Mi chiamo Esther e sono cieca dalla nascita. Delle cose che mi circondano, del mondo in cui vivo, conosco solo i profumi, le forme, la ruvidezza e la morbidezza, il calore e la freschezza, la melodia, i sussurri e i silenzi.
Un colore non so cosa sia. La potenza di un bagliore non l’ho mai percepita. Sono nata al buio e nelle tenebre continuo a vivere la mia vita.
È una realtà diversa, quella di noi ciechi. Fatta di vibrazioni, di sensazioni, di palpiti, di fremiti. Non abbiamo confini, né punti di riferimento. Il nero in cui siamo totalmente immersi ci è fratello e nemico al tempo stesso, e la prima cosa che impariamo, la primissima, ancor prima di respirare, è fidarci di noi stessi. Di quello che sentiamo a pelle. È l’istinto, il nostro primo alleato.
Nascere nel buio: i primi anni e il primo grande alleato
Un paesino sulle Alpi Carniche è stata la mia culla. Laggiù sono nata 40 anni fa, una bambina di quattro chili piena di riccioli biondi e con gli occhi che erano due pozzi neri senza fondo. Occhi senza movimento. Senza sguardo. Senza vita.
Papà ci lasciò che avevo da poco compiuto cinque anni. Un omone alto e massiccio, ma con le spalle troppo fragili, incapaci di portare addosso a sé il peso di una figlia amatissima, ma difettosa. Una figlia che non poteva vederlo. E lui, che voleva, che disperatamente aveva bisogno di essere guardato, non ce la fece.
Se ne andò e mamma si ritrovò sola. Le sue, di spalle, da sottili improvvisamente divennero forti come la roccia e da quel momento portò tutto su di sé: il lavoro, la casa, la scuola, le visite mediche e quella figlia immersa nel buio.
La forza di mia madre: imparare a conoscere il mondo a fior di pelle
Eppure, andò avanti. Non si arrese.La sera, dopo la doccia, mi metteva sulle sue gambe e mi pettinava i capelli.
Sono dorati come i raggi del sole
mi diceva con quella sua voce dolce e calda e allegra e piena di amore e disillusione. Poi, mi prendeva le mani e me le poggiava sul mio viso. «Guardati, Esther» mi diceva, e io toccavo la superficie del mio volto e scoprivo la forma dei miei occhi, del mio naso, delle mie labbra, la setosità dei miei capelli e i contorni di un corpo ancora acerbo. «Sei bellissima. Non dimenticarlo mai».
Allora staccavo le mani dal mio viso e le poggiavo sul suo. Percorrevo con i polpastrelli le linee dei suoi grandi occhi a mandorla, accarezzavo i suoi riccioli, la curva del naso, la morbidezza delle labbra.
Anche tu, mamma
le dicevo.
Lei mi abbracciava e io affondavo il viso nell’incavo della sua spalla, che odorava di talco e vaniglia.
«Ma cosa dici, Esther» mi rispondeva. «Una volta, forse, ma adesso non più…».
C’era tristezza, nella sua voce. E io la sentivo tutta, mi entrava dentro, sotto la pelle, e la facevo mia. Perché mamma soffriva ancora per quell’uomo che continuava ad amare nonostante l’avesse lasciata sola.
«E invece sbagli, mamma» le rispondevo. «Ciò che non vedo con gli occhi, io lo vedo con il cuore».
Crescere da cieca: le prime scoperte e i ricordi d’infanzia
Negli anni dell’infanzia, mamma fu per me colore, forma, un faro nel buio. Mi prendeva le mani e mi guidava alla scoperta del mondo. La neve. Un maglione di lana. La punta sottile di una matita. L’erba bagnata di rugiada. Il viscido di una lumaca che striscia sulla mia pelle. La pioggia che picchia forte contro il viso. La pasta molle dell’impasto della pizza. Il vento che smuove i capelli.
E, poi, il mare. Non c’era estate senza quell’immensa distesa che sapeva di sale e di libertà. Mamma stipava la sua auto di ogni cosa e si partiva verso Marina di Ravenna, ospiti della sua più cara amica di sempre, Claudia.
