Londra l’avevo vista prima dal finestrino dell’aereo. Luci grigie e gialle che sparivano sotto le nuvole.
Avevo stretto la borsa sulle ginocchia e mi ero ripetuta, per l’ennesima volta, che non stavo scappando.
Stavo partendo. C’è differenza.
Scappare è lasciare qualcosa senza voltarsi, mentre partire è scegliere dove andare.
E io avevo bisogno di andare da qualche parte, dopo due anni ad aspettare che Riccardo capisse cosa voleva.
Mi aveva promesso viaggi, una casa, perfino un cane.
Che avrebbe smesso di sparire quando litigavamo.
Che avrebbe parlato del nostro futuro.
Che avrebbe smesso di chiamare “periodi complicati” ogni volta che gli chiedevo di esserci.
Ma alle promesse seguivano i rinvii, e ai “ti amo” i “non mettermi pressione”.
Quando gli avevo detto di Londra, aveva riso. «Tu? Da sola? Non sai neanche ordinare un caffè in inglese».
Avevo sorriso. Fingendo che non bruciasse.
La partenza e i giorni a Kilburn
Adesso vivevo in una stanza stretta a Kilburn, finestra su un cortile interno, una coinquilina polacca di nome Ewa che parlava velocissimo.
Alcune mattine lavoravo in una pasticceria italiana; il pomeriggio avevo un corso d’inglese vicino a Tottenham Court Road.
Capivo poco.
Le parole nella bocca dei londinesi sembravano sciogliersi tutte insieme, water non aveva niente a che fare con acqua, better spariva in un suono morbido a metà e le battute dei clienti mi arrivavano addosso prima che riuscissi ad afferrarle.
Tornavo a casa con la testa piena di suoni che non riuscivo a mettere a fuoco, mi sedevo sul letto e guardavo il soffitto finché non smettevano di rimbalzare.
Eppure insistevo. Ogni sera annotavo dieci parole sul quaderno. Maybe, though, crowded, change, sorry, enough, rain, tomorrow, brave, beginning.
Mi fermavo sempre su brave. La ricopiavo due volte, come se scriverla più grande potesse aiutarmi a crederci.
Quel pomeriggio avevo lasciato la scuola prima del solito e mi ero incamminata verso Soho senza una meta. I negozi avevano già le luci natalizie nonostante fosse novembre, i taxi neri scivolavano lenti tra autobus rossi e biciclette.
Riccardo non mi scriveva da quattro giorni.
Controllavo il telefono ogni tanto, quasi senza volerlo, come si tocca una cicatrice per vedere se fa ancora male.
Il libro smarrito a Soho
Lo vidi per caso. Accanto a un tombino, sul marciapiede: un libro. Copertina blu scuro, angoli consumati, qualche macchia di pioggia. Mi chinai. Era Great Expectations (Grandi speranze di Charles Dickens), edizione tascabile.
Lo aprii. Sulla prima pagina c’era una dedica in italiano, inchiostro nero: “A Matteo, resta sempre il ragazzo che ho incontrato al Pub23. Tu farai molta strada nella vita”.
Rimasi ferma con quella frase davanti agli occhi. La calligrafia era ordinata, inclinata verso destra, il tipo di scrittura di chi sceglie le parole prima di metterle su carta.
Mi guardai intorno: nessuno sembrava cercarlo.
Pub23. Magari era un posto vero.
A Londra i locali hanno nomi di ogni tipo. Perché non un Pub23?
Per un attimo pensai di infilare il libro in borsa. Poi sorrisi, da sola, sul marciapiede bagnato. Cercare un pub per restituire un libro poteva essere un gioco. E forse ne avevo bisogno, di un gioco.
Quella sera cercai “Pub23 London Soho” sul telefono.
Risultati inutili.
Il giorno dopo tornai nella stessa zona con il libro avvolto in una busta trasparente e una frase preparata sul quaderno: “Excuse me, do you know a pub called Pub Twenty-Three?”.
La ripetei sottovoce scendendo dalla metro, come una filastrocca.
La pioggia cominciò appena uscita dalla stazione.
Dopo 40 minuti di giri e scarpe bagnate, stavo per lasciar perdere. Un fioraio mi indicò un vicolo stretto, poco illuminato. «Maybe there».
Al Pub23
Il vicolo era incastrato tra due edifici più alti. In fondo, sotto una lampada rotonda, una porta di legno scuro. Sopra, in caratteri piccoli e dorati: PUB23.
Mi fermai a guardarlo. Sentii qualcosa allargarsi nel petto, piccolo e caldo.
Dentro era caldo e rumoroso, odori di birra, legno umido, patatine fritte, lana bagnata. Su due schermi una partita di calcio. La gente era in piedi con i bicchieri sollevati, gridava a ogni azione.
Mi fermai vicino al bancone, la borsa stretta sotto il braccio, il libro dentro come una cosa preziosa.Il barista mi rivolse una domanda, colsi solo l’ultima parola: drink.
«Yes. A beer, please». Feci un gesto vago con le dita. «Small. Small beer».
Mi sedetti su uno sgabello vicino alla parete. Ogni volta che qualcuno apriva la bocca speravo di sentire “Matteo”, ma il nome non arrivava da nessuna parte.
Un incontro spiacevole
Dopo pochi minuti, un uomo si sedette accanto a me. Barba incolta, camicia macchiata, occhi lucidi.
