C’è Olly, un pastore catalano che era rimasto senza casa perché i suoi padroni divorziavano. E c’è un corso che si chiama Book «…perché è un racconto da scrivere insieme». Poi ci sono Ernest, trovato in un sacchetto della spazzatura; Lillino, un husky con una storia passata di catena e maltrattamenti; il trovatello Toky («…volevano buttarlo via e io l’ho preso») e Pimpa che «…è sempre stata in canile e non vuole uscire di casa ma io la porto sempre a passeggiare perché deve sapere che al mondo c’è ancora qualcosa di bello». E ancora: Gwendy, un border collie e, soprattutto, «…un affetto non giudicante» ed Eliot, una bretoncina regalo di mamma e papà a un 14enne timido e vittima di bullismo che ha trovato così un motivo per uscire di casa. La lista è lunghissima, perché @doggodaiily, il progetto social di Navid Tarazi, è un caleidoscopio di musetti, razze, colori, storie e sentimenti che raccontano un pezzo di umanità e di società. Un luogo in cui l’affetto per un cucciolo diventa un allenamento alle relazioni, alla fiducia e alla vita.
Dai randagi ai social
Navid ha 27 anni, arriva dall’Iran, è un appassionato di fotografia e studia ingegneria ambientale a Torino. Probabilmente le prime parole che ha imparato in italiano sono state: «Posso fare una foto al tuo cane?». Adesso che di foto ne ha scattate oltre 20mila, Navid è diventato un influencer di successo: su Instagram conta oltre 1 milione e 800mila follower e quella frase è diventata anche il titolo di uno dei libri più venduti in Italia negli ultimi mesi (edito da Mondadori). «Tutto è cominciato quando sono arrivato in Italia, quattro anni fa. Vedevo tante persone passeggiare con il proprio cane e mi sembrava stranissimo perché in Iran è vietato, insieme a un sacco di altre cose. Ho cominciato a fare domande, a chiedere da dove venissero quei cani, quale fosse la loro storia. E intanto imparavo ad approcciarmi a loro. Prima non sapevo come fare. Fino ad allora, nella mia vita, avevo visto solo randagi e spesso, quando andavo a scuola, ne ero impaurito e fuggivo via».
Non solo foto
Da allora, Navid non si è più fermato e l’amore per i cani è sbocciato una foto alla volta. Ma oltre ai ritratti, Navid riprende l’intervista: si ferma, ascolta, fa domande ai proprietari, lasciando spazio alle loro parole. Così ne nasce un racconto corale fatto di adozioni, complicità, fiducia, paure, gioia e resilienza, ma anche di piccoli gesti e dettagli che parlano di vita vissuta. Soprattutto, di legami che si costruiscono nel tempo e cambiano le persone. Oggi, per le strade di Torino, quando si avvicina con la sua ormai celebre domanda: “Posso fare una foto al tuo cane?” viene riconosciuto e accolto con entusiasmo. Nel tempo è diventato un vero archivio vivente di storie, tanto da aprire sul suo sito una sezione dedicata ai contributi ricevuti via mail e social, dove continua a raccogliere nuovi racconti. Attraverso i suoi canali è riuscito anche ad aiutare molti cuccioli dei canili a trovare casa e a creare una comunità attiva, in cui le persone si scambiano consigli, esperienze e supporto.
I cani salvati…
«Ho fatto migliaia di incontri e conosciuto tante persone che mi hanno raccontano le storie più disparate» racconta. Per esempio quella di Totò, un meticcio randagio con la famiglia sterminata da altri randagi. «Io l’ho incontrato insieme a una signora che lo aveva adottato dopo due anni in canile. Il cane si era affezionato al marito, lo considerava il suo capobranco. L’uomo un giorno è uscito di casa, ha avuto un incidente e non è più tornato. Totò si è sentito abbandonato e, per un anno, è andato tutti i giorni ad aspettarlo dove parcheggiava l’auto. Quella è stata l’unica volta che ho pianto mentre facevo foto e riprese». Ecco anche la storia di Nina, un’altra meticcia. «Aveva il muso deforme, probabilmente per le botte che aveva preso in passato, prima di essere adottata dall’uomo gentile con cui era quando l’ho conosciuta al parco. Ha un’allegria contagiosa. Va a prendersi le coccole da tutti. Nonostante quello che ha subìto non ha perso la fiducia negli uomini e in se stessa. Lì ho capito che anche gli animali possono insegnarci qualcosa. Per esempio, a non fermarci davanti alla cattiveria».
…E quelli che salvano
Tra le storie custodite da Navid non ci sono solo quelle di cani salvati da persone, ma anche quelle di persone salvate dai cani. «Come chi è uscito dalla depressione o ha affrontato con più coraggio una condizione di disabilità o ha ricevuto conforto dopo un lutto. Persone che, con un cucciolo in casa, hanno trovato non il sostituto di un umano, ma un motivo per alzarsi dal letto, per uscire di casa, e soprattutto per restare ancorati al qui e ora. Ricordo una signora che aveva perso il figlio: quando si trovava da sola in casa, si perdeva nel buio del suo dolore. Il cane la riportava alla realtà e le dava ancora un’occasione per sentirsi viva». E poi ci sono le storie buffe. «Come quella del bassotto Tac che ama i fazzoletti. La sua padrona mi ha raccontato le brutte figure al ristorante perché il cane va a frugare nelle borse di altri clienti e lei deve difendersi dall’accusa di averlo addestrato a rubare. Oppure Ciro, il barboncino che si sente un lupo e ulula invece di abbaiare».
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