di ripararsi la testa e facendole scudo con il proprio corpo. Poi, quando sembrava già che dovessero finire sepolti da arance e meloni, il camion frenò di colpo e si bloccò.
Uff! Pare che siamo arrivati
disse Pat. Il portello del camion si aprì e la luce, insieme a una pioggia torrenziale, inondò l’interno. Uno dei rapitori, ancora con il passamontagna sul volto, gettò dentro una sciarpa nera. «Benda la ragazza, Pat», disse.
L’uomo eseguì, ma Stephanie notò che faceva attenzione a non stringere troppo. Poi, di nuovo, si sentì trasportare tra braccia forti.
Rivide la luce, se di luce si poteva parlare nella stanza dagli scuri chiusi illuminata solo da una lampada a petrolio, parecchi minuti dopo. Era sola, adagiata su una brandina che, se si eccettuava un tavolo sbilenco e due sedie, rappresentava l’arredamento del locale.
Dio, dove si trovava? Si guardò intorno e notò, con stupore, che la stanza era povera ma molto pulita. E c’era una finestra!
Barcollando si avvicinò, e per un attimo sognò una possibilità di fuga, subito frustrata dalla presenza di un grosso lucchetto che bloccava le persiane. Anche la porta era chiusa e, dall’interno, non si scorgevano tracce di maniglia e serratura.
Era prigioniera! Che sarebbe accaduto di lei? Tornò verso il lettino e vi si allungò, rannicchiandosi su se stessa e rimuginando sulle proprie disgrazie. L’unico piacere fu l’odore di pulito della federa e delle lenzuola. Erano ruvide, ma profumavano di lavanda. Almeno non sarebbe stata sommersa dal sudiciume…
La porta si spalancò di colpo, strappando a Stephanie un piccolo grido di paura.
«Tranquilla, sono io», esordì, non senza un’involontaria ironia, l’uomo che era sempre rimasto al suo fianco per tutto il viaggio. Le andò vicino e le tese due pastiglie e un bicchiere d’acqua.
Lei osservò le compresse con timore.
Non ti preoccupare
disse Pat, «sono solo due aspirine. Ti aiuteranno a rimetterti in sesto, anche se sarebbe meglio che le prendessi a stomaco pieno. Ma ci vorrà ancora un po’ prima che la cena sia pronta».
Non sembrava poi così spaventoso e crudele, e Stephanie chiamò a raccolta quel po’ di coraggio che le rimaneva. «Signore…», cominciò a dire.
«Chiamami Patrick», la interruppe lui.
«Sì… ehm… certo! Dunque, Patrick, io volevo spiegarle che deve trattarsi di un terribile errore».
Lui si appoggiò contro il bordo del tavolo, incrociò le braccia sul torace e la fissò come se quello che lei aveva da dirgli lo interessasse davvero.
Stephanie arrossì.
«Patrick, mi creda…».
Puoi darmi del tu, se vuoi
Accidenti, ma perché non la smetteva di interromperla? Così lei non sarebbe mai riuscita a pronunciare un discorso compiuto!
«Patrick», riprese, «credimi, avete sbagliato a rapire me. Io non sono nessuno!».
«Non mi pare…».
«Eh?».
«Beh, sei qui, in carne e ossa, respiri, ragioni, parli e sei anche piuttosto graziosa. Certo, andresti un po’ ripulita… E poi dovrai rimetterti. Mi rendo conto che l’esperienza appena subita, per una come te, non sia piacevole come una presentazione a Corte. Ma che vuoi? Bisogna fare di necessità virtù, a volte».
Chissà perché, ma le parole di lui la indispettirono. «Che intendi per ‘una come te’?», replicò Stephanie.
Patrick allargò le braccia, e le sorrise apertamente rivelando una fila di denti regolari e bianchissimi. «Ti ho già spiegato cosa penso di te».
«E io ho cercato di farti comprendere che sei in errore. Che siete tutti in errore!».
«Ah, già, la storiella che tu non sei nessuno; che abbiamo sbagliato persona… Beh, lasciati dire che è poco credibile. Primo, ti abbiamo prelevato in casa Warren; secondo, da come sei vestita, non sembri proprio una povera disgraziata. Quello ‘straccetto’ che indossi con tanta classe deve costare almeno mille sterline. Correggimi, se sbaglio».
Poteva rispondergli che l’abito che aveva indosso era solo uno dei vestiti smessi di sua zia; che Rose, nella sua generosità, lo aveva regalato alla nipote piuttosto che a qualche organizzazione assistenziale, e che lei aveva passato tutte le serate libere nell’arco di un mese per riadattarlo…
Certo, poteva far presente tutto quello e altro ancora, ma l’espressione sarcastica sul bel volto di Patrick la fece desistere. Sarebbe stato inutile, lui non le avrebbe creduto. Bisognava aspettare che la banda chiedesse il riscatto, e che ridessero in faccia a tutti loro come certo sarebbe accaduto, perché riuscisse a farsi ascoltare.
