Ci sono sguardi che conosciamo da una vita e che continuano a sorprenderci. Quello di una madre sulla figlia, quello di una figlia sulla madre: vicinissimi, eppure capaci di restituire immagini diverse da quelle che abbiamo di noi stessi. Per Laura Morante ed Eugenia Costantini, protagoniste in teatro di Insieme, scritto e diretto da Fabio Marra, questo confronto passa anche attraverso il mestiere di attrici. È una delle sorprese di questo incontro a due voci, nel quale affiorano somiglianze, differenze, piccoli equivoci e un’intesa artistica che non cancella le rispettive personalità.
In Insieme Isabella ha dedicato la vita al figlio Michele (F. Marra), che ha problemi di salute mentale; Sandra (E. Costantini), invece, è cresciuta sentendosi quasi invisibile. Quanto è difficile accorgersi della distanza tra l’amore che crediamo di dare e quello che l’altro sente di ricevere?
Laura: «Il rapporto tra Isabella e Michele è quasi morboso, non del tutto sano. Perché se è vero che Michele ha bisogno di Isabella, è altrettanto vero che lei ha bisogno di lui, di qualcuno da accudire. Credo che Sandra abbia le sue ragioni, la sua non è una gelosia campata in aria. In assenza di un padre, il rapporto tra i tre pende completamente dalla parte di Michele, non soltanto per le sue difficoltà, ma anche per il legame che si è creato con la madre. Per questo lo spettacolo lascia aperta una domanda: è meglio che Michele continui a vivere con Isabella oppure che, per quanto possibile, diventi gradualmente più indipendente? Non c’è una risposta univoca».
A un certo punto Sandra chiede alla madre:«Ma che ne sai tu dei miei bisogni?». È cresciuta sentendosi quasi invisibile accanto al fratello: da dove sei partita per costruire questa ferita?
Eugenia: «Da un sentimento che considero universale: quello di non essere compresi. Nessuno può sapere fino in fondo che cosa prova un’altra persona. Con i genitori questa sensazione è ancora più forte. Crescendo cominciamo a guardarli con spirito critico: possono sembrarci troppo presenti oppure troppo assenti, in qualche modo sono sempre troppo o troppo poco qualcosa. Naturalmente, tutto dipende dalle situazioni familiari: a volte questa incomprensione può avere conseguenze drammatiche, altre fa semplicemente parte del percorso di crescita e di emancipazione dai genitori. Per questo non ho dovuto cercare chissà dove per comprendere Sandra: è un sentimento che, in misura diversa, possiamo riconoscere tutti».
Laura riconosce le ragioni di Sandra. Tu, interpretandola, sei riuscita a comprendere meglio anche Isabella?
Eugenia: «Da un genitore ci si aspetta, giustamente, che sappia dare il giusto peso a tutti i figli. Osservando lo spettacolo anche nelle scene in cui non sono presente, mi ha colpito la solitudine di Isabella quando Michele comincia a costruirsi una vita al di fuori del loro rapporto, frequentando il centro diurno e incontrando altre persone. In quella solitudine ho colto una fragilità che va oltre la vicenda familiare raccontata nello spettacolo e che trovo profondamente umana. In fondo siamo tutti fallibili».
Nella tua esperienza di madre, quanto è difficile capire quando proteggere significa anche fare un passo indietro?
Laura: «Non è per niente facile. Ci proviamo, ma commettere errori è quasi inevitabile. Credo sia importante non diventare troppo indispensabili per i propri figli perché un legame così stretto può rendere più difficile la loro autonomia. Arriva anche il momento in cui devono accettare che i genitori possono sbagliare perché non sono infallibili. Anzi, penso sia positivo che si vedano gli errori. Guai ad avere dei genitori perfetti!».
Eugenia, quando si arriva davvero ad accettarlo?
Eugenia: «Secondo me bisogna distinguere tra accorgersene e accettarlo. Già dall’adolescenza cominciamo a capire che i nostri genitori non sono perfetti, ma l’accettazione è un percorso che dura tutta la vita. I bisogni che avevamo da bambini, e che magari non sono stati soddisfatti, continuano ad accompagnarci anche da adulti. In qualche modo quel bambino rimane dentro di noi e dobbiamo imparare a fare i conti con ciò che ha vissuto. C’è chi affronta questo percorso attraverso l’analisi e chi trova altre strade, anche nel teatro, per crescere interiormente. Non credo però che si arrivi mai a un’accettazione completa. Per me la vita è una continua ricerca di equilibrio».
Avete già condiviso il palcoscenico in Locandiera B&B (2017), liberamente ispirato a Goldoni, e lavorato a Il ballo (2018), tratto dall’opera di Irène Némirovsky, di cui avete curato l’adattamento. Che cosa caratterizza questa nuova esperienza in scena?
