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Immacolata

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C’è la ragazza e c’è il coltello. Alle sue spalle il quadro squarciato della Madonna la guarda paziente e senza un lamento.

Il gesto al museo: sedici coltellate per non dimenticare Maria

L’ha preso stamattina, il coltello, sfilandolo dal ceppo sopra il lavello nell’appartamento di 40 metri quadri che condivide con le due coinquiline, al 7 di via Inama.

È il coltello con cui tagliano il pane, raschiano la muffa dal formaggio, aprono le bollette del gas. L’ha scelto perché è uguale a quello che ha usato lui: la lama da 12 centimetri e mezzo in ceramica color fucsia, il manico di plastica. È un coltello che ti viene da ridere se pensi che qualcuno possa usarlo per ferire. Uccidere. Che possa affondarlo tra sangue e grida e palmi che si tendono a proteggere, ginocchia che scattano per scappare, ma poi si piegano, svuotate di forza.

È allora che Maria deve essere caduta. Rovesciata tra le buste della spesa, il pacco degli spaghetti aperto, il latte versato, il piede nudo perché, nella foga, la scarpa si è sfilata. Mentre lui infieriva e lei urlava di dolore, di sconcerto, di disperata rabbia. Implorare no.

Gea ne è sicura. Maria non implorava mai. Aveva una voce di furia e comando.

L’aspetto di una ragazza appena uscita dal liceo anche se avrebbe presto compiuto 23 anni. E il piglio sicuro, fiero, di chi cammina nel mondo come un luogo da abitare, non una trappola. Aveva il corpo reso flessuoso dagli anni di ginnastica artistica, le caviglie forti e nessuna paura della rincorsa prima del salto. Niente è servito a salvarla.

«16 coltellate» dice Gea, serrando il coltello. Si stupisce che la voce non le tremi. Ha provato il discorso allo specchio del bagno prima di uscire e si era sentita una sciocca, un’impostora. Adesso sente solo una vibrazione acquattata nella nuca. Deve concentrarsi. Presto arriveranno, la metteranno a tacere: «Quattro in più della Goretti. Ma quest’altra Maria la chiamavano puttana. Era su OnlyFans e imprecava. Di farla Santa non verrà in mente a nessuno».

Un mucchio di volti scrutano Gea, dalla Strage degli innocenti, dal Sacrificio di Isacco, per sempre incastrati nelle proprie tragedie nella sala XXXI.

Quattro sconosciuti nascosti dai cellulari la filmano. Per loro Gea, con tutta la sua furia, non è che la ragazza con il coltello.

Un adolescente con un K-Way anni ’90 dà di gomito all’amico: «Questo va virale sicuro».

Una donna con occhiali da sole specchiati grida: «Sicurezza! Qualcuno faccia qualcosa!».

Un turista con una felpa “Università di Milano” filma masticando una gomma.

Gea si immagina in quegli schermi, riprodotta, moltiplicata, pubblicata su TikTok, Instagram. Nei video YouTube con i commenti che inneggiano alla galera, allo stupro, com’è stato per le attiviste che gettarono zuppa sui Girasoli di Van Gogh. Quand’è stato? Due anni fa? Tre? La gente ha dimenticato. La notizia su cui riversare la propria indignazione, sostituita già il giorno dopo.

Anche per Gea sarà così. Ma adesso è qui. Tanto vale gridare più forte.

«Cinque sui palmi quando ha provato a difendersi. Due sull’avambraccio destro. Una al fianco, due sulla spalla, una ha scheggiato la clavicola. Quattro nella schiena. Così è caduta. Allora l’ultima. Nel collo. Però era viva. Ancora viva».

Gea si gira verso il quadro. Per la 16ª volta affonda la lama nella tela. È un sollievo il rumore che fa, una crudele soddisfazione. Quel quadro così bello, violato. Gea squarcia il viso della Madonna.

Non per blasfemia, né disprezzo: è devozione, la sua. Distorta, disperata. Ma a qualche specie di fede ci si deve pur aggrappare. Non prega da quando aveva 11 anni. Non si è mai sentita così vicina a Dio.

Distruggo la donna più bella della storia mitologica perché voi distruggete Mrs Pankhurst, la più bella creatura della storia moderna; così disse Mary Richardson dopo aver squarciato la Venere di Velasquez alla National Gallery, quando le donne non avevano il voto e rompevano finestre, si facevano picchiare e incarcerare pur di ottenerlo. Aveva portato con sé una mannaia da macellaio, nascosta nel cappotto da uomo, Mary.

