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Paola Minaccioni: «Vivere momenti di fragilità può anche rappresentare un’opportunità»

Un passato da "donna che ama troppo". Il pollice verde. La necessità di essere sempre se stessa. L'attrice e comica Paola Minaccioni, star di "Lol. Chi ride è fuori", si racconta. Senza filtri

Paola Minaccioni
CREDITS: @PrimeVideo.it

Serate tra amiche difficili (anzi impossibili) da organizzare e orecchiette fatte a mano. Insicurezza e piante di basilico sul balcone. Imitazioni dei prof e attori come strumenti musicali. Ci sono interviste in cui si parla di lavoro, lavoro, nient’altro che lavoro. Niente di male, ovviamente. Ma poi c’è Paola Minaccioni, simpatia fulminante e intelligenza arguta, che tra un impegno e l’altro mi dedica un paio d’ore di chiacchiere, riflessioni, confessioni. Raccontandosi senza filtri. Punto di partenza: l’amatissima sesta stagione del programma cult Lol. Chi ride è fuori (in questi giorni su Prime Video), condotta da Alessandro Siani e Angelo Pintus, di cui l’attrice e comica romana è protagonista insieme ad alcuni colleghi, tra cui Valentina Barbieri, Barbara Foria, Yoko Yamada, Sergio Friscia, Giovanni Esposito e Francesco Mandelli.

Vuoi raccontarci qualcosa di Lol. Chi ride è fuori?

«Curiosa di sapere chi vince? Mi dispiace, ma non posso accontentarti (ride, ndr). Scherzi a parte, sono stata contattata l’estate scorsa e speravo tantissimo che alla fine mi avrebbero chiamata. Questo programma mi piace e mi sembra interessante perché ti permette di usare un linguaggio “contemporaneo”, aspetto cruciale per me, che sono cresciuta professionalmente in un altro periodo. Ho partecipato con entusiasmo, portando la “mia cifra”. Che cosa mi auguro? Di essere riuscita a donare al programma qualcosa di mio, ma anche ad aprirmi e ad ascoltare gli altri».

Hai visto le scorse edizioni del programma?

«Certo! Lo guardavo con l’occhio da spettatrice e da autrice. Ai partecipanti più performanti, ho sempre preferito quelli maggiormente rilassati, a proprio agio».

Tu ti sei sentita appunto a tuo agio nel programma?

«All’inizio ero forse un po’ tesa, ma poi anche grazie all’improvvisazione e ai giochi di gruppo mi sono lasciata andare. Il programma sembra proprio la metafora di quando reciti: in una scena dai il massimo, ti viene benissimo. Poi all’improvviso scoppi a ridere e basta, stop, è tutto da rifare. È stata un’esperienza bellissima, pazzesca».

Facciamo un passo indietro: come sei arrivata alla recitazione, desideravi diventare attrice già da bimba?

«Sono stata una bambina vivace e dispettosa, sempre pronta a ridere e a fare scherzi. Mi chiamavano “paraventa” (“furbetta” in romanesco). Ma ho iniziato a recitare dopo, negli anni del liceo, quando spopolavo alle assemblee facendo le imitazioni dei professori. Quello, però, è stato anche un periodo molto delicato…».

Ti va di spiegarci perché?

«Ero una ragazzina molto insicura. Sì, ero permeata di un’insicurezza profonda, che io e mia sorella avevamo ereditato da nostra madre. Non mi piacevo, volevo essere notata, “vista” e accettata dagli altri. Tutto questo mi ha ovviamente segnata nel profondo, ma ha avuto anche risvolti positivi. L’insicurezza si è poi trasformata in curiosità, in attenzione nei confronti degli altri. Dirò una cosa forse impopolare: sentirsi a disagio e vivere momenti di fragilità può anche rappresentare un’opportunità».

Davvero?

«Senza dubbio. Non dimentichiamo che gran parte dei personaggi folgoranti e geniali sono complessi, hanno fatto i conti con traumi e hanno sofferto la solitudine. Insomma, i difetti e le fragilità sono il sale della vita, ci permettono di dare senso alla nostra esistenza».

Tornando alla recitazione, cos’è successo dopo le imitazioni del liceo?

«Tutti mi dicevano: “Devi fare l’attrice, hai un viso espressivo…”. Ma io… boh, non è che avessi le idee tanto chiare. Però, ho provato a entrare all’Accademia d’Arte Drammatica: digiuna di teatro, ho comunque superato la prima fase. In compenso, dopo è stato un disastro, perché mi sono sentita in difficoltà con un insegnante e la cosa si è chiusa lì. Ma non mi sono fermata. Ho frequentato un corso regionale di recitazione. Un corso con professori (adesso posso dirlo) piuttosto imbarazzanti (a parte una). In quel frangente, però, ho conosciuto alcune persone con cui ho deciso di provare a entrare al Centro Sperimentale di cinematografia».

Lì com’è andata?

«Tra film da vedere e scene da preparare (io ho portato Il marito della parrucchiera di Patrice Leconte), si è realizzata una specie di magia: è stata un’esperienza magnifica, mi sono entusiasmata, ho finalmente capito che quella era la mia strada».

Hai studiato molto per arrivare dove sei adesso. Tra provini e prime esibizioni, ti sono mai capitati momenti imbarazzanti?

«Per fortuna ho sempre avuto un rapporto molto bello con il palco e con il pubblico. Forse quando ero più giovane e facevo esibizioni a San Lorenzo (un quartiere di Roma, ndr) può essermi capitato di sbagliare battute e disperarmi, ma ora mi sento tranquilla. Mi è successo, però, di fare errori nella scelta dei testi. Una volta mi sono sentita terribilmente in imbarazzo: ho fatto un monologo tipo stand up comedy con un copione non scritto da me. Non ero riuscita a fare un lavoro di adattamento e, anche se quel testo sembrava mio, non lo era, lo sentivo distante. Mi è sembrato di tradire il pubblico (che però credo non si sia accorto di nulla), e anche me stessa».

