ABBONAMENTI
Speciale 10 racconti d’autrice per te

Volo d’amore

Un’ornitologa alla ricerca di un bizzarro volatile, uno scrittore bestseller che non trova il finale per il suo ultimo romanzo. Un agriturismo in Toscana e un temporale spaventoso. Come va a finire? Spoiler: incredibilmente bene

Coppia che si bacia, fuori da una finestra di legno
CREDITS: Magnific

«Oh, finalmente!» esclamo, scendendo dall’ultima navetta per raggiungere il Mulino Rosso, agriturismo nella Maremma Toscana dove ho trascorso tutte le estati fino ai 14 anni.

Ma il mio entusiasmo precipita quando un tuono squarcia il silenzio, facendomi trasalire per lo spavento.

«Oh, no!» mi lamento, affrettando il passo col piccolo trolley, ma quando raggiungo il portico sono ormai fradicia.

«Perfetto!» esclamo, stizzita, gocciolando dappertutto.

«Durerà tutta la notte!» esordisce una voce alle mie spalle.

È Carlo, il proprietario, oltre a essere un vecchio amico di mio nonno.

«Carlo, come stai?» lo abbraccio subito. «Perdonami, sono zuppa».

«Non ci voglio credere che t’hai fatto 400 chilometri solo per vedere uno degli uccelli più brutti del mondo!» esclama col suo accento inconfondibile, facendomi scoppiare a ridere.

«Smettila di offendere l’ibis eremita! È in via d’estinzione» ribatto tra le lacrime.

«Per forza, con quel nome l’era una fine già annunciata!».

«Via su, non fare il cinico».

L’ibis eremita e il ricordo del nonno

L’ornitologia è sempre stata la mia passione, tra i ricordi più belli della mia infanzia ci sono i pomeriggi estivi trascorsi a fare birdwatching nelle campagne toscane insieme a nonno Alfredo. Se n’è andato prima che potessi finire gli studi e, da allora, osservare gli esemplari volare liberi mi fa sentire un po’ più vicina a lui.

«Vieni dentro Ambra, ti devi asciugare. Monica sta facendo il check-out a un americano, magari l’aiuti? Con l’inglese lei è così così» dice, muovendo la mano da una parte all’altra. «A te invece t’è cambiato anche l’accento» aggiunge, la pronuncia marcata che mi ricorda tanto il nonno.

«Lombarda nella testa ma toscana nel cuore» ribatto con un sorriso, seguendolo all’interno della struttura.

È tutto come lo ricordavo, perfino gli odori, di legna e pane appena sfornato. Il pavimento in cotto con le fughe scure, i muri di mattoni rossi e i soffitti con le travi a vista; un bel caminetto nel salottino, vicino a un vecchio scrittoio che fa da punto accoglienza.

Un ospite famoso alla reception

Da un lato c’è Monica, moglie di Carlo e bravissima cuoca, dall’altro un uomo elegante, con la chioma castana e l’accento californiano. Mentre lei cerca di spiegargli che il servizio navetta riprenderà domattina, io mi avvicino.

«You have to wait» le sento ripetere, ma l’americano non capisce.

«You don’t understand, I have a train to catch in two hours, I have to go» replica infatti lui, il timbro vigoroso.

Mi schiarisco la voce per attirare l’attenzione e quando si volta resto interdetta, non solo per i suoi occhi di un blu molto intenso, ma perché io lo conosco.

«Jackson Colman» pronuncio infatti, spalancando gli occhi.

Autore bestseller famoso in tutto il mondo, tradotto in almeno 20 lingue. La mia mente visualizza subito uno dei suoi thriller psicologici da milioni di copie vendute, che occupa un meritato spazio su una mensola della mia libreria. Lui annuisce, chinando appena il capo.

«Ciao, vuoi che ti firmo quello?» chiede, in un italiano molto pittoresco, indicando il libro che stavo leggendo sul bus e che ancora tengo sottobraccio.

Lo sfilo per mostrare il titolo: Guida agli uccelli d’Europa, Nord Africa e Vicino Oriente. Faccio un sorriso e lo poso sul piccolo tavolo, ignorando le tracce di pioggia che semino ovunque.

«Non credo lei voglia firmare un manuale che parla di uccelli» commento, cogliendo il doppio senso un attimo troppo tardi e arrossendo fino alle orecchie.

Lui alza un sopracciglio, per fortuna non ha capito, mentre Monica trattiene a stento le risa e io cerco subito di riprendermi.

«Ehm, ma… ho letto uno dei suoi libri, sì, molto bello!».

«Oh, thank you».

