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Io sono qui!

Che cos’è la scrittura? Se lo domanda Bianca davanti al romanzo che dovrebbe terminare ma su cui arranca. La risposta, inaspettata, arriva da una giovane donna di nome Awa

Il cursore è un trattino lampeggiante sul monitor che mi buca il cervello come un chiodo fisso. Una pulsazione elettronica, regolare, spietata. Sembra dirmi: «Allora, ti decidi?».

«Vai tu a capo» rispondo mentalmente mentre la rabbia comincia a salire, calda e fastidiosa come un eritema. Mi accendo la terza sigaretta della mattina, getto l’accendino sulla scrivania di mogano e sputo fuori il fumo come una sfida alla pagina bianca. Sono in piedi dall’alba e alle dieci non ho ancora scritto una parola che valga la pena di essere riletta. A dirla tutta, sono tre mesi che non riesco a buttare giù qualcosa di decente. Le parole mi affollano il cervello in una matassa aggrovigliata di cui non riesco più a trovare il filo. Gli aggettivi s’incastrano nella testa, accavallandosi l’uno sull’altro; le metafore barocche che metto sul foglio servono solo a ricordarmi quanto sono brava. Ma la verità è che non ho più nulla da dire, nessuna verità da raccontare. Il rumore della vita vera mi sfugge, così come il senso profondo delle parole. Rimane solo la frustrazione del mio ego che sta andando in pezzi sotto i colpi di un silenzio assordante.

Sono single, ho 50 anni e un’onorata carriera da scrittrice con cui ho vinto premi che ora prendono polvere sulla mensola. Vivo in una casa spaziosa in pieno centro, con soffitti a cassettoni e un parquet lucidissimo che sembra scricchiolare a ogni passo sotto il peso della mia solitudine. Le pareti sono piene di quadri che non guardo più e la mia agenda è un deserto di impegni formali a cui manco con crescente sollievo. Ogni lunedì ricevo la telefonata della mia agente. Il rito è sempre lo stesso: «Bianca, allora questo libro? Abbiamo una deadline. I librai aspettano». La immagino nel suo ufficio asettico mentre si sistema gli occhiali sul naso con un gesto nervoso. Ma io so che i librai non aspettano me. Sono troppo impegnati a liberare spazio per l’ultimo caso letterario della 25enne di turno, quella con la faccia giusta e la prosa cinica uscita da qualche scuola di scrittura prestigiosa. È una consapevolezza che mi toglie il respiro, che mi fa mancare la terra sotto i piedi.

Una sera, osservando la mia libreria straripante, provo una nausea improvvisa. Migliaia di pagine, milioni di parole, eppure non ne trovo una che sappia di sudore o di vita. Apro Google sul cellulare. Le dita tremano mentre digito: “volontariato migranti integrazione”. Cerco uno sprazzo che mi faccia sentire ancora viva, un senso nuovo per quelle parole che per me sono diventate gusci vuoti. L’indomani chiamo una cooperativa sociale. Risponde un ragazzo dalla voce esausta. «Siamo in periferia estrema, due fermate di autobus dopo la metro. Porti dei pennarelli, i nostri sono tutti secchi» dice prima di riattaccare.

Il viaggio in metropolitana è lungo. Man mano che le fermate passano, il paesaggio cambia. I palazzi storici lasciano il posto a casermoni di cemento, la luce sembra farsi più dura. Mi sento fuori posto con il mio cappotto di cachemire e la borsa di pelle firmata. L’edificio della cooperativa è stretto tra un benzinaio e un discount. All’interno, l’aria sa di candeggina, caffè e racconti che vengono da terre lontane. Le pareti sono coperte di disegni infantili e avvisi in lingue che non so decifrare. Lungo il corridoio si aprono piccole aule luminose.

«Lei è Awa» dice l’operatore indicandomi una ragazza seduta in fondo a una stanza piccola e spoglia. Awa è persa in una felpa grigia troppo grande. Ha la pelle del colore della terra bruciata e tiene gli occhi bassi, fissi su un quaderno a quadretti intonso. Ai suoi piedi, su un tappetino di gomma con i bordi consumati, c’è una bambina piccola, avrà due anni. Ha le treccine strette da elastici gialli e gioca con un tappo di plastica, facendolo scivolare sul pavimento come se fosse una macchinina. «Si chiama Akissi» aggiunge lui con un sorriso veloce prima di lasciarci sole. Awa s’irrigidisce, ritira le mani dentro le maniche della felpa fino a far sparire le dita. Mi guarda con uno sguardo opaco, un velo che nasconde un altrove che non posso nemmeno immaginare. “Tu chi sei? Cosa vuoi da me?” sembra chiedermi in silenzio. Mi sento ridicola. Mi sento come una che si presenta in pizzeria con un vestito da gran sera. Mi siedo di fronte a lei, tiro fuori una penna e gliela offro. Awa la osserva per lunghi secondi, quasi fosse un oggetto magico o una trappola. Poi la prende, stringendola forte nel pugno, come s’impugna un coltello.

Traccio una “a” sul mio foglio. Apro bene la bocca, scandisco il suono, lascio che la vibrazione occupi lo spazio tra noi. Lei ascolta, ma rimane muta. Ripeto la lettera.

Awa si porta una mano alla gola, preme leggermente come per dirmi che il suono non esce, che è rimasto incastrato lì dentro, tra i ricordi che non vuole dire. Forse la sua voce si è persa tra la Libia e Lampedusa. Allora le prendo la mano. È ruvida, callosa. La guido sul foglio e insieme disegniamo un cerchio perfetto. Una “o”. Quando il segno si chiude, Awa emette un sospiro che sembra un lamento di sollievo. Indica la lampadina nuda che pende dal soffitto e sussurra: «O». La luce.

