Frances si sporse dalla finestra e vide un uomo con l’accetta, che attraversava lento il prato, trascinandosi dietro un sacco che aveva l’aria di essere molto pesante.
Si fermò davanti al muro, dove un groviglio di rami spogli nascondeva quasi completamente la porta, quella che lei aveva solo immaginato e che ora scopriva esistere davvero.
Frances bevve un sorso di tè nero e si apprestò a uscire per correre dietro all’uomo, mentre la cameriera le ricordava di munirsi del cappello.
Aveva affittato Great Maytham Hall per fermarsi, forse per sempre, eppure il baule più grande era ancora chiuso. Il giardiniere si tolse il berretto quando la vide arrivare.
Buongiorno, signora Burnett
disse Thomas.
«Vi ho visto dalla finestra! Che cosa volete tagliare?» chiese lei, scrutandolo.
Aveva molti più anni di quelli che aveva scorto dall’alto.
Lui indicò una pianta addossata ai mattoni. I tralci, scuri e aggrovigliati, arrivavano fino alla sommità del muro.
«Questo vecchio rosaio. Ci apriamo un passaggio e poi pensiamo al resto».
Frances guardò l’accetta. «Come sapete che è morto?» s’informò.
«Non ho detto che è morto. È cresciuto male» spiegò lui, con aria impaziente.
«Allora lasciatelo».
Thomas abbassò gli occhi verso gli stivaletti di lei, già umidi d’erba.
«Come desiderate, signora, ma…».
Frances alzò il sopracciglio e lui tacque, fino a che Frances gli fece cenno di aprire la porta, cercando di nascondere l’emozione che provava.
L’uomo tirò una volta, poi un’altra, senza riuscire a smuoverlo. Fu necessario usare entrambe le mani e appoggiare una spalla al legno.
Frances entrò dopo di lui, trattenendo il fiato: c’erano erba alta, aiuole senza contorni, un ramo caduto sopra un sentiero.
Era un luogo decisamente trascurato, ma più raccolto del grande parco. Frances avanzò sollevando appena la gonna. Sul bordo di una vasca comparve un pettirosso, che con sua grande sorpresa la fissò e non fuggì, anzi saltò a terra e beccò qualcosa tra le foglie. Frances si fermò per non spaventarlo.
Tu almeno sai che cosa fare
gli disse. Rimase ancora un po’ a osservare il giardino, chiese informazioni al giardiniere su quali piante andassero tagliate e quali salvate, poi rientrò in camera.
C’era una lettera di Vivian. Suo figlio raccontava piccole cose, incontri, programmi. Le aveva chiesto quando sarebbe tornata in America.
Frances aveva cominciato a rispondere tre volte e tre volte aveva lasciato il foglio a metà. Non era difficile scrivere, anzi: era il lavoro che l’aveva sostenuta quando i soldi mancavano e che le aveva dato case, abiti, libertà.
Era rispondere a quella domanda che proprio le risultava impossibile.
Quando sarebbe tornata? E dove?
Da quando Lionel, l’altro figlio, era morto, ogni partenza le aveva promesso un sollievo che durava quanto il viaggio.
All’arrivo ritrovava sempre la stessa assenza e a volte, entrando in una stanza, pensava ancora di dover chiamare entrambi i figli.
Poi ricordava: otto anni non avevano cancellato quell’istante.
Aprì un cassetto e prese una fotografia.
Il suo ragazzo aveva sempre avuto quella risata cristallina, che ora faticava a ricordare.
Perché la memoria le restituiva tanto spesso gli ultimi giorni e così raramente quella risata?
Non so quando tornerò, scrisse. Poi ripose penna e calamaio e sospirò, avvolta dall’inquietudine di chi non sa cosa sta aspettando, ma sente forte la miseria dell’attesa.
Rimise la fotografia nel cassetto e tornò alla finestra. L’uomo con l’accetta stava lavorando dall’altra parte del prato. Lo chiamò e lui si presentò di nuovo sulla soglia con il berretto fra le mani.
Ci tengo davvero a questo giardino
mormorò lei, ben consapevole che non stesse parlando solo di fiori.
Thomas fece un piccolo gesto, come per scacciare una mosca. «Ci sono persone che vogliono tagliare tutto. Voi volete tenere tutto. Si comincia sempre così».
Frances sorrise. «E voi come comincereste?» gli domandò.
«Un pezzetto di terra alla volta. Domani mattina, per esempio».
Frances non se lo fece ripetere due volte: all’alba, raggiunse Thomas nel giardino. Aveva scelto un abito semplice, ma Thomas le consigliò di togliersi i guanti chiari. «Quelli non li recuperate più, fidatevi».
Gliene porse un paio da lavoro. Erano troppo grandi e odoravano di terra. Frances li infilò senza protestare. Si chinò accanto a lui e lo osservò mentre scostava le foglie alla base del rosaio, poi incideva leggermente la corteccia di un ramo con un coltellino. Sotto il marrone apparve una linea verde.
«Questo lo teniamo». Passò a un altro tralcio: il legno era secco e si spezzò subito. «Questo invece va tolto».
Frances trattenne il polso dell’uomo prima che aprisse le cesoie. Non aveva pensato di farlo.
«Se lasciamo tutto com’è, i rami buoni non hanno spazio» spiegò Thomas, paziente.