«You all right, love?».
«Yes. Thank you» risposi senza guardarlo.
Insistette. Spinse davanti a me un bicchiere che non avevo chiesto.
Tenni le mani in grembo, ferme.
«No» chiarii.
Disse qualcosa di veloce e duro. Mi sentii il viso scaldarsi, le guance che prendevano calore per conto loro.
«She said no. Move away».
Mi voltai. Il ragazzo aveva forse 30 anni, capelli castani un po’ troppo lunghi, un cappotto scuro bagnato sulle spalle. Si reggeva a un bastone di legno e zoppicava leggermente.
Guardava l’uomo senza alzare la voce, senza spostarsi di un centimetro.
L’uomo molesto sputò qualcosa e uscì barcollando. Il ragazzo non lo seguì con gli occhi. Si voltò verso di me come se non fosse successo niente di speciale.
«Thank you» dissi.
«Figurati».
«Italiano?».
«Italianissimo. Anche se dopo 15 anni qui, a volte mi viene da dire sorry pure a mia madre». Indicò lo sgabello libero. «Posso?».
Annuii.
«Io sono Matteo».
Rimasi con la bocca aperta.
La storia di Elisa
Guardai il suo viso, poi il bastone appoggiato al bancone, poi la borsa che stringevo contro il fianco. Le dita mi formicolavano.
Aprii la borsa. Tirai fuori la busta trasparente, poi il libro.
Glielo porsi con entrambe le mani, come si fa con qualcosa che non appartiene a te.
«L’ho trovato ieri, vicino a Soho. Ho visto la dedica e… sono venuta a restituirtelo».
Matteo rimase immobile.
Lo prese con cautela, il pollice sulla copertina consumata.
Quando lo aprì alla prima pagina e lesse, qualcosa nel suo viso si spostò, impercettibile, come una luce che cambia angolo.
«Pensavo di averlo perso per sempre».
Mi raccontò di Elisa. Si erano conosciuti lì, quando lui lavorava dietro quel bancone e lei era in vacanza studio. Era entrata perché pioveva, aveva ordinato un Gin tonic e gli aveva corretto la pronuncia di una parola.
«Quale?».
«Thought. Io dicevo qualcosa di orribile. Lei rise per dieci minuti».
«Forse la dicevo male anch’io».
«Probabile. È una parola impossibile».
Parlava guardando il bancone, ogni tanto il libro, quasi mai me.
Una sera erano saliti su un taxi per Chinatown. Un’auto era passata con il rosso. Elisa si fece male a un braccio, lui alla gamba e alla schiena. Operazioni, fisioterapia. La famiglia di lei non approvava. Le dissero di tornare.
«E lei lo fece?».
Matteo stette in silenzio. Fuori dalla finestra un autobus passò lento sotto la pioggia.
«Sì. O forse fu costretta. Non lo so. A un certo punto smise di rispondere. Mi mandò questo libro. Non ci vedemmo più».
«Però sei rimasto».Mi guardò.
«Sono rimasto».
«E hai fatto strada».
Una chiacchierata
Rise piano, abbassando gli occhi. «Con il bastone, ma sì».
«Io sono Lara» dissi, porgendogli una mano.
Me la strinse. La sua era calda, la mia probabilmente no.
«Sei qui in vacanza?».
«Sono qui per imparare l’inglese. E per cambiare un po’».
«Cambiare è un buon motivo».
«Anche scappare?».
Inclinò la testa. «Dipende da cosa lasci».
«Un ex. Non decideva mai niente. Però non voleva nemmeno lasciarmi andare. Quindi ho deciso io».
Matteo annuì, lentamente. «Allora non sei scappata».
Indicai il suo bicchiere vuoto. «Posso offrirti qualcosa?».
Sorrise. «In teoria dovrei offrire io. Il pub è mio, adesso».
«Tuo?».
«L’ho rilevato un anno fa».
La promessa di un nuovo inizio
«Quindi fai strada, compri pub e salvi ragazze dagli ubriachi».
«Stasera ho solo usato bene il bastone».
Risi. Una risata corta, vera, che non avevo programmato.
Matteo chiamò il barista.
«Una birra. E per Lara, qualcosa di meno triste di quella mezza pinta».
«È la mia prima birra londinese».«
Allora merita di essere buona».
Mi spiegò che Pub23 si chiamava così perché il primo proprietario aveva 23 anni quando aveva aperto. «Poi ne ha avuti 80, ma non voleva cambiare insegna».
Gli parlai della pasticceria, di Ewa, delle parole che non riuscivo a pronunciare.
«Though e thought mi distruggono».
Prese un tovagliolino e scrisse: “THOUGHTHOUGHT”.
«La prima è quasi un suono di resa. La seconda ha una “t” più netta. Prova».
Ci provai tre volte.
«Non malissimo».
«Non malissimo?».
«È il massimo complimento inglese che riceverai. Vuol dire: sei bravissima, sposerò la tua famiglia, ti lascerò in eredità il mio pub».
Il telefono vibrò nella borsa.
La mano andò lì da sola, poi si fermò.
Lo lasciai vibrare.
Matteo sollevò il bicchiere.
«A Londra.»
«A Londra. To new beginnings. Ai nuovi inizi».
«To new beginnings».
Fuori continuava a piovere. Io non avevo nessuna fretta di tornare a Kilburn.
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