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Alberto Angela: «Il mondo non basta mai»

Quando la curiosità diventa il punto di partenza, ogni luogo smette di essere una destinazione e si trasforma in scoperta. Con questo spirito, il divulgatore scientifico torna con Ulisse, quattro puntate che invitano a guardare più lontano

uomo poggiato al muro con gambia piegata
CREDITS: Barbara Ledda

Ci sono persone che raccontano il mondo. E altre che riescono a fartelo sentire vicino. Alberto Angela, con il suo sguardo curioso e il suo stile inconfondibile, da anni ce lo restituisce così: tra storia, scienza e meraviglia. Dal 4 maggio in prima serata su Rai Uno con Ulisse, il piacere della scoperta, quattro puntate realizzate in tre diversi continenti, qui ci racconta la sua vita, sempre in movimento.

Come scegli l’argomento di ogni puntata?

«Guardando cose che piacciono a noi, ma che pensiamo possano interessare anche al pubblico. C’è la curiosità, unita alla sfida di intercettare i gusti di chi ci guarda. La prima puntata, quella del 4 maggio, per esempio, sarà dedicata alla scoperta di New York, attraverso le canzoni e le musiche che l’hanno caratterizzata. Un po’ come se i brani fossero monumenti. L’avevamo già fatto con Londra e la puntata era molto piaciuta. Questa volta racconteremo i luoghi della Grande Mela cullati dai ricordi evocati dalla musica, a partire dai Bee Gees e La febbre del sabato sera (film del 1977), fino alle colonne sonore di Morricone».

Una puntata che sarebbe piaciuta a tuo padre, Piero, che era anche musicista?

«Sicuramente sì, soprattutto per i locali dove si suona jazz, genere che lui amava».


Tu nasci paleontologo, è una disciplina a cui resti legato?

«Sempre, come un astronomo che non smette di guardare le stelle. Io sono attratto dalla paleontologia umana. Ho lavorato per 10 anni facendo ricerche sul campo, in giro per il mondo. L’origine dell’uomo è un tema affascinante e ancora molto aperto. Ora non mi dedico più agli scavi, ma l’interesse è lo stesso».

Rifaresti tutto di quei 10 anni avventurosi?

«Tutto, dal primo giorno! Anche se a volte l’ho proprio scampata bella! Per esempio in Mongolia il nostro camion è sprofondato nelle sabbie mobili! In Etiopia invece il campo è stato attaccato e sono rimasto coinvolto in una sparatoria. In Tanzania ci hanno circondato le iene e in Congo sono stato inseguito dagli ippopotami. Ma ne è sempre valsa la pena, per i tramonti che ho visto e i silenzi che ho vissuto. E poi per le persone che ho incontrato, ognuna mi ha dato qualcosa. Come il pilota tedesco che ci ha visti dall’alto ed è atterrato nella savana per venirci a conoscere, una scena pazzesca! Oppure il tassista in Tanzania che amava Napoli, Stoccolma e New York. Mi ha raccontato che ogni anno si offriva per alcuni mesi come mozzo a qualche nave, perché voleva conoscere il mondo. Quando riconosci la stessa voglia di scoprire, allora ti senti fratello».

Alberto Angela: la ricerca è una tradizione di famiglia

La passione per la ricerca nasce in famiglia?

«Sì, ce l’ho nel DNA. Avevo un nonno medico che si era arruolato nell’esercito Belga e l’altro nonno era un esploratore. E poi ovviamente mio padre».

Com’è stata la tua infanzia?

Ho avuto la grande fortuna di essere bambino in anni dove ancora avevi il vantaggio di poterti annoiare e avere il tempo di scoprire le cose

È vero che già da piccolo accompagnavi tuo padre nei suoi viaggi?

«Sì, da sempre ci ha accomunato la passione per la preistoria e i dinosauri. Così a volte mi portava con lui. Spesso viaggiavamo con i cargo (rischioso ma bello). Con lui sono stato in India, in Indonesia, sull’Himalaya e sulle Ande. Ma tutti in famiglia amavamo viaggiare».

Per te è stato naturale continuare la sua avventura televisiva, con lo stesso orizzonte ampio?

«All’inizio eravamo impegnati in programmi diversi, ognuno il suo. Poi a volte abbiamo lavorato insieme.

L’Apollo 11: una storia passata di padre in figlio

Nel 2019, per il cinquantenario dell’allunaggio dell’Apollo 11, abbiamo realizzato una puntata dedicata a quell’evento storico: il primo uomo sulla luna. Papà, nel 1969, aveva fatto la telecronaca alla partenza della missione spaziale. Quando poi lui è mancato ho pensato che tutto il suo lavoro non poteva finire così, aveva creato una squadra. E poi la Rai non avrebbe più avuto un programma scientifico, ho sentito il dovere morale di continuare il suo percorso».

