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Ascolto la tua storia

Franca vive in una residenza per anziani, Loreta si prende cura di lei. Il loro legame è forte, sincero. E un giorno, tra lacrime e abbracci, condividono una confidenza, speciale

Storia di Rsa: un'anziana si confida con una oss
CREDITS: IstockphotoAn elderly woman affectionately thanking her nurse

Mi dice: «Loreta, Loreta! Portami un bicchiere d’acqua, per favore».

Provvedo subito. Quando la signora Franca mi chiede l’acqua, cerco di portargliela immediatamente: non domanda mai nulla, trascorre le sue giornate sul letto guardando il dipinto dinanzi a lei. Non una foto. Un dipinto.

Il lavoro in Rsa e i sogni non ancora spenti

Lavoro da cinque anni in una Rsa, cioè in una residenza per anziani, come Oss, operatore socio-sanitario. Ho 52 anni e, oltre a lavorare, studio: sono iscritta alla facoltà di Scienze Infermieristiche. Non sono una ragazzina, lo so. Ma neanche così attempata da non avere più sogni da inseguire, giusto?

Porto il bicchiere d’acqua a Franca e fisso i suoi occhi: di un nero intenso, come la notte che ci avvolge. È giugno e nell’aria già si sente quella dolcezza estiva che fa pensare al mare, al relax, al divertimento. Anche se qui credo sia un pensiero solo di noi lavoratori.

Per molti residenti, la vita sembra finita, pare spenta.

Franca beve a piccoli sorsi, persa in chissà quale pensiero. Anche di notte è elegantissima: indossa un pigiama “brillantinato” e una collana d’oro che non toglie mai. Alle mani ha un anello per ogni dito. Ci tiene che le unghie siano in perfetto ordine e curatissime.

Deve essere stata una bella donna in passato

penso. “Lo è ancora”.

Quando sono arrivata qui, cinque anni fa, credevo che avrei resistito per pochi mesi.

Sono diventata mamma giovanissima, a soli 20 anni. Le mie figlie, Ambra e Arianna, sono ormai grandi. Hanno 31 e 32 anni, ci sono solo nove mesi di differenza tra loro. Mi ero appena diplomata al liceo artistico quando conobbi Paolo e tra noi nacque un amore intenso e travolgente. Un amore che ci lega ancora oggi, anche se in una forma diversa: si è evoluto, è cambiato, è maturato, è diventato più forte.

Ho cresciuto le mie figliole con forza di volontà, pazienza e soprattutto gioia. Non volevo ricordassero di aver avuto una mamma triste, con gli occhi spenti. Mi sono dedicata a loro totalmente.

Abbiamo fatto tanti sacrifici, io e Paolo: di comune accordo, abbiamo vissuto per molti anni con un solo stipendio (il suo). Non posso dire, come spesso leggo sui social in tante storie, che lui mi abbia mai fatto pesare qualcosa. Era una scelta condivisa. Dal mio punto di vista, una scelta presa con amore.

Ma quando le mie bambine sono diventate adolescenti e poi donne, e ognuna ha preso il proprio volo, mi sono chiesta: “E io? Che cosa voglio fare io?”.

L’incontro con Alice e la nascita di una vocazione

Prendermi cura delle mie figlie mi aveva resa felice. Per questo, quando lessi l’annuncio di ricerca di assistenza domiciliare per una signora anziana, mi proposi. Volevo provare.

La signora si chiamava Alice. Arrivavo la mattina e le cantavo la celebre canzone di De Gregori, Alice. Le piaceva sentirmi cantare, anche se non sono molto intonata. Mi diceva che la mia voce le ricordava quella di sua madre.

«Sarà che quando si diventa anziani si ritorna un po’ bambini. La tua voce mi ricorda le ninne nanne della mia mamma».

«Sì, si è un po’ bambini nostalgici» le risposi.

L’ho accudita per ben tre anni. È stata lei a suggerirmi di riprendere gli studi: ho preso l’attestato Oss e, proprio una settimana dopo averle detto di aver superato le prove per Scienze Infermieristiche, lei è volata in cielo.