Mettevamo il costume e si andava in spiaggia. Noi tre, mamma a destra, Claudia a sinistra. Io mi immergevo, lasciavo che le onde mi bagnassero il viso, i capelli. E tutto era perfetto, per me. Non c’erano ostacoli. Non c’erano impedimenti. Solo una distesa infinita e un senso di libertà che mi faceva sentire viva. Poi, mamma mi asciugava e mi metteva sotto il sole e io ne assorbivo tutto il calore.
Devi viverla tutta, la vita, Esther
mi ripeteva mamma. «I gradini che incontrerai devi superarli tutti».
Un amore senza barriere: quando mia madre imparò il Braille per me
Per me, lei aveva imparato a leggere il Braille. Quei due suoi meravigliosi occhi a mandorla aveva deciso di chiuderli per entrare nel mio mondo buio. Io imparavo cose del suo mondo e lei imparava cose del mio.
Quando mi diplomai, il presidente della commissione d’esame le strinse la mano: «Sua figlia, signora, il mondo potrà mangiarselo. E questo anche grazie al suo coraggio di madre».
Sentii le lacrime di mamma scivolarle lungo la guancia.
Papà mi chiamò al telefono: «Congratulazioni, Esther» mi disse. Chiamava così di rado, che dimenticavo ogni volta il suono della sua voce.
«Grazie» risposi.
Non disse altro. Non venne a trovarmi. Riattaccai, dissi a mamma di prestarmi il suo rossetto rosso, me lo passai sulle labbra e le dissi che quella sera saremmo uscite a far festa. Il buio lo avevo negli occhi. Non lo volevo anche nella mia vita.
Luce, il mio primo cane guida: due anime in un solo corpo
Mi iscrissi alla facoltà di Filosofia, a Udine. Mi spostavo con i mezzi, non senza difficoltà. Fu allora che mamma si fece in quattro per ottenere il mio primo cane guida per ciechi certificato. Era un Labrador femmina di circa un anno e mezzo. La chiamai Luce. Quella che non potevo vedere, quella che lei sarebbe stata per me.
Luce divenne la mia ombra. Fu per me occhi, bastone, appoggio e sostegno. Essendo un cane guida, le era permesso partecipare alle lezioni ed entrare in tutti i luoghi pubblici. «Da brava, piccola» le dicevo ogni volta che entravamo in aula. E lei si metteva accanto a me, sempre pronta a darmi il suo aiuto, qualora ne avessi bisogno.
Per mamma, Luce divenne presto come una seconda figlia. E come con tutti i secondi figli, mamma la viziò oltre misura.
Ho due ragazze
andava a dire a tutti. «La grande si chiama Esther. La piccola, Luce».
E le sere le passavamo noi tre, strette sul divano, a leggere un libro o semplicemente a godere di tutto l’amore che ci univa.
Il perdono e la rinascita: il ritorno di mio padre e l’arrivo di Giobbe
Incontrai papà il giorno della mia laurea, dopo anni di silenzi. Mi venne incontro e sentii Luce mettersi in allerta.
«Sta buona, piccola, è tutto a posto» le sussurrai.
Papà allungò le sue mani verso di me, le afferrai. La sua vergogna per non essere riuscito ad amarmi davvero, il suo pentimento, il suo disagio, la tristezza… Tutto mi entrò dentro, squarciò la mia pelle, penetrò le mie ossa.
«Papà…» risposi al suo silenzio e a quelle mani che tremavano, «abbiamo ancora tanto tempo davanti. Non sprechiamolo».
Mi abbracciò per la prima volta.
E non se ne andò più.
L’addio a Luce: il dolore di separarsi da un cane guida
Luce mi lasciò che aveva 14 anni, 14 anni passati in simbiosi io e lei, come un’unica anima in due corpi diversi. Nel tempo, Luce era diventata Esther ed Esther era diventata Luce. Separarmi da lei fu così doloroso da non riuscire a respirare.
Eppure, nella prima sera senza di lei, ne sentii forte la presenza, come se mai se ne fosse andata. Perché ormai, quell’amica pelosa di 30 chili era dentro di me e là per sempre sarebbe rimasta.
