Era primavera. C’era il sole, le rondini erano puntini neri liberi in un cielo sempre azzurro, i colori scoppiavano in tutta la loro intensità e l’aria profumava di libertà, di calore, di buono, di fiori, di rinascita. Ma era primavera soltanto fuori. Dentro di me, un inarrestabile inverno mi teneva come in ostaggio, in un letargo di gioie e sentimenti dal quale non riuscivo più a svegliarmi.
Mauro si era preso tutto. Il mio corpo, i miei pensieri, il mio tempo, le mie stanze, le mie lenzuola. E poi se n’era andato, lasciandomi sola con la mia disillusione, in mano i cocci di una vita che non potevo più rimettere insieme.
Che sarebbe finita così lo sapevo fin dall’inizio.
Mauro era sposato, aveva due figli, un lavoro che lo teneva spesso fuori casa e che gli aveva permesso di conoscere me, la tirocinante fresca di laurea nell’azienda di suo padre.
Mi corteggiò fin dal primo momento.
Ero giovane. Credevo che la vita non potesse far altro che sorridermi. Davanti a me c’era solo la possibilità di realizzare quel che volevo.
E Mauro io lo volevo.
L’ho fatto entrare nei miei giorni di ventiseienne con l’energia e l’allegria di una ragazzina. Non m’importava se a quattro ore di macchina da me c’erano un’altra casa, un’altra donna, un’altra vita, una vita che non aveva spazio per me, una realtà in cui io non potevo (non dovevo) esistere.
Mauro era mio. E io ero di Mauro.
Lo sono stata per quattro anni.
Poi, all’improvviso, si stancò di me. Degli sprazzi di vita che fino a quel momento aveva condiviso con me. E se ne andò dalle mie stanze, dalle mie lenzuola, dal mio tempo. Ma non dai miei pensieri. Là, tra inestricabili labirinti, Mauro rimase ancora e ancora e ancora. Era nelle mie lacrime, era nelle mie notti insonni, era nel senso di vuoto che sentivo quando tornavo a casa da un impiego che detestavo ma che avevo dovuto accettare una volta lasciata la sua azienda. Perché l’idea di non poterlo più avere e di continuare a lavorare ancora per lui era inaccettabile.
Due mesi dopo la nostra rottura, accadde quel che mai avrei pensato potesse accadere.
E fu allora che incontrai Vita.
Non era quello il suo vero nome.
Quale fosse, il suo nome prima d’incontrare me, non lo saprò mai. Della sua vita prima di me, di chi fosse stata, quali volti e quali cieli avesse visto e amato, non l’ho mai saputo.
Stavo percorrendo una strada provinciale. Alla radio, i Queen mi tenevano compagnia e nello stordimento che la musica a volte dà io cercavo una via d’uscita al dolore che provavo per quel che avevo scoperto.
Ero incinta.
Mauro se n’era andato, eppure aveva lasciato dentro di me un pezzo di lui così grande da togliermi il fiato e il sonno.
Quando glielo dissi, una mattina al telefono, fu lapidario.
Di quel bambino non gl’importava nulla.
E furono altre lacrime, e furono altre notti insonni.
Poi, una mattina, decisi che mai più Mauro avrebbe controllato i miei sentimenti, che mai più gli avrei permesso di tenermi in pugno con un amore che solo io provavo. Quel bambino non sarebbe mai nato.
Era maggio e quel giorno era proprio là che stavo andando, a eliminare definitivamente Mauro e quel che di lui ancora dentro di me viveva, quando vidi un cane sbucare all’improvviso. Fradicio, sporco di fango, leggermente claudicante.
Gli occhi di quel cane incontrarono i miei e fu come se nella sua solitudine io avessi visto anche la mia.
Non ci pensai neanche un attimo. Accostai, scesi giù dalla macchina e gli andai incontro. Il cane alzò lo sguardo su di me, i suoi occhioni scuri, buoni e profondi mi guardarono supplichevoli. Era una femmina.
«Vieni qui, piccola» le sussurrai, allungando una mano per farmi odorare, in modo da istaurare un primo contatto.
La cagnetta, in un primo momento sulla difensiva, mi fiutò, poi si mise seduta ai miei piedi.
