E tre, due, uno… driiiiin: la suoneria del telefono. Non so da quando sia iniziata questa tortura dei risvegli all’alba. Rimango immobile ad ascoltare. Il respiro pesante di Mario accanto a me. I borborigmi del frigorifero in cucina. Gli scricchiolii del vecchio parquet. L’insolita quiete della casa prima che si attivino i miei figli.
Mi chiamo Alice, ho quasi 50 anni e da tempo dormo poco, mangio peggio e mi sento nel mezzo di una vita che non mi appartiene del tutto. Come nel fulcro di un ciclone, immersa in una calma apparente osservo turbinare intorno a me i miei familiari, i colleghi, il dentista, l’idraulico, gli istruttori dei miei figli e le incombenze che mi attendono.
Da piccola il mio nome non era comune e i compagni di scuola, quando mi presentavo, mi chiedevano sempre del Paese delle Meraviglie. Così ho finito per crederci anch’io e mi sentivo davvero la protagonista di una favola.
Il principe era il mio papà, la strega potente invece mia madre Teresa.
Così, quando papà mi ha salutato davanti a scuola una mattina di tanti anni fa, non sospettavo certo che il mio mondo sereno, con la sua fuga, si sarebbe sgretolato.
Siamo rimaste la mamma e io. Il generale incorruttibile e una ragazzina di 13 anni con un nome ingombrante.
Poi, gli amici hanno reso sopportabile la mia vita finché non ho incontrato Mario, che ne ha cambiato la rotta. Ci siamo innamorati all’università, abbiamo condiviso sogni, minuscoli appartamenti e risate fino a tardi. Infine sono arrivati Silvia, ora all’ultimo anno di liceo, e Matteo, 13 anni e un’indolenza adolescenziale capace di farmi perdere la pazienza sempre e comunque.
Negli ultimi mesi, però, qualcosa si è incrinato. Mario parla poco. Torna tardi ed evita il mio sguardo. In settimana ho scoperto, quasi per caso, alcuni messaggi sul suo telefono. Nulla di esplicito, ma abbastanza per farmi sentire ingannata.
«Non è come pensi» ha detto senza troppa convinzione.
«E com’è, allora?» ho risposto, con la voce che tremava.
Da quella sera viviamo come coinquilini. Nessun piatto rotto, solo un silenzio pesante.
«No mamma, ma dormi pure, eh? Scusa se devo andare a scuola e non ho nulla da mettere!».
Silvia entra in camera come un ciclone, accende la luce e rovista, con malagrazia, nel cassetto dei miei maglioni. Sospetto che arrotolati al fondo del suo armadio troverei indumenti graziosi. Non è che le manchino i vestiti, è l’ordine il problema! Comunque come potrei raccontarle che la mia apparente pigrizia è l’esasperazione di un giocoliere che non sa più come tenere il suo mondo in equilibrio?
Così le porgo una maglia verde bosco: «Questa farà risaltare i tuoi occhi» le dico complice. Lei esita, poi sorride e corre a prepararsi.
Altra questione è sbrandare il bell’addormentato.
Secondo Matteo devo stare chill (cioè serena) se lui non si sveglia, se non studia, se cambia tipa (ragazza) con più frequenza dei calzini. Insomma, non devo agitarmi se lui gioca in panchina la sua esistenza. Al contrario dovrei sostenerlo e credere, come il suo allenatore (e un po’ suo padre), di avere in casa un nuovo fenomeno del calcio. Lì sì che è sempre puntuale e motivato. Detesto che lo sport sia il suo unico interesse e che parli con tanta sciatteria.
Ci tengo: Mario e io volevamo sposarci, i soldi erano pochi e il concorso per insegnare le mie amate materie letterarie è arrivato tanto atteso quanto ostico. Bocciata. Sono entrata invece nell’ufficio di segreteria di una scuola vicina a casa. Senza rimpianto ho messo da parte i sogni professionali per uno più grosso: una famiglia unita, quello che a me è mancato.
Come ogni giovedì mattina sono usciti tutti di casa, io inizio alle dieci e pertanto mi godo un caffè in serenità assoluta finché una telefonata di mia madre non mi riporta alla realtà.