Gea la immagina minuta, collo lungo, pettinatura severa. Deve essersi messa sulle punte dei piedi, Mary the slasher come la chiamarono sui giornali, mentre squarciava la tela. Aveva studiato arte e in prigione c’era stata. Sapeva quel che faceva ed è passata alla storia.

A Gea di passare alla storia non frega granché. Vuole solo che si sappia che anche lei sa quello che fa. Una Maria per una Maria, la sua, che è finita incastrata in una storia come tante. Come troppe.

Un nome che intasa i giornali, i social. Scritto su un cartello da portare in corteo, insieme a quelli delle altre. E poi dimenticato. Insieme alle altre. I giornali si buttano, gli hastag passano di moda, il cartello si scioglie alla pioggia.

Anche il suono della sua voce, il suo modo di fischiare le “z”, forse sta cominciando a dimenticarlo. Maria si sfilaccia persino dentro di lei.

Eccola, Gea, moltiplicata negli schermi dei cellulari.

C’è anche il suo, in fondo alla sala, l’ha fatto partire prima di agire, in equilibrio sul piedistallo di una statua: se non riprendi non è accaduto davvero.

Doveva esserci Zoe con lei, ma all’ultimo ha avuto paura e l’ha lasciata sola. Sta per trasformarsi in una notizia da clickbait, bersaglio dei repost dei politici, delle tastiere furiose di sconosciuti sorridenti nelle foto profilo, abbracciati a bambini nelle vacanze al mare, che le augureranno la morte, la lapideranno di insulti: zecca woke, ignorante, troia di merda.

Datele una lezione! Fatela stare al suo posto!

Se ci fosse Maria riderebbe con quella sua risata che era biglie agitate in un bicchiere di peltro: «Prendi il mondo troppo sul serio, Gea. Finirai per farti male. Per rovinarti l’anima».

Ma Maria non c’è. Non potrà esserci più.

Oltre la cronaca: il ricordo di Maria e il significato dell’Immacolata

La sera prima che morisse erano schiacciate nel minuscolo bagno mai rimodernato dagli anni ’60, con il boiler che perde da mesi.

Tenevano la finestra spalancata, fuori gli allarmi strepitavano per l’ennesimo calo di corrente e non c’era un filo di vento.

Gea, seduta sul cesso, le mutande alle ginocchia, leggeva un vecchio Dylan Dog comprato ai Navigli, si faceva luce con la torcia del cellulare. Nella vasca sgocciolavano i panni; non c’era spazio in casa e fuori si annerivano di smog. Maria si lavava i denti, il mascara sfregato con acqua e sapone; Zoe si era dimenticata aperte le salviette struccanti. Maria guardava Gea da dentro lo specchio e si era messa a ridere, lo spazzolino in bocca.

Gea aveva abbassato il fumetto sulle cosce, sentendo calore alle guance. Non c’era la chiave del bagno e Maria aveva il vizio di non bussare, la disabitudine alla vergogna.

Maria aveva sputato dentifricio sulla ceramica crepata, si era sciacquata la bocca, aveva chiuso la rotella dell’acqua tornando a guardarla, gli occhi chiari di lei dentro ai suoi nello specchio: «Che hai fatto ai capelli?».

«Niente ho fatto». Gea si era coperta la testa con il Dylan Dog.

Quel pomeriggio li aveva decolorati, ma si erano bruciati e aveva dovuto tagliarli con le forbicione da sarta di Zoe. Non erano che ciocche scomposte, disadorne.

«Poi ti lamenti che non ti scopa nessuno».

«Fanculo, Maria».

«Ti voglio bene anch’io» le aveva detto girandosi per darle un bacio sulla fronte. «Se domani vado a fare la spesa mi perdoni? Prendo pure quel tuo schifo di latte di mandorla. Contenta? Poi quando torno te li sistemo».

«Promesso?».

«Promesso».

Si era rovesciato sul marciapiede, il latte di mandorla. Si era mischiato con il sangue di lei che era finito nel tombino, nelle crepe dell’asfalto.

Il ragazzo con il K-Way impreca per la batteria scarica.

Si era aspettata più gente.

È un sabato di giugno. Nei musei non ci va più nessuno.

Meglio liberarsi del coltello. Potrebbero pensare che sia una terrorista o chissà che. La lama quasi non fa rumore cadendo. È stato così veloce che si stupisce possa finire. Resta uno stordimento, un languore.

