Marta si studia davanti allo specchio. Ha fatto spegnere la luce grande, ha lasciato solo la lampada accesa, quella che illumina il suo viso di profilo di un riverbero giallo.
Tutto intorno è buio, è la sua personale platea.
Si intestardisce a calcare il kohl dentro la palpebra inferiore, e il bianco dell’occhio le si arrossa, venuzze sottili che fanno spiccare il verde, ancora intenso, del suo sguardo.
Si porta al viso l’indice della mano destra, storpiato dall’artrosi, e comincia a tracciare con lentezza una linea dalla tempia verso la mascella. Sfiora le rughe, accanto all’occhio destro, sotto lo zigomo, si ferma all’angolo della bocca.
Da quanto non mette quel rossetto carminio che a lui piaceva tanto?
Le scatole sono arrivate martedì, e da martedì lei non le ha ancora aperte. Sul coperchio della prima, in una grafia che non conosce, qualcuno ha scritto Trovarsi.
Ha ordinato di lasciarle sopra il lungo mobile in fondo al letto, un canterano di foggia Liberty, fatto portare dalla sua vecchia villa: un privilegio che la clinica le ha concesso.
Lascia cadere la mano in grembo, poi la usa per tenere ferma la sinistra, che trema.Quelle mani che in scena sapevano dire tutto adesso non le rispondono più.
Sa che, se ha pazienza, sono ancora capaci di sciogliere un nodo.
Lo spago della prima scatola cede al terzo tentativo.
La notte di Marta Abba e la richiesta dell’università
Ha sete. Prende il bicchiere che l’infermiera ha riempito d’acqua poco prima di augurarle la buonanotte.
Sotto c’è la lettera dell’università americana. “Gentile signora Abba” comincia. Vogliono le lettere di Pirandello e aspettano una risposta entro fine mese. Le hanno promesso che ne avranno cura, che lei farà un gran regalo al mondo accademico. Ha bisogno di riflettere. Le lettere sono infilate in verticale, una stretta all’altra, come libri dentro uno scaffale troppo piccolo.
La carta cambia intestazione: alberghi di Berlino, Parigi, Milano, di nuovo Berlino. Francobolli con il re e con l’aquila. La calligrafia è fitta, inclinata in avanti.Ne sfila una a caso. Non la legge subito. Guarda le parole sulla pagina, i fogli numerati in alto a destra.
Lui non era mai stato capace di scrivere una lettera breve. Lei non aveva mai saputo scriverne una lunga. Legge qualche riga qua e là, saltando da una lettera all’altra.
Racconti di produttori tedeschi che promettono e non mantengono, di un film che non si sa se si farà, di una stanza dove il riscaldamento si spegne alle dieci. E in mezzo, senza preavviso, che senza di lei non riesce a scrivere, che le giornate sono corridoi vuoti, che lei è la sola ragione per cui si alza la mattina.
Ci vuole quasi un’ora per arrivare alla seconda scatola. La mano sinistra torna a tremare e Marta la lascia riposare sul grembo, sopra la coperta, come un animale stanco.
Fuori, sotto la finestra, passa qualcuno che ride. Poi più niente.
Le risposte di Marta Abba e il silenzio dietro le parole
Le buste sono meno, e più sottili.
Riconosce la carta prima ancora della grafia, perché l’ha comprata lei, a pacchi, nelle cartolerie delle città dove la compagnia si fermava.
Sono le sue risposte. Lui le aveva conservate tutte e, dopo, qualcuno gliele aveva restituite.
Ne apre una. Poi un’altra. Poi una terza, con un’impazienza che non sentiva da anni.
“Il teatro di Torino è freddo. Il pubblico ieri era buono. Mia sorella La saluta. Il capocomico di Genova non paga. Ho ricevuto la Sua. Stia bene”.
Legge in fretta, cercando qualcosa. Una frase che somigli a quelle di lui. Una parola sola che rimandi alla tenerezza. Scorre le pagine con il pollice, gira i fogli, guarda perfino il retro.
Non c’è.
Rimette i fogli nella busta, uno per uno, nell’ordine in cui li ha trovati. La lampada ronza. Dalla strada arriva solo silenzio.
In fondo alla scatola, sotto l’ultima busta, c’è un cartoncino. Lo tira fuori con due dita. È ingiallito ai bordi e ha ancora due buchi di puntina in alto.
“La Figliastra” c’è scritto, di suo pugno, in una calligrafia più tonda di quella che ha adesso.
Chi ha svuotato lo studio deve averlo trovato in un cassetto e infilato lì dentro, con le lettere.
Da ragazza, al Teatro d’Arte, a Roma, aveva preso l’abitudine di attaccare sulla porta del camerino un cartoncino con il nome del personaggio.
Le sembrava un atto di rispetto, e anche una specie di gioco serio, come quello che fanno i bambini che fingono di essere qualcun altro. Gli attori ridevano alle sue spalle. Lui no. Lui, la prima sera che aveva visto il cartoncino, era rimasto fermo davanti alla porta e poi le aveva detto che finalmente qualcuno aveva capito.
