L’appartamento di Stefania è al secondo piano e gli scalini sono alti. Conto ogni volta che alzo le gambe e piego le ginocchia. Inganno l’ansia che mi assale quando so di non avere scampo. E oggi non ce l’ho.
Le due donne che salgono le scale dietro di me hanno fretta. Colpa mia che sono arrivata in ritardo al nostro appuntamento. Manca l’ultima rampa. Estraggo il cellulare per distrarmi: apro Facebook e leggo il primo post che mi capita. Sposta l’attenzione, inganna l’ansia, mi suggerisce sempre la psicologa.
Finalmente il pianerottolo si spalanca sotto le suole dei miei mocassini. Mi volto di lato, rallento e sorrido alle due donne, sollevata che il peggio sia passato visto che non mi si è scatenata la tachicardia. Loro mi affiancano e mi superano: hanno fretta di visitare l’appartamento.
«Speriamo che la porta si apra» dice la donna con i capelli corti all’altra con la pelliccia sintetica e una chioma di riccioli che le copre le spalle.
Come darle torto? Se siamo entrate nel palazzo è grazie alla gentilezza della signora del terzo piano, a cui la donna con i capelli corti ha citofonato dopo che per tre volte ho provato ad aprire il portone senza riuscirci.
La porta che non si apre
«Di massello e blindata» dico riferendomi alla porta dell’appartamento davanti cui sostiamo tutte e tre.
Ho scelto la chiave con la copertura in silicone arancio e la inserisco nella serratura posta in alto. Entra ma non ruota verso destra, la spingo verso sinistra, ma la chiave si oppone.
«Ho sbagliato colore» dico accennando un sorriso immotivato mentre afferro con le dita molli la chiave con la copertura gialla.
La inserisco e prego che la serratura scatti. Ma anche questa chiave resta immobile, conficcata dentro la serratura.
«La proprietaria non deve aver chiuso la serratura alta» mi giustifico, ma più di un dubbio inizia a gonfiarmi lo stomaco dopo che neppure il portone si è aperto.
Ma le due donne non rispondono. Le ascolto spostare il peso prima su un piede e poi sull’altro. Movimenti minimi che segnano un’attesa sempre meno paziente.
Afferro la chiave lunga, l’ultima, quella su cui si annidano tutte le mie speranze. La avvicino con lentezza alla serratura posta in basso, timorosa che mi possa tradire pure quella. Non entra e i battiti prendono a ballare, ma non posso appellarmi a qualcosa che mi distragga.
Il mazzo di chiavi sbagliato
Capovolgo la chiave per un ultimo tentativo. Mi immagino i denti della chiave che spingono i perni permettendo al cilindro di girare. Ma la chiave non vuole saperne di entrare nella serratura. Appoggio la mano sul pomolo, ho bisogno di aggrapparmi. Sento un peso sulle spalle, l’ansia che mi grava.
Sono tre giorni che non prendo la pasticca. Da domenica mattina, da quando sono rientrata da Fiumicino per accompagnare mio marito. Dannata la pasticca e tutto il resto! Allargo l’addome spingendo l’aria dentro e prego che non mi parta la tachicardia. Per alleggerirmi deposito la borsa sul pomolo.
«A chi suono questa volta?» la donna con i capelli corti ironizza.
Io ascolto la mia pelle arrossarsi, accenno un sorriso, sono preoccupata dei battiti. Non li conto come ho contato gli scalini, perché gli scalini sono in un numero finito, i battiti no.
«Ho sbagliato mazzo di chiavi» dico appoggiando la schiena alla porta.
Se potessi la aprirei a spallate, ma non ho la forza sufficiente. Le due donne non rispondono.
La promessa di tornare in pochi minuti
«In pochi minuti ritorno con le chiavi giuste, mi aspettate qui?» mento sapendo che non tornerò prima di mezz’ora, ma so che Stefania ha bisogno di soldi e si fida di mio marito.
Sono io che ogni volta ci casco, non mi dovrei fidare di lui e anche oggi davanti a questa dannata porta ho le prove che non mi sbaglio.
«Qui?» chiede la donna con i capelli corti allargando le braccia.
«Sì, così non prendete freddo».
Mi illudo che se restano lì non perdo l’appuntamento né devo spiegare a Stefania che mio marito non è la persona affidabile che lei si figura, ma che è invece un gran confusionario.
«Ti aspettiamo» mi risponde la donna incellofanata nella pelliccia sintetica, pelle bianca trasparente e labbra gonfie colorate di rosso.