«Ciao anche a te mamma!» ironizzo. Pur temendola come una donna nata sotto il segno dei pesci può fare con una come lei, le voglio un bene infinito. Mamma non ha vacillato quando, da sola, è riuscita a non farmi mancare nulla di materiale. Tenerezza, invece, poca; l’affettuoso di famiglia era papà. Io sono cresciuta così, senza alcuna fiducia nel genere maschile e idealizzando i ricordi che mi legavano a quell’uomo. Ero così felice di aver incontrato Mario. Era bello dire alla mia bambina interiore che non è vero, non sono tutti bugiardi gli uomini.
Infatti siamo sposati da più di 20 anni e io mai avevo mai messo in dubbio la solidità della nostra relazione. Solo che quei messaggi…
«Alice, ti ricordi che mi devi portare a fisioterapia, vero?». Mia madre mi richiama all’ordine. Lo avevo dimenticato! Da ormai tre anni Teresa ha una lieve disabilità motoria che la costringe a usare il bastone, ma lei pretende di non rinunciare alla sua indipendenza.
Per questo la ammiro: se non avesse quel caratteraccio, hanno detto i medici, non avrebbe mai ripreso a camminare dopo l’incidente. Se però fosse più malleabile avrebbe accettato un aiuto domestico e io non dovrei correre sempre. E se fosse meno testarda andrebbe con le amiche al circolo parrocchiale. Non sarebbe più sola, cosa che ripete sempre, facendomi sentire in colpa.
«Che faccia tremenda, tesoro. Guarda che i mariti scappano se non ti curi» mi accoglie suadente.
“Parli per esperienza, vero?” vorrei rispondere, invece mi lascio sfuggire un detonante: «Oh, mi sa che Mario non è diverso dagli altri… E allora a che pro farsi bella?».
Teresa mi osserva basita. Attende il seguito e io lascio che il veleno di quei messaggi entri nell’abitacolo della macchina. Voglio che mia madre mi dica di non essere melodrammatica, che c’è una spiegazione che…
«Mollalo» commenta invece. «È come il più grande dei tuoi figli, che cosa te ne fai? A meno che…».
«A meno che… cosa?» chiedo con flebile speranza.
«A meno che non sia divino a letto. E allora…».
Dov’è il pulsante dell’espulsione automatica? Mia madre che parla con me di sesso? Anzi di quello che avviene, o meno, tra le lenzuola con mio marito?
«Mamma, ma davvero credi che in una relazione conti solo quello? E poi, forse, è anche colpa mia» sussurro sfinita.
«Oh, tu sei sempre stata troppo accomodante».
Questo aggettivo mi si addice. Solo che mi chiedo se io lo sia per natura o per paura. Timore di perdere i miei figli, mio marito e l’unico genitore che non se la sia data a gambe. Mi monta una rabbia strana su per la gola. Aspra.
Guardo l’orologio, la accompagno a fisioterapia e le dico di prendere un taxi al ritorno. Non ho intenzione di arrivare a scuola trafelata per sentirmi ancora rimbrottare. Ho il cuore spezzato e i nervi a fior di pelle: pessimo mix.
Infatti, prima di lasciarla davanti al centro fisioterapico le elenco tutte le mie frustrazioni: l’egoismo di Silvia, l’assenza di grinta di Matteo, sorvolo su Mario e infine sgancio la bomba: «E smettila di dire che sei sempre sola!».
«Ma io sono sola» obietta testarda, seppur stupita dalla mia ribellione.
«E allora paga qualcuno che accetti di stare del tempo con te!» rispondo velenosa aggiungendo. «O vai a giocare a carte con le tue amiche».
Lei tace, accusa il colpo. Sono stata sgarbata, lo so, già mi pento mentre faccio manovra. Sento bussare al finestrino. È lei, ma come ha fatto?
«Io detesto giocare a carte» scandisce marziale.
Non aggiungo altro, tanto a nulla servirebbe. Lei fa solo quello che le va e lo rispetto. Quanto a me, come si fa a lavorare, seguire i ragazzi nel mondo reale e virtuale di oggi, accudire i genitori che da rocce che erano divengono sempre più delicati e avere ancora la forza di dedicare del tempo a se stesse essendo anche mogli attraenti?
Mario mi lascia a letto in pigiama e, quando torna, mi trova, sovente, in tuta. Lo credo che le sue colleghe debbano sembrargli dive del cinema, ma insomma, credevo ci legasse un affiatamento più profondo. Vorrei comprensione da mio marito!
L’abbandono di mamma al centro medico mi regala un anticipo sulla tabella di marcia e noto che, vicino a scuola, ha aperto un nuovo negozio. Senza esitare entro: «Scusi, ha tempo per una piega lampo?».