Giobbe arrivò poco tempo dopo. Un altro Labrador per ciechi certificato, un’altra anima pura pronta ad entrare nella mia vita. Che, nel frattempo, era andata avanti. Avevo fatto nuove amicizie, coltivato nuove passioni e vinto un concorso pubblico a Udine.
Continuavo a vivere con mamma. Incontravo papà ogni fine settimana: quello era lo spazio che avevamo scelto, deciso per recuperare gli anni lontani, per sanare ferite, per perdonare lo stesso dolore. Il nuovo cane guida portò una ventata di allegria. La nostra casetta di montagna, da quando non c’era più Luce, si era come spenta.
Attento e premuroso, coccolone irredimibile, Giobbe in pochissimo tempo riuscì con la sua dolcezza a colmare il vuoto lasciato da Luce e, finalmente, sentii nuovamente mia madre sorridere, canticchiare per casa, sferruzzare coperte di lana ai ferri per il suo terzo figlio.
Perché ora mamma, di figli, ne aveva tre: Esther, Luce e Giobbe.Se con Luce avevo avuto un rapporto fatto di anima e pelle, con Giobbe instaurai fin da subito un legame testa-cuore.
Pensava quello che pensavo io e mi anticipava nelle azioni, mi poggiava una zampa sul cuore quando a volte, la sera nel mio letto, mi prendeva la tristezza. E ben presto, io diventai Giobbe e Giobbe diventò me.
L’incontro al parco con Alessandro: quando l’amore supera ogni confine
Ero con lui quel lunedì mattina, come sempre al parco sotto il mio ufficio durante la pausa pranzo, quando conobbi Alessandro. Avevo sentito avvicinarsi a noi un altro cane, avevo sentito Giobbe muoversi per annusarlo senza mai allontanarsi troppo da me e ne avevo percepito la felicità tipica dei cani a ogni loro annusata.
Così come avevo sentito l’ombra di un altro essere umano sedersi sulla mia stessa panchina, proprio accanto a me.
«Bellissimo esemplare. È da qualche giorno che vi vedo qui, sempre allo stesso orario» mi disse.
Mi limitai a sorridere: «Lavoro o, meglio, lavoriamo io e Giobbe all’ufficio qui accanto e trascorriamo il tempo della pausa pranzo all’aria aperta» risposi, dando a Giobbe, che nel frattempo si era avvicinato a me, una carezza sulla testa. «È un cane guida per ciechi addestrato. Gli è permesso stare con me in ufficio» gli spiegai.
Inutilmente. Perché la mia cecità l’avevo scritta in faccia e non aveva bisogno di ulteriori spiegazioni.
L’inizio di qualcosa di speciale
«Giobbe, gran bel nome! Ho avuto anch’io un Labrador, da bambino. Si chiamava Orlando. Da allora, non sono più riuscito a sostituirlo con un altro della sua stessa razza e ho riempito la mia casa di trovatelli salvati dalla strada. Come Dalila. Vieni qui, piccola!» gridò al suo cane. Che si avvicinò a me e mi leccò le mani. L’accarezzai. Aveva il pelo lungo e sofficissimo, un muso allungato e due orecchie all’erta.
«Ciao Dalila» le dissi.
«Dalila è per metà un Border Collie e per metà… boh. Vive con me da tre anni» mi spiegò il ragazzo. Lo sentì girarsi verso di me. «Che sbadato, non mi sono ancora neanche presentato. Io sono Alessandro». Poi fece una cosa che mai nessuno prima di quel momento aveva fatto con me. Mi prese con estrema delicatezza la mano e me la strinse. «Molto piacere» disse infine.
Sentii le guance in fiamme. «Io sono Esther» risposi quasi balbettando e ricambiando la stretta. Sentii Giobbe tirare il guinzaglio.
La pausa pranzo era finita.
«Immagino tu debba andare, Esther» mi disse Alessandro mentre mi alzavo e stringevo il guinzaglio di Giobbe.
«Già. Il dovere ci chiama…».«Dopodomani saremo di nuovo qui, io e Dalila, alla stessa ora. Mi piacerebbe rincontrarti…».
Alzai le spalle, imbarazzata. «Chissà» mi limitai a dire. «Alla prossima, allora, Alessandro».
