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Speciale 10 racconti d’autrice per te

Ballo ballo ballo (nel mio castello)

Prova a immaginare: come vivremo nel futuro? E se ci ritrovassimo in una realtà in cui non abbiamo fame e, di conseguenza, nemmeno desiderio?

CREDITS: Pexels Alex Zarco

Arrivata a tre perdo il conto, perdo la concentrazione.

Un rotolo, due rotoli, tre rotoli.

Non so come si definisca quell’eccesso di pelle, né a cosa servisse.

Magari nel 2026 faceva molto più freddo di oggi. Le fotografie non rispondono alle domande, forse è per questo che abbiamo smesso di scattarle.

Sono salita in soffitta per evitare i miei genitori, non li sopporto; papà suona sempre le stesse note al pianoforte e mamma non è ancora tornata dal lavoro; la sua assenza mi strozza.

Dice che le scarpe sul piano cottura sono quasi un’opera d’arte, il problema è mio che non so apprezzare e nemmeno cucinare, da mio padre non ho imparato niente.

Mi domando perché continuo a venire a trovarli qui, nella nostra vecchia casa di famiglia.

La bisnonna Aurora

Della bisnonna so che si chiamava Aurora e viveva a Milano. Ha avuto un solo figlio, giovanissima, a 40 anni.

Un tempo era tutto diverso, andava molto di moda ricordare. Si conservavano immagini, vestiti, persino i denti e le ciocche di capelli.

Le persone parlavano continuamente della propria infanzia, raccontavano aneddoti avvenuti anche a distanza di decenni. C’era una parola per indicare il desiderio di evocare un momento già vissuto: nostalgia. Mi è sempre sembrato un termine bizzarro.

Se un momento è già passato, che ragione c’è di volerci tornare?

Io ricordo alcune cose di ieri e altre di questa mattina. Non mi è mai capitato di volerle ripetere.

Torno a guardare Aurora dentro la fotografia. Il vestito le tira sul petto e sulla pancia, sotto le ascelle si formano delle pieghe.

Io e le mie amiche abbiamo tutte vestiti che cadono nello stesso modo, cambiano i colori, le lunghezze, al massimo i materiali. Anche le loro madri sono fatte così.

La madre di Anita ha quasi 70 anni e quando cammina il tessuto della gonna le sfiora le ginocchia senza incontrare ostacoli. Mia madre indossa ancora i vestiti di quando ne aveva 20. Io potrei indossare quelli di entrambe.

La bisnonna Aurora invece sembra aver bisogno di un abito cucito apposta per lei, per quelle come lei. Osservo le sue braccia, il punto in cui la stoffa finisce e comincia la carne.

Mi domando se il tessuto le facesse male.

Mi accorgo che ho dimenticato il pranzo. Non mi succede quasi mai. Di solito è il dispositivo a ricordarmelo, una volta alle 13 e una alle 20.

Controllo l’ora, sono quasi le quattro. Potrei prendere la dose adesso oppure aspettare la prossima.

Nella fotografia, Aurora sta portando qualcosa in tavola. Tiene tra le mani un’insalatiera enorme, stracolma di pasta, e sorride. Attorno al tavolo, sotto due imponenti glicini, ci sono altre otto persone, forse nove, una è coperta quasi interamente dal suo braccio.

Hanno tutti un piatto davanti e sembrano attendere che Aurora si sieda. Un uomo ha già impugnato la forchetta, una bambina si sporge dalla sedia per vedere meglio cosa sta per arrivare. Ci sono altre portate, del pane tagliato, delle bottiglie, un vassoio di qualcosa che potrebbe essere carne.

Mi domando quante ore abbiano impiegato a preparare tutto quel cibo e perché abbiano deciso di mangiarlo insieme.

Noi consumiamo i pasti separatamente, ci vogliono pochi minuti e in genere cerchiamo di fare qualcos’altro nel mentre. (Un tempo la chiamavano fame. Era una specie di urgenza, il corpo che reclamava qualcosa da introdurre dentro di sé. Mi domando se fosse piacevole).

Quello che davvero non capisco della foto è perché sembrino tutti così felici. La bambina ha addirittura le mani sollevate, come se stesse per ricevere un regalo. Ha le dita divaricate, tese verso l’alto.

Le guardo a lungo.

Questa notte, mentre ero con un ragazzo (non ricordo il suo nome), ho cominciato a sentire un formicolio alle dita. Ho pensato che fosse colpa della sua spalla; mi teneva ferma in una posizione scomoda, così l’ho spostato.

Il formicolio è rimasto.

Avrei voluto alzarmi, uscire di casa, prendere un treno.

Non avevo nessun posto dove andare, nessuna città che mi sarebbe piaciuto visitare o degli amici ai quali fare una sorpresa.

Quando si è svegliato mi ha chiesto se volessi fare sesso di nuovo. Ho detto di sì. Mi ha baciata e per qualche minuto mi sono concentrata sulla lingua, poi ho ricominciato a pensare alla porta.

Quando se n’è andato sono rimasta a letto per qualche ora. Ho provato a dormire, a leggere.

Alla fine, mi sono alzata e ho camminato scalza in giro per casa.

La fotografia sul pavimento

Il vestito di Aurora le lascia scoperta una parte del seno, la pelle del collo è attraversata da increspature sottili, alcune più profonde delle altre. Mi viene voglia di passarci sopra un dito.

Immagino che sia calda, forse anche un po’ umida. Il collo di mia madre è ancora liscio, più o meno come il mio.

Appoggio la fotografia sul pavimento, ci premo sopra il palmo e mi tolgo la maglia, poi i pantaloni.

Rimango in piedi, scrutandomi dall’alto. La pancia si muove appena quando respiro. Trattengo il fiato fino a sentire il bisogno di riprenderlo.

Quando finalmente inspiro, l’aria mi entra in bocca con una forza che mi sorprende.

Mi siedo per terra e allungo le gambe. Piego un ginocchio, poi l’altro. Provo ad alzare le dita dei piedi. Non riesco a muovere il quarto senza muovere anche il quinto. Riprovo, con una certa ostinazione.

Alla fine, rinuncio eppure una scossa mi prende le ossa, come una mano che le afferra e le distende.

Nella fotografia, all’altro capo della tavola, c’è una ragazza che non avevo ancora guardato. Potrebbe avere la mia età. Tiene i gomiti appoggiati sulla tovaglia e il mento tra le mani. Sorride, ma non guarda Aurora.

Guarda qualcosa fuori dall’inquadratura. Forse qualcuno.

Ha un’espressione che non riesco a descrivere. Sembra sul punto di alzarsi.

Provo a immaginarla qualche minuto dopo lo scatto, quando tutti hanno cominciato a mangiare. Chissà se ha detto qualcosa di buffo, magari con la bocca piena, se poi ha riso.

Guardo di nuovo le mie mani. Il formicolio è passato.

Le appoggio sotto il mento, come fa lei, e rimango in quella posizione.

Dalla finestra della soffitta si vede un pezzo di cielo e il tetto della casa di fronte.

Mi alzo. Il pavimento è gelido. Faccio alcuni passi tra gli scatoloni, torno indietro, scavalco una vecchia valigia.

Mi accorgo di essermi messa a camminare più velocemente, di nuovo. «Riproduci Raffaella Carrà» dico al dispositivo nelle pareti.

Quale brano desideri ascoltare?

«Uno qualsiasi».

La musica comincia ma sono ancora ferma. La voce di una donna riempie la soffitta, seguita da una serie di strumenti che non riesco a distinguere.

Aspetto qualche secondo. Poi muovo un piede.

Passano le ore, continuo a ballare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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