Ora, 50 anni dopo l’Apollo 11, l’uomo è tornato a guardare la luna da vicino. Perché è importante la missione Artemis 2?

«L’importanza di questa missione è riallacciare e riprendere un discorso, interrotto decenni fa, con l’esplorazione e con l’universo. Con Artemis è come se l’uomo avesse rialzato lo sguardo verso il cielo, chiedendo conoscenza. Questa missione ci fa rivivere i tempi dell’Apollo. E pensate agli astronauti, sono arrivati più in là di qualsiasi essere umano ed erano soli! Ma sono persone come me e come voi, forse nascondono bene le paure dietro alla professionalità, ma noi possiamo provare a immedesimarci in loro».

Hai tre figli (Riccardo, 28 anni, Edoardo, 27, Alessandro, 21) qualcuno ha ereditato la tua passione per la scienza e potrebbe continuare la tradizione familiare?

«Faccio quello che mio padre ha fatto con me. Lui non mi ha mai spinto a seguire i suoi passi e io all’inizio non ero interessato alla tivù. Anzi lui mi sconsigliava, perché diceva che non mi avrebbero perdonato niente. Ora io faccio lo stesso con i miei figli. Attualmente tutti studiano o lavorano in ambito scientifico».

La curiosità si può insengare?

La curiosità si può risvegliare. Non tutti hanno la fortuna di crescere in un ambiente stimolante, ma tutti l’abbiamo nel Dna e i miei programmi possono suscitarla


Sei considerato un sex symbol della tivù, un po’ ti lusinga?

«Cerco di non pensarci, la cosa mi fa sorridere».


Che qualità servono a una moglie per stare accanto a un uomo poliedrico, famoso e sempre in movimento come te?

«Dovete chiederlo a mia moglie Monica, non a me!».

Se raccontata bene la cultura può essere “attraente”?

«Certo, e tutti hanno da imparare, anche un notaio o un medico possono non sapere nulla di astronomia. Tutti abbiamo poche conoscenze rispetto a quello che c’è da sapere e tutti abbiamo da imparare. Con i nostri programmi è un po’ come se volessimo far entrare il pubblico in libreria».

I libri e le nuove generazioni

Hai un tuo libro del cuore?

«Ne ho tanti: ogni libro mi apre un orizzonte».


E uno che possa distrarre i ragazzi da web?

«Posso dirvi che il mio Cesare. La conquista dell’eternità (Mondadori) a Natale è stato il libro più venduto e ora è ai primi posti della saggistica. Non era facile portare la storia antica in cima alla classifica! L’idea vincente è stata raccontarla come un romanzo di avventura. È un libro corposo, ma ha suscitato molto interesse tra i giovani. A una presentazione, in sala c’erano 200 studenti e in collegamento dalle scuole altri 25.000! È un libro che rompe un tabù, perché parla del De bello Gallico (il diario di guerra sulla conquista della Gallia, scritto da Cesare) come se fosse Guerre Stellari o Indiana Jones! E in effetti ne ha tutti gli ingredienti epici. I meccanismi sono gli stessi che ritroviamo anche dentro Il trono di spade, lugubre e intricato. Detto questo ai ragazzi i social non si possono togliere, ma se li coinvolgi li puoi interessare. Pensate che a un firmacopie sono rimasto per ben dieci ore a fare dediche! È stato come segnare al campionato del mondo!».

Cosa ti ha conquistato di Giulio Cesare, tanto da scriverne per oltre 600 pagine?

«Il fatto che sapesse sempre risolvere i problemi con la creatività. Era un politico ma è diventato uno dei migliori generali. Sapeva fare gruppo, perché soffriva con i soldati. Era alto e aveva lo sguardo magnetico di George Clooney e Clint Eastwood. E poi ci credeva sempre, era come Neil Armstrong sulla luna! Ma era un uomo, con pregi, difetti e… anche tanti debiti!».

Quanto ci hai messo a scrivere il libro?

«Cinque mesi, da maggio a settembre dello scorso anno».


È vero che per il libro hai utilizzato anche l’intelligenza artificiale?

«Sì, ma non per la scrittura, solo per la copertina, come un pennello. Abbiamo lavorato a lungo, con un team di storici e archeologi esperti, per ricavare un ritratto veritiero di Cesare. Il volto che appare in copertina è frutto di una ricerca poliziesca! Ricreato attraverso le descrizioni che ne davano i contemporanei, unito alle immagini delle monete dell’epoca e delle sculture. Tutti gli elementi sono stati elaborati attraverso l’intelligenza artificiale».

Se ti dico “tempo libero”, cosa ti viene in mente?

«Che per ora è un desiderio (ride, ndr)».


Perché dal 4 maggio non dobbiamo perderci Ulisse?

«Perché è l’equivalente del vento per chi ama la barca a vela! Vi trasporterà in luoghi interessanti».

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