Le accarezzai la testolina. Era sporca e tremava, forse per il freddo, forse per la paura, forse per una vita che le aveva sorriso davvero poco.
Come aveva fatto con me.
Senza riflettere, aprii in fretta lo sportello posteriore dell’auto.
«Salta su» le dissi.
Non se lo fece ripetere due volte. Nonostante la leggera zoppia, salì su con un balzo, e lasciai che si accucciasse comoda sul sedile, non curandomi del lerciume che aveva addosso né del forte olezzo che per chissà quanto tempo sarebbe rimasto nell’abitacolo.
«Andiamo subito dal dottore, cucciola» le dissi ingranando la marcia.
Avrei dovuto svoltare a destra. La clinica presso cui avrei eliminato Mauro dalla mia vita era sulla destra. Invece, con la cagnetta accucciata, tremante ma fiduciosa alle mie spalle, svoltai a sinistra.
«Ha una leggera contusione a una zampa, niente di preoccupante. È un Setter Inglese femmina di circa un anno privo di microchip. Le sue condizioni di salute sono ottime, niente pulci né zecche ed è già sterilizzato. Probabilmente, si tratta del gentile lascito di un cacciatore dal cuore striminzito. I Setter sono cani da caccia, ma capita che alcuni esemplari non siano adatti e per questo vengono poi spesso abbandonati da persone senza scrupoli».
Il veterinario si prese cura della bestiola come se fosse stata una bambina bisognosa di cure e di affetto, pulendo il pelo lercio (ora finalmente del suo colore, bianco e nero) e visitandola attentamente.
«Conosce qualcuno che possa volerla?» gli chiesi.
Non avevo mai avuto un cane.
E poi, in quel preciso momento, la mia vita era così ingarbugliata che non potevo neanche considerare l’idea di tenere la cagnetta con me. Guardai l’orologio: mancava mezz’ora all’appuntamento in clinica.
Il veterinario fece spallucce: «Potrei mettere un annuncio qui in bacheca. Ma nel frattempo questa bestiola non può tornare in strada, ha urgente bisogno di uno stallo. Lei, signorina, non è per caso disponibile? Finché qualcuno si farà avanti per l’adozione, intendo».
La cagnetta sollevò la testolina e mi guardò: “Per favore…” sembrarono dire i suoi occhioni nocciola.
Annuii. Diedi il mio contatto telefonico al veterinario, che mi promise di chiamarmi appena qualcuno si fosse fatto avanti per la cucciola.
«Non se ne pentirà, mi creda. I Setter sono cani dolcissimi. Venga con me, le do un paio di ciotole, un guinzaglio e qualche crocchetta, giusto per qualche giorno… Tengo sempre queste cose da parte per le emergenze. La ricontatterò per gli esiti degli esami ematici e in quell’occasione ricontrollerò la piccola».
Quando fu il momento di saldare il conto, il veterinario alzò le mani in alto e mi sorrise.
«Non voglio nulla. Chi salva una vita, salva il mondo intero. E lei, signorina, fermandosi a raccogliere questa piccolina dalla strada ha salvato un pezzettino di questo nostro triste mondo…».
Lo ringraziai.
La cagnetta salì di nuovo in auto, come se quella fosse stata sua da sempre. Sul cruscotto, l’orologio segnava per me un tempo ormai scaduto.
E Mauro ritornò nella mia mente. E con lui, quel che di lui tenevo ancora dentro.
“Domani fisserò un altro appuntamento” pensai tra me e me.
Perché era davvero quello che volevo.
Solo sbarazzandomi del bambino avrei finalmente cancellato ogni traccia del passaggio di Mauro nella mia vita.
Ma una volta a casa, accadde qualcosa. Qualcosa di così magico e profondo e misterioso che le parole per descriverlo, forse, neanche esistono.
Mi misi a sedere sul divano, le gambe incrociate, la testa all’indietro sullo schienale.
Ero stanca. Triste. Confusa.
C’era qualcosa dentro di me che mi teneva in ansia, come in allarme.
La cagnetta intercettò il mio stato d’animo e con un balzo salì sul divano.
«Ehi» le dissi indispettita. «Chi ti ha dato il permesso?».