Akissi, sentendo la voce della madre, batte felice le manine.

In quel momento, le mie nevrosi da scrittrice mi sembrano capricci osceni.

Nelle settimane successive, il nostro rito si ripete. Imparo a conoscere i silenzi di Awa. Impariamo i nomi delle cose: sedia, tavolo, penna, pioggia. Spesso, dopo la lezione, le accompagno alla fermata dell’autobus. Awa guarda la città con circospezione, tiene Akissi stretta per mano come se temesse di perderla tra la folla che corre senza guardare in faccia nessuno. Per lei i cartelloni pubblicitari che promettono felicità a rate sono solo macchie di colore indecifrabili. Una volta si ferma davanti alla vetrina di un panificio artigianale. C’è un profumo di lievito che riempie la strada. Mi indica un cesto di pagnotte dorate e dice: «Buono». Non le importa dello sconto o del prezzo al chilo. Le importa la sostanza della cosa che nutre, la forza che quel pane darà ad Akissi.

Un giorno m’invita a casa sua. Vive in un bilocale della cooperativa pulito e spoglio. Tira fuori focaccine ancora calde. Ne spezza una e me ne offre metà. È un rito antico, sacro. «Pa-ne» dice con orgoglio. Poi indica se stessa, me e sorride. È la prima volta che vedo i suoi denti bianchissimi. Mangiamo in silenzio e capisco cosa significhi condividere.

Il momento di rottura arriva alla terza settimana. Disegno delle onde sulla lavagna con un gesso bianco. «“M” come mare» dico con la leggerezza di chi il mare lo ha sempre vissuto come un panorama da cartolina o una vacanza. Awa si blocca. La matita le cade dalle dita e rimbalza sul tavolo con un rumore secco. Sgrana gli occhi, si copre le orecchie e inizia a dondolare il busto. Con uno scatto attira Akissi a sé, premendole la testa contro le ginocchia, come per proteggerla da un’onda invisibile. Si alza bruscamente, va verso una piantina moribonda sul davanzale e affonda le dita nella terra secca. Mi guarda con una severità che mi fa rabbrividire: «Terra» dice. C’è tutta la sua verità in quel suono. La terra è dove non si annega. La terra è il futuro. Il mare è solo assenza, morte, buio. Quella sera, nel mio appartamento silenzioso, non accendo le luci. Mi siedo davanti al computer e guardo le centinaia di pagine del mio “grande romanzo”. Paragrafi densi, aggettivi ricercati, una prosa che puzza di finto. Cancello tutto. Comincio a scrivere la storia di una donna che ha perso la voce per non bere l’acqua salata del mare e annegare. Uso frasi brevi. Tolgo ogni fronzolo. Scrivo: fame, freddo, buio, terra. Decido che mi affiderò ad Awa. Sarà lei a guidarmi al cuore delle parole.

Le mie giornate hanno un nuovo ritmo. Non aspetto più la telefonata della mia agente, ma il mercoledì pomeriggio. Quando Awa riesce finalmente a scrivere la parola “lavoro”, festeggiamo con un tè al bar dell’angolo. Lei sta cambiando: la schiena è dritta, le felpe grigie sono state sostituite da tuniche dai colori vibranti che sfidano la nebbia della periferia. Un pomeriggio mi porge un foglio stropicciato. Lo ha scritto a casa, forse di notte, rubando tempo al riposo dopo una giornata passata a pulire uffici o a stirare. Al centro, in stampatello incerto ma fiero, c’è scritto: “IO SONO QUI”. E sotto, più piccolo: “AKISSI”. È la frase più potente che io abbia mai letto in 30 anni di carriera.

«Io… Bianca… qui», dice lei, picchiando l’indice sul proprio petto. Le prendo le mani e questa volta non le sento rigide: sono quelle di una donna che ha deciso di esistere. In quella stanzetta, siamo diventate specchi. Io le ho dato l’alfabeto per abitare il mondo, lei mi ha ridato il coraggio di guardarlo senza filtri.

Il lunedì successivo porto le nuove bozze in ufficio. La mia agente, una donna che misura il successo in copie vendute, legge in silenzio. Passano minuti infiniti: «Bianca, ma cosa ti è successo? È uno stile nudo, quasi scarso. Sei sicura? L’editore si aspetta la tua solita prosa ricercata». Guardo quelle pagine. Hanno respiro. Hanno spazio per il dolore e la speranza.

«Sì» dico. «È il primo libro onesto della mia vita».

Oggi il libro è stato pubblicato, ma io non controllo più le classifiche. La mia vita è altrove. Awa ha trovato lavoro in una sartoria. Sa leggere le etichette delle stoffe e scrive i nomi dei clienti con una grafia che diventa ogni giorno più aggraziata. Sa scrivere seta, lana, riparazione. Ogni tanto ci vediamo per un caffè. Akissi ormai corre tra i tavolini e ride forte. L’ultima parola che Awa ha imparato è “speranza”. La traccia lentamente sul tavolo del bar con il dito bagnato di condensa. Mi guarda e sorride: «Difficile da scrivere» ammette, «ma buona da dire».

Sulla mia scrivania, sotto lo schermo del computer, tengo quel pezzetto di carta stropicciato: “IO SONO QUI”. È la mia bussola. Mi ricorda che la scrittura non serve a riempire i vuoti dell’anima. Serve a lasciare un segno, a gridare che siamo passati di qua, che abbiamo lottato per imparare il nome del mondo e che, nonostante il mare scuro e la paura, alla fine siamo sopravvissuti. Siamo qui. E ora sappiamo finalmente come dirlo.

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