«Come vuoi», disse, stringendosi nelle spalle. «Allora, se sai già tutto, dimmi tu chi sono».
«Una ragazzetta viziata, a occhio e croce…».
Era detestabile. Non gli bastava averla rapita, minacciata, strapazzata; adesso arrivavano anche gli insulti, e del tutto gratuiti.
«Bravo, sei perspicace».
«Grazie».
Stephanie sospirò, cercando di contenere la collera che sentiva montarle dentro. Ormai non era più nemmeno spaventata, solo furiosa.
E tu chi saresti, invece?
Patrick, noncurante, si accese una sigaretta. «lo sono l’uomo da cui dipende la tua vita. Ti basta?».
Le bastava? Deglutì a vuoto e si alzò in piedi. «Ma perché tra tutti gli obiettivi possibili, vi siete accaniti contro la casa di mio zio?».
«Geoffrey Warren è tuo zio?», chiese lui.
«Non sapevate nemmeno questo?».
«No. Non eravamo venuti né per lui, né per te, ma la notizia che mi dai, mi riempie di gioia. Quindi non sei solo una ricca ragazzetta del gran mondo, ma la nipote del Vice Governatore dell’Irlanda del Nord. Bene. Molto, molto bene…».
E Stephanie impallidì. L’ultimo commento le era suonato come una terribile minaccia. Cercò comunque di farsi forza. «Capisci adesso che guaio avete combinato? Mio zio vi scatenerà dietro tutta la polizia d’Inghilterra. Se vuoi un consiglio, vi conviene liberarmi».
Lui la fissò irridente e scrollò il capo. «Ancora non ci sei arrivata, vero?».
«Arrivata a cosa?».
«Noi non siamo delinquenti comuni, come sembri credere. Non siamo banditi alla ricerca di un facile guadagno».
«No? Cosa, allora?».
«Mai sentito parlare dell’I.R.A., mia tenera e sprovveduta ragazza?».
E stavolta il colpo fu tale che Stephanie, suo malgrado, cadde a sedere sul lettino. L’I.R.A.! Niente meno che l’lrish Republican Army, l’Esercito di Liberazione Irlandese, un’organizzazione terroristica il cui solo nome basterebbe a far rizzare i capelli sulla nuca a qualsiasi inglese che si rispetti.
Lei boccheggiò, proprio come un pesce fuor d’acqua. Che gran cretina a non averlo compreso subito!
Il terrorista le si avvicinò e le sorrise tranquillo. «Adesso comprendi un po’ meglio?».
«lo…».
Capiva solo che non sarebbe mai uscita viva di lì. Socchiuse gli occhi, colta da un capogiro. Una mano di Patrick le sfiorò il collo, e lui la trasse verso di sé.
Lasciami!
insorse Stephanie.
«Sta’ calma, e non illuderti; voglio solo dare un’occhiata alla tua testolina dura d’inglese. Hai preso una bella botta, e sarei più tranquillo se potessi controllare i danni».
Più tranquillo! «E che ti importa se anche mi avete sfondato il cranio? Tanto lo sappiamo tutti e due che con voi non ho speranze; o sbaglio? Cos’è, volete tenermi in vita il più a lungo possibile per torturarmi?».
«Mi sa che hai visto troppi film…».
«Già! Di quelli che girate voi, usando esplosivo al plastico al posto delle pellicole».
«Lasciamo stare le possibili, reciproche accuse, perché non so quanto ti converrebbe una simile discussione. Dai, fammi vedere dove sei stata colpita. Ti medicherò se ce ne sarà bisogno».
«Oh, allora sono in buone mani! O magari, vuoi anche raccontarmi di essere medico!».
«Proprio. E, a detta di parecchie persone, anche piuttosto in gamba…».
«Davvero sei un dottore?» Era allibita.
«Lo giuro!», la irrise lui.
«Ma allora, come puoi essere complice dei terroristi dell’I.R.A.? Hai fatto studi per aiutare il tuo prossimo, e ora rapisci e uccidi».
Negli occhi blu di Patrick passò una luce pericolosa. Per un attimo le sue iridi divennero nere come pozzi senza fondo. «Una poesia di Yeats dice: ‘Sono mutati, mutati del tutto: una terribile bellezza è nata’», recitò il terrorista, e la sua voce vibrava d’emozione.
Stephanie avvertì la pelle accapponarsi. C’era in quell’uomo una forza, una determinazione che lei non aveva mai incontrato prima. Era magnifico, e dal suo modo di parlare si intuiva anche sensibile. Era un medico, ed era giovane. Cosa poteva averlo spinto a unirsi ai terroristi? «Sai quello che stai, facendo, vero?». Ma più che una domanda quella di Stephanie fu un’amara constatazione.