Laura: «Sono tre lavori molto diversi. Il ballo è una lettura, mentre in Locandiera B&B interagivamo poco. Con Insieme è la prima volta, se ricordo bene, che interpretiamo due personaggi che si confrontano davvero. Qui il rapporto tra madre e figlia è molto intenso e occupa un posto centrale».
Lavorando con Eugenia, che cosa hai scoperto di lei come attrice?
Laura: «Rispetto a quando ha cominciato, la vedo molto maturata e sempre più sicura sul palcoscenico. Mi fa molto piacere, anche perché io sono molto emotiva e quasi cerco appoggio in lei… forse è più solida di me».
Che effetto fa sentire queste parole?
Eugenia: «Adesso scappo dal palcoscenico dopo la prima battuta! Scherzo, naturalmente. Non mi sento così solida. Negli ultimi anni ho acquisito maggiore autonomia come artista, anche grazie alla regia e alla scrittura (tra i suoi lavori il cortometraggio Niente, 2023, ndr). In scena, però, a volte mi sento ancora impalata, anche se molto meno di prima.Di mamma, invece, ho la sensazione contraria: mi sembra che riesca sempre a fare qualcosa di altissimo livello. Io mi sento più altalenante.È curioso come ci vediamo diversamente».
Com’è arrivata questa maggiore libertà?
Eugenia: «Per me c’è un prima e un dopo La dodicesima notte (2014) di Shakespeare, diretto e interpretato da Carlo Cecchi. Ero molto rigida: se dimenticavo una battuta, andavo nel panico. Carlo cambiava ogni sera: un gesto, un tono, una posizione. E mi ha insegnato che si può restare dentro la scena anche quando qualcosa non va come previsto. Una collega, durante le provedi Insieme, mi ha detto che, se dimentico le parole, riesco comunque a portare a casa la scena.Io non me ne rendevo conto. Ho capito che quella libertà l’ho imparata con lui».
Ci racconti un altro aneddoto?
Eugenia: «Una volta sono proprio scappata dal palcoscenico! Dovevo dire: “Scusi, è libera questa panchina?”. Ho pronunciato la battuta e subito dopo mi sono dimenticata tutto. Presa dal panico, sono fuggita dietro le quinte. Cinque secondi dopo sono tornata e ho improvvisato: “Sono ancora io, volevo sapere se è ancora libera questa panchina”. Ho cercato così di dare un senso alla mia sparizione e, a quanto pare, al pubblico è sembrato tutto voluto. In realtà ho sofferto moltissimo il panico da palcoscenico e non credo che riuscirò mai a liberarmene del tutto. Non sono il tipo di attrice che riesce a ripetere una scena ogni sera nello stesso modo. Questo mi provoca ansia, ma è anche una fonte di adrenalina. Il nostro è un mestiere che può essere bellissimo e “terribile” allo stesso tempo».
Hai raccontato quanto il palcoscenico possa metterti alla prova. Ma vivi il teatro anche fuori dalla scena.
Eugenia: «Da circa un anno conduco un laboratorio teatrale in un centro di psichiatria a Roma, con un gruppo di ragazzi meravigliosi. Ci incontriamo una mattina alla settimana, compatibilmente con i miei impegni e rispettando i tempi di ciascuno. Sono diventati amici, sentono di appartenere a un gruppo e hanno fatto progressi incredibili. Il teatro permette di entrare in comunicazione con gli altri e col proprio corpo e anche di sperimentare l’empatia. Alla fine degli incontri li vedo spesso più luminosi, sorridenti. Ma fa lo stesso effetto anche a me: esco sempre ricaricata. Non è un’esperienza a senso unico, è proprio uno scambio».
Nella vita di tutti i giorni, in cosa vi somigliate e in cosa siete diverse?
Laura: «Abbiamo entrambe un temperamento piuttosto passionale. Ci confrontiamo molto, anche sul lavoro: io chiedo il parere a Eugenia e lei a me. Quando non siamo d’accordo possiamo scontrarci anche in modo acceso perché ciascuna ha le proprie convinzioni. Eugenia è forse più acuta di me nel cogliere i limiti delle persone. Io tendo a essere più indulgente, a volte persino a infatuarmi un po’. Mi interessa capire che cosa c’è dietro un comportamento, perché una persona agisce così».
Eugenia: «Io tendo a essere burbera, lei no. A volte mi sento un cane da guardia: con chi non conosco posso diventare diffidente, poco conciliante. Mamma magari si chiude in se stessa, diventa riservata, ma lo fa con più eleganza. Ci accomunano invece moltissimo il senso dell’umorismo e il gusto artistico. Ci fanno ridere le stesse cose e, davantia un film o a uno spettacolo, nel 98% dei casi siamo d’accordo. Abbiamo gli stessi criteri, lo stesso rigore: perfino una virgola fuori posto può infastidire entrambe. Questo rende anche più facile lavorare insieme».