«16 coltellate» ripete.

Nel discorso che si è scritta sulle note del cellulare ha inserito quella frase come un ritornello, un ossessivo refrain. Ora sì che la voce comincia a tremarle. Che non le venga in mente di piangere proprio adesso.

È da quando è venuta a saperlo, due giorni fa, che non riesce a piangere.

Ci sono solo la rabbia e il frastorno in un vuoto siderale. Dolore nei denti e tra i capelli, dietro gli occhi; un’assenza a forma di lei. Una mancanza che ottunde il resto.

«16 coltellate. Per strada. Mentre la gente guardava».

Anche prima della morte di Maria niente le appariva reale. Incastrata in un sogno, una simulazione. Stamattina tutto si è fatto chiaro, di piombo: la canotta di Maria nel cestone della roba sporca era vera. La sua tazza della colazione con le rondini lasciata nel lavello, il segno del suo rossetto sul bordo, era vera. Il residuo del suo profumo; un misto insensato di campioni gratuiti. La foto della vacanza a Polignano sul frigo; vera anche quella. Si era sentita d’un colpo vera anche lei, reale. Intera.

Vi si era genuflessa davanti prima di uscire di casa, a quella foto, come ci si inginocchia di fronte alle Madonne delle chiese, ai Santi, all’Eucarestia.

Questo il tuo sangue. Questo il tuo corpo.

Anche prima di accoltellare l’Immacolata si era genuflessa. Per rispetto, per sfida, per chiedere perdono. Chissà. Poi aveva iniziato a sferrare le coltellate. Senza fretta, con metodo. Con che facilità era entrato il coltello, con che suono lieve aveva squarciato la tunica bianca della Vergine, il manto blu, le mani giunte, il collo. Per raggiungerlo si era alzata sulle punte.

Mentre accoltellava la Madonna si era accorta di quanta furia avesse nel sangue, dell’inutile trionfo di rovinare qualcosa di bello, puro, immortale. Sacro.

Per tutto il tempo in cui ha sferrato le coltellate, Gea ha pensato alla prof Rosa che spiegava Fontana: «Trova ciò che è nascosto al di sotto. Taglia lo spazio e il tempo. Osa l’indicibile, il mai tentato. Diventa immortale».

Immortale. Immortale sì.

Prima che Maria venga dimenticata, un nome insieme alle altre. Una storia legata solo a chi l’ha uccisa. L’ultima donna ammazzata. Domani sarà un’altra. L’ennesima statistica di femminicidio.

«16 coltellate!» grida e osserva una figuretta che arranca.

Eccolo, l’addetto alla sicurezza. Ha la cravatta slacciata, odora di sigaretta. Urla concitato nel walkie-talkie agganciato al gilet. Ha una camicia azzurra, aloni sotto le ascelle.

Dietro di lui accorrono un uomo e una donna.

Raggiungono Gea, la donna calcia via il coltello, i due uomini la fanno inginocchiare con le mani dietro la schiena.

Gea chiude gli occhi.

Lassù la tela 16 volte stracciata. L’Immacolata di Bernardo Cavallino, con gli angeli che offrono gigli.

Una di quelle immagini che le nonne infilano nei Vangeli per baciarle in chiesa.

Gea, Maria e Zoe erano venute a Brera un pomeriggio in cui non c’era niente da fare e gli esami erano così vicini che ripassare scacciava i concetti dalla testa, li smarginava.

Avevano vagato per le sale, annoiate, affamate, nervose, mangiandosi le unghie. Si erano fermate di fronte all’Immacolata, tutte e tre, affiancate.

«Mi fa venire voglia di pregare» aveva detto Gea.

«Per farti andare bene l’esame?» l’aveva presa in giro Zoe.

«Non per quello, scema».

Maria le aveva appoggiato la testa sulla spalla: «È proprio bella. Più bella delle altre. Più vera. Non vi pare?».

«Ti somiglia».

Maria aveva riso: «Immacolata! Proprio io» aveva tolto il flash dal cellulare per fare la foto.

Quella Madonna era diventata il loro segnale: scrivimi, fammi sapere che stai bene sennò mi preoccupo. Lo sticker inviato sul gruppo WhatsApp senza bisogno di parole.

Scrivimi appena arrivi. Così so che sei al sicuro. Ti mando la Madonna. Sto bene. Sono salva. Ci vediamo poi a casa. Promesso.

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