Il temporale cambia i programmi

Certo che è alto, per essere uno scrittore. Non che gli scrittori siano bassi, ma non lo immaginavo così, ecco… atletico. Indossa un completo in lino chiaro, la camicia aderente a maniche corte che fa risaltare il fisico asciutto e allenato.

Lo sorprendo a fissarmi di rimando e vorrei sprofondare per la vergogna, dato che con i capelli biondi zuppi e la salopette di jeans sporca di fango ho l’aspetto di una scappata di casa.

«There’s an alert for the storm» gli spiego e lui non sembra affatto contento della notizia.

Offre perfino 200 dollari a Carlo per il viaggio in macchina, ma lui non se la sente di guidare con questo tempo, e ha ragione.

«You travel tomorrow» dico e per tutta risposta lui impreca, afferra la valigia e se ne va, imboccando le scale verso il piano superiore.

«Bah, americani» commenta Carlo alzando le spalle.

«È un autore molto famoso» replico io, proprio mentre Monica viene ad abbracciarmi.

«Qui si legge solo menu, carte dei vini e fatture dei fornitori! Ma come stai? Non ti si vedeva da du’ anni, tu se’ diventata ancora più bella!».

«Ma va’, sono un disastro! Voi piuttosto, non siete invecchiati di un giorno!».

Al buio tra tuoni e imprevisti

«Figurati! Ambra, t’ho preparato la camera in fondo al corridoio perché nella tua preferita piove dal soffitto» m’informa Monica e, appena si volta per afferrare la chiave, restiamo senza luce e un altro tuono mi fa strillare.

«Ecco, e ora?» domando tesa, più a me stessa che a loro.

«S’accendono le candele e s’aspetta» risponde Carlo, porgendomi un asciugamano, ma la cosa non mi tranquillizza per niente, la paura dei temporali è troppo forte.

«Per la cena ci vorrà un po’, fai con calma» mi avvisa la chef e poi imbocco le scale, usando la luce del cellulare per orientarmi fino alla camera.

Percorro il piccolo corridoio fino a una porta in legno scuro sulla destra, ma appena prima di entrare, l’ennesimo tuono mi spaventa.

«Dannato temporale!» esclamo stizzita, prima che mi sorprenda una voce alle spalle.

«Sorry, you got a power bank?».

Mi volto e c’è Jackson Colman in persona, il cipiglio severo e le iridi in tempesta. Si scherma gli occhi facendo una smorfia e capisco di averlo appena accecato con la luce, perciò mi affretto ad abbassarla subito.

«Scusi, ehm… diceva, deve caricare il cellulare?» chiedo in italiano, perché ho sentito che lo parla e perché, ahimé, in inglese me la cavo ma non sono al top.

Un incontro da commedia romantica

Lui indica il mio telefono e dice: «Batteria scarica» con un accento penoso che mi fa venire da ridere, ma mi trattengo per educazione.

«One moment» replico, cercando il mio caricatore portatile nella borsa.

Ovviamente non lo trovo, perciò tiro fuori molte delle cose all’interno, tra cui un fischietto da richiamo. Intanto, lui mi osserva con curiosità e le mie guance avvampano.

«Ma dove cavolo l’ho messo» mormoro, continuando a cercare, quando lui punta il mio binocolo con un dito e chiede: «Quello è per spiare?» guadagnandosi subito una delle mie occhiate peggiori.

«Ma che dici, è per fare birdwatching» replico contrariata, appena prima di trovare ciò che cerco. «Eccolo!» esclamo, forse con troppa enfasi.

Il caricatore mi scivola e, muovendoci allo stesso momento per afferrarlo, sbattiamo la testa l’uno contro l’altra, proprio come nelle migliori commedie.

«I’m so sorry! Tutto bene?» mi chiede l’autore bestseller mentre tengo una mano sulla fronte, sicura che mi stia spuntando un favoloso bernoccolo.

«Fa male» commento, frustrata, mentre lo vedo spalancare la porta della sua stanza facendomi cenno di entrare.

«Ho il ghiaccio, vieni» dice, indicando l’interno.

Potrebbe davvero sembrare un gentiluomo, eppure l’unica cosa che a me viene in mente è la ferocia con cui descrive le uccisioni nei romanzi che pubblica, perciò forse dovrei scappare. Invece, contro ogni buon senso, lo seguo.

Nella stanza di Jackson

Una volta entrati, Jackson si chiude la porta alle spalle e si dirige verso il mini bar; cerco di seguire i suoi movimenti, ma la pochissima luce non aiuta a orientarsi, perciò mi siedo sul bordo del letto e aspetto.