Cosa succede quando vai in scena?

«Quello è davvero un momento speciale, unico. Mi sento sempre come volessi rivelare qualcosa di segreto al pubblico, sento forte il legame con gli spettatori e voglio essere sincera, autentica. Secondo me gli attori sono come strumenti e ognuno “suona” con i propri pregi e difetti. Ecco, quindi io non posso fare il basso elettrico, se sono un violino».

Parlando appunto di difetti e limiti, come la maggior parte delle donne fatichi ad accettare il tuo aspetto fisico oppure sei tranquilla?

«Come dicevo, da ragazzina non riuscivo ad accettarmi, rifiutavo me stessa, forse anche perché ero in sovrappeso. Ho sempre fatto ginnastica per migliorarmi, ma non era quello il punto. È tutta una questione mentale: non mi piacevo perché non avevo consapevolezza di chi fossi, adesso invece mi conosco a fondo e mi sento meglio. Certo, ho sempre il “bug” dell’insicurezza, quello me lo porterò dietro per sempre, ma ora mi piaccio per quella che sono».

La difficoltà ad accettarti si rifletteva anche nelle storie d’amore?

«Ovvio! Sono stata una delle cosiddette “donne che amano troppo”. Quelle femmine che si sentono generose, romantiche e sognatrici, ma spesso sono invece una palla al piede (ride, ndr)! Sì, perché quel tipo di donna tende a mettersi con casi umani solo per sentirsi più forte, migliore. Poi ovviamente soffre e si strugge, ma non si rende conto di fare tutto da sola. A quei tempi, infatti, decidevo a prescindere che un uomo era il mio principe azzurro, quasi non lo conoscevo, ma sentivo che era quello giusto. Insomma, in quei legami non c’era un reale incontro tra due persone. Adesso, invece,  mi sono emancipata dal ruolo di vittima degli uomini. Finalmente sono più libera e consapevole».

Ci racconti la tua giornata tipo?

«Diciamo che sono mattiniera e sono anche molto attiva. Vi spiego: nel palazzo in cui vivo tutti i condomini ormai sanno che sono un’attrice, ma credo che i primi tempi pensassero che fossi una sorta di “trasportatrice”: sono sempre nell’androne e per le scale carica di scatole, pacchi e bagagli! Tornando alla mia routine, mi sveglio presto e faccio ginnastica. E mi è anche venuto il pollice verde, per cui mi occupo spesso delle mie piante e dei miei fiori. Ma ci sono anche molte altre cose a cui amo dedicarmi quando sono libera: mi piace fare la spesa, mangio tante verdure, vado alle feste e ballo».

Sei una “tiratardi”?

«La verità è che sono sempre in giro per lavoro, quindi quando posso mi godo volentieri un film a casa con indosso la tuta (o quasi). E infatti ho un gruppo di amiche attrici con cui va sempre a finire che ci rimbalziamo gli appuntamenti. Ieri avrei dovuto vedermi con alcune di loro, poi verso le sei di pomeriggio abbiamo iniziato a mandarci i nostri classici messaggi: “Io sono stanca”, “Dài, vieni a casa mia”, “Non esco da Trastevere”. Alla fine non abbiamo fatto nulla. Che fatica riuscire a organizzare qualcosa tutte insieme…».

Nelle tue serate casalinghe c’è spazio per la lettura?

«Sì. Recentemente ho letto due libri davvero folgoranti del fisico e saggista austriaco Fritjof Capra: La rete della vita. Perché l’altruismo è alla base dell’evoluzione e Il tao della fisica. Un’indagine sulle analogie tra la fisica moderna e il misticismo orientale. Due volumi che dovrebbero leggere  tutti, perché contengono riflessioni pazzesche».

Ti piacciono le serate a casa, ma quando sei via per lavoro come ti organizzi?

«Per prima cosa, cerco di non prenotare l’albergo, preferisco invece affittare un appartamento, perché tengo molto alla mia routine: la mia colazione, non parlare con nessuno di prima mattina… La scelta di evitare gli hotel riserva a volte belle sorprese. Per esempio, a Barletta la host della casa che avevo preso mi ha insegnato a fare le orecchiette a casa. Uno spasso. Quasi dimenticavo di dire infatti che, tra le tante cose che amo fare, c’è anche cucinare: il pesce al cartoccio, la carbonara, il pesto (ho la pianta di basilico in casa), le vellutate di verdure, i dolci… Se vuoi, t’invito a cena e vedrai che meraviglie posso portare in tavola!».

Grazie! Intanto, so che hai appena concluso una tournée teatrale importante. Sei soddisfatta?

«Moltissimo. Ho portato in scena una commedia acida e politicamente scorretta, Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow. Un testo scritto da Julia May Jonas, una penna giovane, ma molto raffinata, che racconta la storia fuori dagli schemi: a New York, Kim è una donna che ha passato i 40 e “non ce l’ha fatta” (un aspetto ancora più pesante negli Stati Uniti che per esempio in Italia). Kim è considerata da tutti vecchia, si sente un reietto, vive per strada… Così, organizza un colpo: una rapina per avere una seconda possibilità. Oltre a Kim, ci sono altre due protagoniste, Tussei e Blatta. Uno degli aspetti più interessanti di questa dark comedy sono proprio i personaggi: tre donne bizzarre e stravaganti. Non i soliti stereotipi, insomma. In generale, poi, questa pièce affronta un tema che purtroppo riguarda tutti: il malessere dello stare al mondo».

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