«Sì, anche troppo bene. Vuoi farmi vedere, allora?»
Lei tornò verso la brandina e si sedette sulla sponda, chinando la testa in avanti. Patrick le fu accanto e, pieno di delicatezza, le sfiorò il capo con una mano, scansando ciocche dei folti capelli castani. «Solo un gran bel bitorzolo», decretò alla fine. «Come avevo detto, hai una deliziosa testolina dura. Le aspirine ti faranno passare il mal di capo, e il mio stufato ti riempirà lo stomaco. Vuoi fare una doccia?».
Stephanie sollevò uno sguardo speranzoso. «Sarebbe possibile?», chiese incredula.
Lui annuì.
Non siamo così barbari come credi
Forse no, in fondo, ma che ne sapeva lei?
Giusto quello che i mezzi d’informazione raccontavano. Fino al giorno prima era stata convinta che tutti i terroristi dell’I.R.A. avessero corna, coda biforcuta e zoccoli.
Beh, Patrick non le sembrava proprio così… Si alzò in piedi e lo seguì. L’uomo la condusse in una stanza adiacente, anch’essa arredata poveramente, e pulita.
Quindi le aprì la porta di un piccolo bagno rivestito da vecchie maioliche dipinte a mano. C’era una doccia, in un angolo, e una tenda di plastica montata con anelli scorrevoli.
«Ecco», lui indicò un mobiletto bianco. «Là troverai asciugamani e sapone». Poi entrò e raggiunse la finestra, assicurandosi che anche quella fosse ben chiusa con un grosso lucchetto. «Domani ti procurerò biancheria e abiti puliti. Per stanotte, se vuoi, potrai arrangiarti con questa…».
Le tese una camicia di cotone a quadri azzurri, un po’ consunta ma fresca di bucato.
Lei ringraziò con uno stentato sorriso. Togliersi di dosso la sporcizia accumulata durante quel viaggio terribile, starsene un bel po’ sotto il getto caldo di una doccia, era più di quanto potesse sperare.
Accettò la camicia e varcò la soglia.
Stava per chiudere la porta alle proprie spalle, quando si bloccò. «Non c’è la chiave nella serratura», disse.
Patrick seguì il suo sguardo.«Ah, no?».«No…». Le fece l’occhiolino. «Beh, non ti preoccupare. In questo posto ci siamo solo tu e io. Nessuno verrà a disturbarti; ti puoi fidare di me».
Si scrutarono con lo sguardo e sembrò che lui la sfidasse a ribellarsi.
Alla fine Stephanie chinò il capo. «D’accordo», disse, ed entrò nel bagno.
Quell’uomo poteva disporre della vita di lei a proprio capriccio: sarebbe stato sciocco preoccuparsi perché nella porta non c’era la chiave.
Tanto, se solo lui avesse voluto, avrebbe potuto prenderla dove e quando meglio credeva.
Chissà perché, ma Stephanie era certa che Patrick non avrebbe approfittato del vantaggio offerto dalle circostanze.
Quello che la meravigliò di più, e che un pocola irritò, fu di non riuscire a decidersi se la sensazione di non correre pericoli, almenoda quel punto di vista, la tranquillizzasse o la irritasse…
Cosa stava rimuginando?
Patrick il terrorista l’attraeva, ammise tra sé e sé.
Un pensiero stupefacente, soprattutto per una ragazza come lei, unanimemente considerata tranquilla, seria, ubbidiente, remissiva, e via discorrendo…
Ma era davvero così? Se lo chiese togliendosidi dosso l’abito ormai rovinato, e infilandosi sotto il getto tiepido della doccia.
Stephanie Carter era una donna noiosa? Un tipino sempre pronto a mediare, a subire, a tacere in nome del quieto vivere?
Beh, almeno lo era stata fino ad allora. Fino alla sera prima, quando una banda di terroristi le aveva sconvolto la vita e tolto la libertà… E un uomo strano, dai profondi occhi blu, occhi come pietre di zaffiro, l’aveva condotta in una casa sperduta chissà dove, e le aveva citato un brano da una poesia di Yates…
Ora, mentre l’acqua le sferzava il corpo, ripulendolo dal sudore e dalla paura, Stephanie quasi non sapeva più chi fosse.
Forse era ancora spaventata ma, incredibile a dirsi, quella era la prima volta dopo la morte dei suoi genitori che non si sentiva più sola.
Stava impazzendo?
La botta in testa ricevuta aveva compromesso la sua capacità di ragionamento?
La razionalità?
Beh, se era così, non lo voleva sapere, perché non le importava più…
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