Lo sento trafficare col piccolo frigo e poi lo vedo camminare verso il letto con passo minaccioso, sedersi vicino a me e porgermi una bustina con dei cubetti di ghiaccio come se stesse per accoltellarmi, ma magari è solo la mia immaginazione.

«Grazie» mormoro, poggiando il sacchetto sulla fronte.

«Hai la testa dura» replica lui, e se non fosse americano potrei sentirmi offesa, ma credo intenda una cosa tipo “Hai preso un duro colpo alla testa” e quindi non commento.

Con l’altra mano gli porgo invece il power bank che ancora tenevo in grembo.

«Oh, right! Thanks».

Un minuto più tardi, il suo cellulare si sta caricando, mentre il temporale non accenna a diminuire, ma anzi, peggiora e io mi lascio prendere da un momento di sconforto.

«I sentieri saranno tutti allagati» mi lagno, e Jackson inarca un sopracciglio.

«Vuoi andare fuori ora? Are you crazy?».

«Intendevo domani. Comunque piacere, sono Ambra» dico, porgendogli la mano e, quando me la stringe, la pelle formicola nei punti in cui la sta toccando.

Mi ritraggo, presa alla sprovvista.

«Jackson».

«Yes, I know. Ho letto uno dei tuoi libri» gli ricordo e lui sorride, lasciando scivolare le dita nella sua chioma scura.

Le paure dietro le apparenze

«Quale?» domanda curioso, ma ho un vuoto di memoria sul titolo e quindi gli racconto la trama.

«Gita tra amiche in baita, la mattina dopo una è stata uccisa ma in casa ci sono solo loro».

«Night twin» sorride.

«Sì, quello. Davvero bello, complimenti».

«Grazie».

L’ennesimo tuono mi fa sobbalzare e lui se ne accorge.

«Hai paura?».

Sbuffo. «Purtroppo sì».

«Succede. Io soffro di vertigini» mi confessa. «It’s really bad. Anche questa altezza per me è troppo» dice poi, indicando la finestra.

Siamo al secondo piano e sotto c’è un campo di ulivi.

«Really? Non è così alto».

«Per me altissimo».

«Wow, Jackson Colman che ha paura di un secondo piano, chi l’avrebbe mai detto!».

Lui sorride, poi dice: «I have an idea» e sul suo cellulare apre la app delle traduzioni simultanee. «Possiamo usare questa, inizio io».

Parla così velocemente che non capisco quasi niente, ma poco dopo il telefono traduce in italiano ciò che ha appena detto in inglese.

«Mi dispiace molto per la testa, e anche per prima alla reception. Stanotte avevo il volo di ritorno da Roma, ma ho perso ogni possibilità di arrivare in tempo a New York per il meeting».

Un romanzo ancora senza finale

«Un meeting di lavoro?» chiedo, interessata.

«Sì, con il mio publisher».

«Stai scrivendo un libro ambientato qui?».

«L’ho terminato, manca solo il finale».

«Se manca il finale, non è finito» preciso e lui non capisce.

Così ripeto la stessa cosa alla app e il telefono traduce.

«Io sono… indeciso. È così che dite, vero?».

«Indeciso, sì. Anch’io lo sono spesso, ma quando poi scelgo non torno più indietro».

Intanto, la fronte smette di fare male, così mi alzo e lascio i cubetti di ghiaccio sulla scrivania, anche perché stare vicino a Jackson mi fa sentire strana.

«Credo che dovrei andare» dico infatti, indicando la porta un attimo prima dell’ennesimo tuono che mi fa strillare.

Jackson sorride, alzando le spalle.

«Possiamo aspettare insieme. Anche se scrivo thriller, non ho mai ucciso qualcuno» propone, con un accento talmente marcato da farmi sorridere.

Dovrei andare in camera mia, cambiarmi e scendere per la cena, ma l’istinto fa a botte con la razionalità e alla fine vince, con assoluto stupore del mio pubblico mentale.

Torno quindi a sedermi sul letto, guardo Jackson e dico: «Eppure, ho sentito dire che si dovrebbe scrivere solo di ciò che si conosce» e a quel punto è il suo turno di sorridere.

«Vallo a dire a Tolkien, a Lewis o a Martin» replica divertito, citando tre autori fantasy famosissimi.

Le passioni che ci fanno incontrare

«Touché. Però perché proprio i thriller? Perché non i fantasy o i romance?» gli domando e sono davvero curiosa della risposta.

«Ho sempre avuto paura di leggerli, o guardarli alla tivù, quindi ho pensato fosse un buon modo per superarla. E tu, invece, cosa fai nella vita?» chiede, lasciando tradurre la app.