Solo molti anni dopo, in un’altra casa, Marta si era chiesta cosa avesse capito, esattamente, lei. Che per entrare in scena bisognava sparire. O che lui preferiva così.Adesso prova a ricordarsi come si sentiva, quando scriveva quelle righe. Non ci riesce.
Si ricorda i treni, questo sì: gli orari, i cambi, il freddo dei vagoni di terza. Si ricorda tutto quello di cui scriveva e niente di come stava, come se la ragazza che teneva la penna avesse deciso di sparire dentro i personaggi che interpretava.
Lui le aveva scritto centinaia di lettere. Lei aveva risposto meno della metà delle volte. Una ragazza educata verso un vecchio maestro.
La prima l’aveva scritta in treno, nel marzo del ’29, con Berlino ancora negli occhi. Era partita di mattina. Lui l’aveva accompagnata alla stazione con il cappello in mano e non aveva detto niente, perché tutto quello che aveva da dire glielo aveva già detto per settimane. La famiglia la voleva a casa, i giornali italiani ricamavano, e lei aveva una compagnia da mettere in piedi, un nome da farsi che non fosse soltanto la metà di quello di lui. Mentre il treno scendeva dal Brennero aveva pensato di essere crudele. Poi aveva sentito di essere viva.
Marta posa il foglio. Si accorge di avere il cuore svelto, e non sa dire se di vergogna o di qualcos’altro. Per tutta la vita qualcuno le ha chiesto, in un modo o nell’altro, se lo avesse amato. I giornalisti, gli studiosi, una volta perfino un cameriere, a Cleveland, che aveva letto un articolo. Non ha mai risposto. Adesso lo sa.
Il trionfo a New York
C’è una sera che torna sempre, e torna anche adesso, mentre la lampada ronza piano. New York, l’autunno del ’36.
Il Plymouth Theatre pieno fino all’ultima fila di gente che non sapeva niente di lei, di lui, dell’Italia. Recitava in inglese, con quell’accento che il ruolo le permetteva, una granduchessa russa costretta a fare la cameriera.
E alla fine gli applausi, lunghi, rumorosi, e tutti, tutti per lei.
Ricorda di essersi inchinata e di aver pensato, per la prima volta in 11 anni, che nessuno in quella sala la stava guardando attraverso di lui.
A dicembre, dopo lo spettacolo, qualcuno le aveva portato un telegramma in camerino.
Lo aveva letto in piedi, con il trucco ancora sulla faccia. Era andata in scena la sera dopo, e quella dopo ancora. Nei giorni seguenti era arrivata una lettera, partita da Roma prima della fine. Parlava della distanza, e le diceva di non pensarci.
Quella lettera, l’ultima, sa esattamente dov’è senza bisogno di cercarla. È in fondo alla prima scatola.
Non la tirerà fuori.
Sa che, se consegnerà le lettere, il mondo leggerà ogni riga. Di lui che la implora, e la gente dirà povero uomo, grande uomo; di lei che risponde parlando degli incassi, e qualcuno dirà che era fredda, che era ingrata.
Diranno che lui le ha dato tutto.
Per 50 anni ha tenuto le scatole chiuse per proteggerlo.
Solo stanotte capisce di averlo fatto anche per sé: per proteggere l’immagine della ragazza che lui aveva messo nei suoi drammi, capelli fulvi, occhi di mare.
Una ragazza che forse non è mai esistita, se non sulla carta di lui.
Lui aveva scritto una commedia per lei, la storia di un’attrice che fuori dal palcoscenico non sa più chi è, che prova a essere una donna e si ritrova personaggio.
L’aveva intitolata Trovarsi.
A Napoli, la sera della prima, l’avevano chiamata alla ribalta più volte di quante riuscisse a contarne.
I critici avevano scritto che era la sua consacrazione. Nessuno aveva scritto che quell’attrice smarrita era un ritratto, e che il ritratto non le somigliava.
Nessuno ha mai saputo che scriveva male, che aveva paura dei capocomici che non pagavano, che contava le recite.
Quella ragazza era esistita e non sapeva cosa rispondere a un uomo che le offriva tutto e le chiedeva tutto, e allora raccontava del freddo.
Marta si accorge che quella ragazza le piace. Le piace più dell’altra.
All’alba suona il campanello.
Chiede all’infermiera di turno un foglio e la penna.
La lettera per l’università è di quattro righe.
La firma viene storta, ma si legge lo stesso.
Dopo resta seduta a guardare le scatole. Le verranno a prendere tra qualche settimana, e partiranno per un altro paese, dove qualcuno le leggerà tutte, la sua voce e quella di lui, una accanto all’altra, finalmente intere.
Tutte, anche quella in fondo alla prima scatola. L’ha letta una volta sola, in piedi, nel dicembre del ’36, e non l’ha più riaperta. La leggerà qualcuno in una sala con l’aria condizionata, prendendo appunti, e la conoscerà meglio di lei.
Il cartoncino no. Quello lo tiene. Lo posa sul tavolino, accanto alla lampada, dalla parte in cui è scritto.Sul coperchio della prima scatola c’è ancora la scritta della mano estranea.
Marta la guarda a lungo. Ha dato quel nome alla sua casa tanti anni fa, al ritorno dall’America, credendo di rendergli omaggio.
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