Ma lei aveva già capito tutto, prima ancora che io potessi anche solo pensarlo.
Poggiò una zampa sul mio ventre e mi guardò.
“Non farlo” mi dissero i suoi occhi. Che avevano vissuto l’abbandono, come me. Che avevano amato senza essere ricambiati, come me. Che avevano vagato nella solitudine, come me. Che avevano fame e sete di amore, come me.
Scoppiai a piangere.
Con la zampa ferma sul mio ventre che nascondeva ancora tutta la vita che c’era dentro, la cagnetta mi leccò le lacrime. Quando i miei singhiozzi cessarono, mi guardò un’altra volta e in quel suo sguardo vidi per la prima volta tutta la vita che avrei potuto vivere.
«Vita…» le sussurrai, poggiando la mia testa sulla sua. «Non c’è altro nome possibile, per te».
La cagnetta poggiò la sua testolina sulla mia spalla.
Finalmente, mi sentii in pace.
Nessuno chiamò per adottarla.
Quando la riportai per un successivo controllo, dissi al veterinario di togliere l’annuncio in bacheca e di procedere con il microchip e la registrazione.
«Starà con me» gli dissi. «Insieme, io e lei, ricominceremo da capo».
Vita fu per me compagna e amica, sorella e sostegno.
Più la mia pancia cresceva, più si faceva con me protettiva, seguendomi ovunque.
Era la mia ombra.
Dove c’ero io, c’era Vita.
Con la sua sola presenza silenziosa e la sua dolcezza, Vita riuscì a tirarmi su dal pozzo nero in cui ero sprofondata. Leccò le mie ferite e rimase al mio fianco nell’attesa che cicatrizzassero.
Quando nacque Vittoria, Vita la accolse con ululati di gioia.
E divenne anche per lei amica e sorella, compagna e sostegno.
Non ci fu giorno, per Vittoria, senza che Vita l’accompagnasse a scuola.
Non ci fu sera, per Vita, senza che Vittoria le pettinasse il lungo e setoso pelo lucido e le mettesse in testa dei fiocchetti rosa.
Non ci fu momento, per me, in cui non ringraziassi il cielo per quel dono improvviso che mi aveva fatto.
Perché Vita fu questo e nient’altro: un immenso dono.
Condivise con me e mia figlia 13 lunghi anni della sua vita.
Con lei abbiamo pianto e abbiamo riso. Abbiamo corso e abbiamo riposato. Abbiamo ringraziato e abbiamo perdonato. Abbiamo litigato e abbiamo dimenticato.
Non c’è stato nulla che io, Vittoria e Vita non abbiamo vissuto pienamente insieme.
Quando conobbi Flavio, lei era già una vecchietta con i suoi acciacchi. La prima volta che i due s’incontrarono, Vita e Flavio, lei lo annusò a lungo, poi alzò su una zampa e lasciò che Flavio gliela stringesse. Era il suo modo per dirgli che aveva superato la prova: con tutti gli uomini che, nel tempo, avevo conosciuto non l’aveva mai fatto.
Se ne andò in silenzio, un mese dopo il trasferimento di Flavio in casa nostra.
Adesso che mi sapeva in buone mani, la sua missione era finita.
Aveva tenacemente aspettato che l’amore ritornasse nella mia vita.
Fu devastante.
Eppure, lasciai che la terra si riappropriasse del suo corpicino vecchio con una serenità che mi sbalordì, stretta a Flavio e alla mia piccola Vittoria.
Sono passati 15 lunghissimi anni da allora.
In questo arco di tempo, Vittoria si è trasformata in una giovane donna in carriera, io in una quasi sessantenne. Flavio, con il suo amore, è ancora accanto a me. Oggi mi occupo di cani da salvare. Nei loro sguardi incrocio puntualmente quello di Vita. In ogni salvataggio, rivedo la mia cucciola, che mi sorride da una cornice sul caminetto quando torno a casa, ogni sera.
«Chi salva una vita, salva il mondo intero» mi disse quel giorno il veterinario.
Ne ho salvate tante, riconoscente del fatto che, un tempo, anch’io fui salvata. A salvarmi, Vita. Il suo sguardo, la sua fedeltà e dedizione, il suo silenzio pieno di parole. Il suo amore.
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