Laura, ritroviamo questo senso dell’umorismo anche nel tuo ultimo libro, Dieci storie pop, dove l’ironia fa sorridere, ma svela debolezze e piccole crudeltà.
Laura: «Mi viene naturale. In tutto quello che ho scritto, anche nelle sceneggiature, c’è sempre almeno un pizzico di umorismo. Non saprei farne a meno, è nella mia natura. Non potrei scrivere qualcosa di interamente tragico, non è nelle mie corde. L’umorismo è anche una forma di pudore di cui probabilmente ho bisogno».
Laura, a proposito di come ti vede Eugenia, quando fu intervistata per Assolo ti definì una regista mansueta.
Laura: «Ci sono rimasta quasi un po’ male. Ho pensato: “Come, mansueta?”. Forse Eugenia pensa che io sia ingenua, ma non è così».
Sapevi che tua madre l’aveva presa così?
Eugenia: «No, per me era un complimento. La vedo calma, educata, capace di mantenere una compostezza che mi affascina; io mi sento molto più nodosa. La cosa buffa è che ho definito di recente “mansueta” anche la madre di un’amichetta di mia figlia e neppure lei l’ha presa bene. Mi ha detto che sembrava stessi parlando di un cane, mentre volevo farle un complimento. A questo punto smetterò di usare questa parola».
Tra madri e figlie ci sono spesso argomenti difficili da affrontare. Tra di voi ce ne sono mai stati?
Laura: «Non me ne viene in mente nessuno. Sono sempre stata molto discreta sulla vita sentimentale e sessuale delle mie figlie, senza intromettermi troppo. Quando ero figlia, avrei voluto che mia madre facesse lo stesso. Ho cercato di fare quello che, da figlia, avrei desiderato facesse lei».
Eugenia: «Casomai i tabù me li sono creata da sola. Sono sempre stata molto pudica sulle questioni private. Quando cresci in una famiglia, il modo in cui si parla o non si parla di certe cose diventa per te la normalità. Solo più avanti scopri che in altre famiglie funziona diversamente. Non giudico la discrezione di mia madre né positivamente né negativamente: è il modo in cui sono cresciuta e non credo mi abbia fatto male. Ho un’amica che parla di tutto con sua madre e non penso che il loro rapporto sia meno rispettoso. Non esiste un unico modo di essere buoni genitori».
Parigi è stata casa per entrambe. Che posto occupa oggi nei vostri affetti?
Laura: «È la mia seconda città adottiva. Sono cresciuta a Grosseto, a 17 anni sono andata a Roma e poi ho vissuto dieci anni a Parigi. Mi ha dato molto, anche professionalmente. L’unica cosa che mi faceva soffrire era il clima: forse per le mie origini siciliane, ho bisogno di un cielo azzurro e alto, mentre lì spesso è basso e grigio».
Eugenia: «Un posto cruciale dove ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Gran parte della mia famiglia era in Italia e così le amicizie sono diventate legami profondissimi, pilastri della mia identità. Sono rapporti che durano ancora, nonostante viva a Roma da tempo. La cultura francese è una radice che ho bisogno di nutrire: leggere romanzi in francese, ritrovare quel mondo… Se lo trascuro troppo a lungo, perdo i riferimenti; quando torno a nutrirmene, mi sembra di rimettere i piedi per terra».
Eugenia, dal 29 ottobre sei al cinema con Alberi erranti di Salvatore Mereu, di cui mi ha colpita un momento: insieme alle tue sorelle cantate Vivo di Andrea Laszlo De Simone, saltando su un letto.
Eugenia: «Adoro quella canzone. Amo il cinema e la musica degli anni ’50 e ’60 e quel brano ha una melodia che mi riporta proprio a quel mondo. Per impararlo, io e Barbara Chichiarelli abbiamo passato giorni a cantarlo senza sosta in macchina, in Sardegna. Alla fine lo sapeva a memoria anche il ragazzo che ci accompagnava sul set».
Anche in Dieci storie pop la musica è protagonista: ogni capitolo è il titolo di un brano di quell’epoca.
Laura: «Volevo restituire l’illusione di quegli anni, non la loro realtà. Gli anni ’60 sono stati anche atroci, quindi non sono certo da rimpiangere sotto questo aspetto. La musica leggera ha qualcosa di particolare: attira e trattiene le nostre emozioni e ricordi. Ascoltiamo un brano e ci torna in mente quella volta che eravamo al mare. È una nostalgia non della realtà, ma di un’illusione».
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