Le ho promesso che ce l’avrei fatta. Mi diceva che amo così spontaneamente e così incondizionatamente che sarebbe stato un peccato non incanalare questo amore verso i tanti bisognosi di vero affetto.

Tra i corridoi di una Rsa: ascoltare le storie delle persone

Nei miei anni lavorativi qui ho ascoltato tante storie. Quando la vita diviene un tramonto inesorabile, sembra che nessuno abbia più tempo di guardare le sfumature del cielo aranciato.

Eppure i colori del tramonto, vi assicuro, sono meravigliosi.

Non sono sempre storie tristi quelle che ascolto: la signora Alice, per esempio, mi diceva sempre di aver avuto una vita ricca di avventure e ne era fiera. Aveva viaggiato tantissimo. Mi mostrava foto dei suoi viaggi a Madrid, Londra, Berlino, Bruxelles, Copenaghen… Persino a Nuova Delhi!

La ascoltavo affascinata. Le dicevo che presto sarebbe piaciuto anche a me fare un piccolo viaggio, che sarebbe stato il regalo che mi sarei fatta dopo la laurea.

La vita è una sola, mia cara

diceva sempre l’anziana con quella nostalgia velata.

La voce di Franca mi strappa ai ricordi di quante cose meravigliose Alice mi abbia trasmesso.

«Posso fare qualcosa per te, Franca?» le chiedo dolcemente.

Ha gli occhi fissi sul quadro appeso nella sua stanza. Ritrae i volti di una famiglia felice: una mamma, un papà, un bambino con gli occhi azzurri e i capelli biondi.

Una luce nella semioscurità: il quadro e le lacrime

È una notte di luna piena. La sua luminosità sembra invadere la stanza, quasi una carezza in questo clima che ha il sapore di una nostalgia sconosciuta.

«Ti piace, vero?» dice, guardando ancora il quadro.

Nella semioscurità di una fioca lampadina sul comodino, persino meno intensa del bagliore della luna, mi rendo conto che Franca ha gli occhi bagnati di lacrime.

«Sì, è molto bello» mi limito a dire, con un gran sorriso.

Ho imparato negli anni a non essere troppo invadente: se un assistito vuole parlare, lo farà spontaneamente.

Inaspettatamente, però, Franca mi domanda: «Loreta! Che bel nome! Si chiamava così forse tua nonna?».

Le spiego che è un atto di ringraziamento di mia madre nei confronti della Madonna di Loreto, a cui è sempre stata molto devota. Mi ascolta con i suoi occhietti piccoli, che sicuramente un tempo sono stati molto vigili.

Il dialogo con Franca: le ferite dell’anaffettività materna

«Io non ho mai conosciuto nessuna nonna» mi risponde, anche se è poco pertinente con quello che le ho detto. «Mi sarebbe piaciuto. Mia madre è stata sempre assente. “Anaffettiva”, direi. Ho scoperto dalle riviste che si dice così».

Ora il volto di Franca è completamente inondato dalle lacrime, come un mare silenzioso che spinge, dalle piccole fessure dei suoi occhi, minuscole onde verso la linea sottile delle sue labbra.Le prendo un fazzoletto dal comodino, lo accetta volentieri.

«Determinati atteggiamenti possono cambiare una vita intera. Uno dice che bisogna rifarsi una vita, andare avanti. Ma se non sei stato amato, ti resterà per sempre un buco dentro».

Segue un momento di silenzio. Sto riflettendo sulla potenza delle sue parole, su quanto sia vero ciò che mi ha detto, su come l’amore (materno, paterno, fraterno, in tutte le sue forme) possa distruggere o salvare.

«Per mia madre non esistevo. Semplicemente conduceva la sua vita facendo finta che io non esistessi. Non mi faceva mancare nulla: cibo, vestiti e quanto bastava per una vita decorosa. Ma non ho mai avuto un abbraccio, una carezza, un bacio, un “brava”. E poi, crescendo, sai cosa succede?».

Dimmi pure, Franca.