«Sono un’ornitologa. Sono qui per avvistare l’ibis eremita» confesso. «È una delle specie più minacciate d’Europa» spiego poi. «Qui in Toscana è in crescita, ma è minacciata dal bracconaggio.»

«Wow, una salvatrice del pianeta».

Rido. «Magari! Faccio solo la mia parte, come mio nonno ai tempi. Lui non era un ornitologo, ma amava molto i volatili e mi ha trasmesso questa passione».

«Se fai ciò che ami, hai già vinto» dice e, mentre lo guardo, quasi mi dimentico che sta piovendo a dirotto, che abbiamo saltato la cena e che nella vita non mi era mai successo di sentirmi come se la mia bussola interna si rompesse, lasciandomi felicemente persa.

«Tu non ami scrivere?» gli chiedo poi e lui sospira.

«Lo adoro, ma negli anni la fiamma si è un po’ affievolita» confessa. «Forse, da quando scrivo per gli altri più che per me stesso».

«Immagino sia difficile reggere la pressione» commento e lui fa una risata amara.

«Deludere le aspettative mi terrorizza… A proposito: posso raccontarti la trama? Magari mi aiuti col finale».

«Certo, con piacere».

Una proposta e un bacio inatteso

Lo ascolto allora parlare di una donna che scopre un testamento sparito e gli inconfessabili segreti della famiglia del marito, facendo fatica a non perdermi nei dettagli del suo bellissimo volto.

«Wow, è meglio di una partita a Cluedo» commento quando ha finito, facendolo ridere. «E se fosse lo stesso ex marito a confessarle il segreto peggiore? Come segno di lealtà dopo tutte le bugie» ipotizzo a un certo punto, e Jackson valuta davvero la mia proposta, finché il lampo di un’idea gli illumina lo sguardo.

«Facciamo così: se domani avvisti quel volatile, inserirò la tua idea nel finale, però devi promettermi una cosa».

«Che cosa?».

«Che verrai alla presentazione del libro».

«Quante pretese, Signor Colman» commento, mentre il suo volto si avvicina lentamente al mio.

«Diciamo che volevo il tuo numero, e credo di aver appena trovato la scusa perfetta».

Rido, ma la risata mi muore in gola quando le sue labbra toccano appena le mie, e le sue dita mi carezzano la guancia. È un bacio appena accennato, quasi un soffio. L’inizio di qualcosa, oppure la fine della serata più eccezionale di tutta la mia vita. La scelta è solo mia.

«Passami il tuo cellulare» mormoro infine.

Perché stranamente, la paura del temporale mi è passata, e l’indecisione è andata a dormire. 

Un volo d’amore fino a New York

Sono davvero a New York. In prima fila. Tengo il romanzo stretto tra le dita che tremano e, quando Jackson entra, salutando il pubblico che applaude, io resto immobile, facendo profondi respiri.

Ho fatto questa pazzia dopo oltre un mese trascorso a parlare con lui usando solo la tecnologia. Chat, videochiamate, e-mail. Abbiamo imparato a conoscerci e insieme abbiamo costruito una routine che presto è diventata una necessità.

È stato lui a inviarmi il biglietto per la presentazione. Nell’e-mail c’era scritto solo “Ti aspetto” e io ho fissato quelle due parole per giorni, prima di prendere una decisione… e fare un volo d’amore.

Proprio come fa l’ibis eremita quando torna nella Maremma Toscana, partendo dalla Germania, in rotta poi verso il Marocco. Jackson non ha mai voluto sapere se quel giorno l’ho avvistato. E io non so ancora cos’abbia deciso di scrivere nel finale del romanzo.

Tutto quello che so è che sono qui, ho un vestito carino, i capelli acconciati, un po’ di trucco sul volto smarrito, ma appena lui mi vede tutto acquista un senso e l’ansia scompare.

Le cose che esistono anche se non le vediamo

Quando finalmente restiamo soli, mi attira a sé per abbracciarmi forte. Lo stringo anch’io, respiro il suo profumo e le guance mi si bagnano di lacrime per l’emozione.

«Posso invitarti a cena?» mi chiede a un certo punto, sciogliendo l’abbraccio.

Sono così felice che non riesco a frenare il batticuore.

«Devi» preciso io, ed entrambi sorridiamo.

L’ibis eremita è arrivato in Toscana anche quest’anno, ma io non sono riuscita a vederlo. Eppure, stasera sono ugualmente qui. Perché anche se non possiamo vedere qualcosa, non significa che non esista. Vale per i ricordi, i desideri, gli amori, e anche per le persone che ci mancano.

Per tornare da loro basta un pensiero, una telefonata, oppure un volo di migliaia di chilometri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

NEXT