A lei piangeva il cuore, ma lasciò la presa. Avrebbe voluto spiegargli che non era questione di rose.
«Fate voi» mormorò. Al primo taglio si voltò, mentre al secondo riuscì a restare a guardare.
Nei giorni successivi il giardino cambiò poco alla volta: ricomparve un tratto di sentiero, poi il bordo di un’aiuola. Frances imparò dove mettere i piedi e dove l’acqua rimaneva dopo la pioggia.
Una mattina portò una sedia, aspettando il pettirosso, che arrivava spesso a controllare il lavoro. Aspettava che Thomas smuovesse la terra, poi si avvicinava con una sicurezza che divertiva Frances.
«È lui il padrone» disse il giardiniere. «Mi domando se approvi le modifiche».
«Finché gli procuriamo il pranzo, direi di sì» rispose Frances, ridendo.
Quella sera riprese la lettera per Vivian e si lasciò andare a raccontargli del giardino, delle scarpe rovinate, di un uccello che sembrava essersi assunto il compito di sorvegliarla.
Gli domandò del suo lavoro e alla fine scrisse che le avrebbe fatto piacere averlo lì, quando avesse potuto.
Poi piegò il foglio prima di trovare una ragione per cancellarla: ogni tralcio di vita all’infuori di Lionel le pareva un insulto.
Un pomeriggio Thomas arrivò con una bambina. Aveva due trecce sottili e stringeva una scatola di latta.
«Mia nipote Alice. Sua madre oggi lavora. Se disturba, la mando in cucina» si affrettò a dire il giardiniere. «Non disturba» rispose lei, troppo in fretta.
Che cosa tieni lì dentro?
Alice aprì la scatola: c’erano un bottone azzurro, un pezzo di nastro e tre sassolini. «Cose belle» disse la piccola.
Frances si chinò per osservare meglio. «Questo è davvero un bel bottone».
«Era sul vestito della mamma. Mi ha detto che posso tenerlo».
Durante il lavoro Alice rimase accanto alla sedia. Faceva domande che avrebbe potuto fare Lionel e che glielo ricordavano a ogni frase, ma era impossibile resisterle: perché quel ramo si tagliava e l’altro no? Perché gli uccelli non avevano scarpe? Chi aveva chiuso il giardino?
«Non lo so» disse Frances. «Magari aveva perso la chiave, il proprietario. Non voleva davvero chiuderlo».
«Io l’avrei cercata, la chiave» protestò Alice.
Frances, di nuovo, si chiese se stessero parlando di giardini.
La bambina si sedette sul gradino e rovesciò i suoi tesori in grembo. Posò un sassolino sul davanzale.
«Così domani so dove ritrovarlo».
Frances sentì un dolore improvviso, tanto netto da toglierle il fiato. Anche Lionel era stato così, piccolo, anche lui aveva riempito le tasche di oggetti che agli adulti sembravano inutili. Si alzò troppo in fretta e rovesciò un poco di tè.
«Vi siete bruciata?» chiese Alice.
«No, cara» la rassicurò. Ma dovette rientrare in casa, per non scoppiare a piangere davanti a lei.
Il mattino dopo rimase alla scrivania: il cielo era coperto, avrebbe piovuto, lei aveva lettere da scrivere, pagine da correggere e le sembrava perfettamente ragionevole non uscire.
A metà mattina sentì bussare. La cameriera le porse un piattino con sopra il sassolino bianco.
L’ha portato la bambina, signora.
Dice che è un prestito».
Frances lo prese, sentì che era appena tiepido, era stato tenuto in una mano da poco.
«Un prestito?».
«Vuole che glielo restituiate quando tornate in giardino».
La cameriera uscì senza fare domande e Frances rimase con il sasso nel palmo e gli occhi pieni di lacrime.
Pianse senza tentare di fermarsi, seduta davanti alle pagine che avrebbe dovuto correggere.
Quando si alzò, era quasi mezzogiorno.
Aprì il cassetto della fotografia e questa volta non la rimise via subito.
Le trovò un posto sulla scrivania, accanto alla lettera di Vivian.
Poi prese lo scialle e uscì, anche se minacciava ancora pioggia.
Alice era in ginocchio vicino a Thomas. Stavano mettendo a dimora una pianta e la bambina teneva le radici con un’attenzione solenne.
Vi ho riportato il vostro tesoro
disse Frances.
Alice si alzò e le corse incontro. Riprese il sassolino, poi esitò. «Potete tenerlo ancora, se vi serve».
Frances si abbassò fino a guardarla negli occhi. «Vorrei aiutarti a piantare. Posso?».
La bambina annuì e le fece posto.
Thomas spiegò dove premere la terra e Frances seguì le istruzioni.
Si sporcò i polsi, sentì l’umidità passare attraverso i guanti e pensò che Lionel avrebbe riso nel vederla così.
Questa volta riuscì a sentirla, la sua risata. Rimase lì ancora un poco, anche quando Thomas e Alice si allontanarono.
Il pettirosso scese sul sentiero.
Oltre il muro qualcuno la chiamò per il pranzo.
Arrivo!
rispose.
Prima di uscire guardò la porta: la bambina e la chiave perduta le tornarono in mente. Non c’era ancora una storia, soltanto una domanda e il desiderio di seguirla.
Rientrando, Frances lasciò aperta la porta di quello che sarebbe diventato il suo Giardino Segreto.
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