Alla prossima, Esther
Io e Giobbe ci incamminammo verso l’ufficio, seguiti dallo sguardo di Alessandro che sentii addosso a me finché le porte dell’ufficio m’inghiottirono.
Vedere con l’anima: la scelta di fidarsi e lasciarsi amare
Cosa fosse l’amore, non lo sapevo.
Cosa si provasse, ancor meno.
Mi era bastato quello immenso di mia madre e quello ritrovato di mio padre. Perché ero cieca. Sapevo (credevo) che nessun uomo mai mi avrebbe voluta. Desiderata.
Io non vedevo. E gli altri non mi guardavano. Quindi, non permisi mai all’amore di entrare nella mia vita. Di farmi girare la testa. Di tenermi sveglia la notte. Avevo già sofferto abbastanza, non volevo aggiungerne altre, di sofferenze.
Eppure, accadde.
M’innamorai. Della sua voce. Della delicatezza delle sue mani. Della tenerezza delle sue parole. Della gentilezza dei suoi gesti. Della purezza delle sue intenzioni.
Vedere con il cuore: come Alessandro ha cambiato per sempre la mia vita
Con lui, per la prima volta, riuscii a vedere. Alessandro mi aprii gli occhi e mi tirò fuori dal pozzo nero in cui ero nata e in cui continuavo a vivere. Quando mi permise di toccargli il viso per provare ad immaginare come fosse, mentre le foglie cadevano dagli alberi, nel nostro primo autunno insieme, provai un brivido perché fu come se quel volto, quei lineamenti, li conoscessi da sempre, come se per tutto quel tempo li avessi tenuti nascosti dentro di me.
«Sono perdutamente innamorato di te dalla prima volta che ti ho vista, Esther» mi disse in uno dei nostri tanti incontri al parco.
«Come fai ad essere innamorato di me?» gli chiesi. «Sono cieca, non potrò mai vederti».
Alessandro mi accarezzò una guancia. «Mi vedi più di qualsiasi altra persona, Esther. Tu mi vedi con l’anima. E non ho bisogno di altro».
Quando lo dissi a mamma, lei mi abbracciò.
L’amore è salvezza, Esther
mi disse tra le lacrime.
Ci sposammo tre anni dopo. Dalila e Giobbe portarono le fedi, vestiti a festa. Io, stretta nell’abito bianco che avevo scelto toccandone la seta e il pizzo sul corpetto, mi sentii bellissima come mai prima di quel momento.
Da quel giorno, sono passati due anni.
Dalila è ancora con noi. Giobbe è ancora con noi. La nostra casa è un caos di cuscini, peli, ciotole e crocchette.
Un nuovo miracolo: la maternità e la promessa di una nuova Luce
Poi, una sera di sette mesi fa, mentre stavo distesa sul divano, Giobbe all’improvviso mi fiutò con insistenza e poggiò il suo testone sulla mia pancia, come a volerla proteggere.
«Ehi, Giobbe!» gli disse Alessandro. «Senti ancora l’odore dell’hamburger che ha spazzolato mamma, eh?».
Scoppiai a ridere, ma in cuor mio ebbi la certezza che, forse, Giobbe, aveva capito quel che ancora noi non sapevamo. Qualche giorno dopo, scoprii di essere incinta. Lo dissi a Giobbe, prima di qualsiasi altra persona.
«Tu lo sapevi già, non è vero?» gli sussurrai.
E lui mi rispose alzando su le sue zampe anteriori e, abbracciandomi.
Presto nascerà una bambina. Luce. Ecco quale sarà il suo nome. Come quella del sole che sentivo sulla pelle quando, piccolina, m’immergevo nell’acqua del mare, nelle vacanze estive passate con mamma.
Luce. Come la mia amica, mia sorella d’anima, la seconda figlia di mia madre, la mia compagna per un pezzo della mia vita. Luce. Come quella del perdono concesso a mio padre. Luce. Come quella che Alessandro ha portato nei miei giorni. Luce. Come quella che ho visto, per la prima volta, quando ho permesso all’amore, che sempre salva, di entrare finalmente nella mia vita.
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