Mi piace moltissimo ascoltarti».

Il quadro del sogno: come l’amore può salvare sempre e comunque

Oggi non c’è molto da fare in reparto. Prendo una sedia e mi accomodo accanto a lei. Anzi, le chiedo se posso portarle ancora qualcosa da bere.

Decidiamo insieme per una tisana alla melissa. Ne ho una scorta nel mio armadietto e nella sala centrale abbiamo l’angolino con il bollitore.

Quando rientro da lei, ha gli occhi fissi sul quadro.

«Sai cosa rappresenta per me quel quadro?» mi chiede sorprendendomi.

«Non saprei, ma mi piace moltissimo».

«Ho notato, sai, che lo fissi spesso».

La aiuto a scendere dal letto e insieme ci accomodiamo al tavolino in camera. Porta la tazza alle labbra e mi guarda intensamente.

«Quel quadro per me è… un sogno».

Come due amiche al bar: confidenze e rivelazioni

Se non fossimo in una stanza di Rsa, socchiudendo gli occhi e tralasciando il grigiore che ci circonda, con un po’ di fantasia potremmo sembrare due amiche al bar. O due vecchie conoscenti. O una zia e una nipote. O, perché no, madre e figlia.

«È il sogno della mia famiglia…».

Sorseggia lentamente la tisana, come il tempo in questa struttura, scandito dal lavoro e dalle varie attività: frenetico a volte per noi lavoratori, ma monotono e identico a se stesso per gli assistiti.

«Ti dicevo: mia madre è stata sempre anaffettiva. E io sono cresciuta con l’idea che il mondo fosse così: freddo e distaccato. Quando ho conosciuto l’amore, quando per la prima volta ho ricevuto una carezza, il mio primo bacio… Quel buco che sentivo dentro, per assurdo, non si è ristretto: si è allargato».

«Non ti seguo, Franca. L’amore avrebbe dovuto aiutarti…».

Convincersi di essere sbagliati: la trappola del passato

«Non è semplice da spiegare. Non ero affamata di dolcezza, come si può supporre. No. Ogni carezza, ogni bacio, ogni manifestazione d’affetto… Io credevo fosse sbagliata. E quando qualcosa è sbagliato, alla fine ti convinci che quella sbagliata sei tu».

Vorrei tanto abbracciarla. La immagino giovane, così spontaneamente bella quanto dannatamente insicura.

«Spero, però, che poi tu sia riuscita a “sbloccarti”» le dico con dolcezza.

«Tardi, mia cara. Tanti uomini sono letteralmente fuggiti da me. Mi dicevano che ero acida, arida, fredda. Solo oggi so che ero semplicemente mia madre, il suo perfetto riflesso».

«E poi?».

L’eredità di Antonio: la promessa di un amore che ritrova la strada

«Alla fine è arrivato Antonio. Tardi. Avevo 56 anni. È stato il primo con cui sono riuscita a parlare di tutto. Dei miei fallimenti in amore, delle notti trascorse studiando, della carriera lavorativa splendente… E del mio vuoto dentro».

Meglio tardi che mai…

mi azzardo a dire.

«Sì, sono stati 20 anni bellissimi. Ha saputo leggermi dentro. Mi sono goduta tutti i baci, gli abbracci e le carezze a cui mi ero sottratta. Antonio era un pittore. Diceva che metteva su tela l’impossibile: i sogni irrealizzabili».

«Ha dipinto lui questo quadro?».

«Sì» mi dice con un sorriso che credo di non averle mai visto. «Il suo ultimo quadro. Era per me. Era un grande sognatore. Così mi disse: “Ti aspetto. Non avere fretta. Ma ti aspetto nella prossima vita. Sono certo che ti ritroverò e realizzeremo il sogno che hai sempre nascosto a te stessa: quello di una famiglia ricca di calore e affetto”».

Che storia meravigliosa

le dico.

E questa volta la stringo forte a me.

Franca, sciolta nel mio abbraccio, ha gli occhi di una bambina che finalmente, dopo tanti anni, è diventata tale.

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