Le sorrido e mi stacco dalla porta. Con due passi lunghi copro il pianerottolo e corro sui primi gradini della scala.
La fretta e il timore della tachicardia
Adesso mi sento leggera. In fondo alla rampa ascolto i battiti che si rincorrono dentro il petto e mi rimbombano in testa. Maledico gli ultimi tre giorni in cui non ho preso la pasticca. L’insonnia mi ha restituito al giorno confusa, opaca. Per questo non l’ho ingerita, me ne sono dimenticata, ma adesso ho il terrore dei battiti e dell’esplosione di una tachicardia.
Apro il portone, allungo il passo, ma i battiti mi esplodono dentro. Dovrei sedermi, fermarmi, ma non ho tempo. Penso a Stefania. Al suo appartamento sfitto da un anno. A quella visita attesa che lei ha chiesto a mio marito di fare al posto suo.
Rallento perché il diaframma mi si irrigidisce solo a nominarlo. Lui invece sorriderebbe. Non temerebbe di non trovarle lì, anzi le farebbe pure aspettare testando il loro reale interesse. Non si sentirebbe in colpa con Stefania. No, lui no. Io sì.
Le indicazioni di mio marito
«Prendi il mazzo con le chiavi colorate, l’unico che è sopra la mensola» mi ha detto mio marito.
«Ce ne sono almeno tre di mazzi di chiavi sopra la mensola» ho obiettato e con le mani li ho sfiorati.
Risate di sottofondo hanno coperto alcune sue parole e già avrei dovuto allarmarmi della poca attenzione prestata nel darmi le indicazioni, ma non l’ho fatto.
«È facile, è quello con la chiave lunga» ha detto lui mentre io osservavo i mazzi di chiavi e optavo per l’unico con la chiave lunga, fidandomi.
«Non puoi sbagliare» ha aggiunto e le risate si sono fatte più corpose intorno a lui.
Tra noi due se c’è una persona che sbaglia o che fa sbagliare gli altri sei proprio tu, gli vorrei urlare adesso al telefono, non fosse che è a Palawan, comodamente sistemato in una capanna di lusso in riva al mare, impegnato a festeggiare il matrimonio del suo capo filippino.
Respiro e cammino con lo sguardo che sbircia Facebook a caso. Inganno l’ansia e mi prometto, appena entrerò in casa, di intascare tutti i mazzi di chiavi sopra la mensola, ma soprattutto di ingoiare 30 gocce di Lexotan. Già me la figuro la boccetta di Lexotan e sento le gocce che mi scivolano sopra e sotto la lingua.
Il portone del palazzo è spalancato.
Settantacinque scalini per tornare a casa
Mancano 75 scalini alla porta di casa. Respiro e continuo a figurarmi la boccetta di Lexotan. Mi aiuta. Allargo la pancia facendo entrare aria e sollevo le gambe. Conto gli scalini. Mi distraggo con il cellulare.
Al 40° scalino mi fermo. Mi tremano le gambe. Riconosco l’ansia che si impossessa degli arti inferiori. Li rende molli e me li restituisce incerti. Riparto. Respiro. Controllo l’ora. Ho impiegato 20 minuti.
Mi immagino le due donne in attesa in piedi sul pianerottolo davanti alla porta dell’appartamento di Stefania. Con le gocce di Lexotan, mi dico che riuscirò a correre per tornare indietro.
Mancano solo due rampe di scale, vedo la porta di casa. Anche la nostra è di massello marrone ed è pure lei blindata. Salgo gli ultimi tre scalini e mi tocco la spalla per allargare i lacci della borsa e prendere le chiavi.
La spalla è vuota. Tocco l’altra spalla. Vuota pure l’altra.
La borsa rimasta sul pomolo
Vedo il pomolo della porta blindata di casa di Stefania. Un pomolo più grosso del nostro. Vedo anche la mia borsa appoggiata sul pomolo. Che ho lasciato lì per la fretta.
Immobile davanti alla mia porta di casa, penso alle chiavi colorate dell’appartamento di Stefania. Alla mensola nell’ingresso su cui sono poggiate. Alle gocce di Lexotan che mi aspettano in bagno. Alle chiavi che non ho né per entrare in casa mia né per entrare in casa di Stefania.
Non ascolto più i battiti. Non sento le gambe, che mi paiono due elastici allentati. Mi chiedo perché continuo a fidarmi di mio marito.
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