La parrucchiera annuisce e investo il tempo risparmiato in un nuovo taglio di capelli che, senza falsa modestia, mi toglie dieci anni.
L’ho fatto per Mario? Non so, ma la donna che mi sorride dallo specchio assomiglia un po’ a mia figlia e un po’ a una versione di me che mi è più simpatica.
Uscita dal parrucchiere mi dirigo a scuola, anche se avrei una voglia matta di scappare lontano da tutti.
«Belli i capelli nuovi!». È Aurora, una bimba che spesso viene in segreteria con la sua insegnante di sostegno a fotocopiare delle schede didattiche. I suoi disegni per me colorano la scrivania e, come sempre, la sua allegria è contagiosa.
La giornata passa veloce, e anche la cena in solitaria. Silvia mangia da mia madre: sempre alleate quelle due (in un modo che un po’ mi ingelosisce). Matteo ha una partita e Mario è sugli spalti a fare il tifo.
Quando torna, Silvia mi trova con il piatto in mano davanti alla tivù: «Ma possibile che mangi sempre schifezze?». Sì, ha molto in comune con mia madre.
Io taccio. Non ho voglia di litigare.
«Com’è andata a scuola?» chiedo quindi, per fare due parole.
«Voti o gente?» mi domanda lei facendo un distinguo strano per altri, ma sensato per lei. Silvia ha spesso ottimi voti, ma fatica un po’ a relazionarsi con i suoi coetanei. Ha amici, fidatissimi, appartenenti alle diverse sfere della sua vita: tennis, scuola, volontariato. Però non accetta compromessi e quindi con la più vasta schiera dei conoscenti non mancano mai le incomprensioni.
«Le due cose» azzardo quindi e vengo investita da uno strano silenzio anziché dall’abituale fiume in piena.
Spengo la tivù e la raggiungo in camera, ma lei mi ferma sulla porta.
«Be’? È successo qualcosa?» chiedo.
«Dimmelo tu! Devo sapere da mia nonna che i miei vogliono divorziare? Nonna dice di non fidarmi di papà… ma io non voglio stare dalla parte di nessuno, è chiaro?» mi aggredisce di rimando chiudendo la porta della camera a pochi centimetri dal mio naso.
«Silvia, tesoro, la nonna avrà frainteso, fammi spiegare» tento di dire, agitata. Ma com’è venuto in mente a mia mamma di fare una cosa del genere?
Mia figlia, singhiozzando, chiede di lasciarla in pace e io, codarda, accetto.
Chiamo mia madre: «Non dovevi metterla in mezzo».
«È grande abbastanza per sapere da che parte stare».
«Non è una guerra!» obietto.
«Lo diventerà, se non ti fai rispettare» mi intima mia madre.
Riattacco tremando. Preparo una tisana per Silvia, ma lei non apre.
Quando Mario e Matteo tornano a casa sto già dormendo. Ho preso due goccine per calmarmi e forse è meglio così. Non voglio dire cose sbagliate. Ci penserò domattina.
L’indomani la stanza di Silvia è vuota. Il letto disfatto. L’armadio socchiuso. Sul comodino, un biglietto: “Ho bisogno di stare lontana da tutto questo”.
Non ci credo. Non è possibile. Mia figlia, passionale e combattiva, brava a scuola e sempre affidabile è andata via di casa?
Interrogo Matteo che, sconvolto, salta giù dal letto come un fulmine.
«Figurati ma’, non farebbe mai una roba così» dice sussultando quando legge il biglietto che gli porgo.
Chiamo Mario, che mi ascolta in silenzio. Davanti a Matteo evito di dire della discussione della sera prima e soprattutto di parlare di quei dannati messaggi. Mario però intuisce che la situazione è grave e mi dice che rientrerà.
Quella che segue è la giornata più assurda della mia vita. Ricordo di aver portato a scuola Matteo, di essere stata raggiunta da Mario. Le telefonate da fare per raggiungere gli amici di nostra figlia. Sul registro elettronico la sua assenza. Il Commissariato nel pomeriggio, l’impotenza di un ispettore che ci spiega che Silvia è maggiorenne e si è allontanata volontariamente. La grinta imprevedibile con la quale mi sono rivolta contro un rappresentante delle forze dell’ordine. Mario che mi trattiene. Io che realizzo che è colpa mia, è colpa nostra, se nostra figlia non si sente più bene in casa sua. Noi che torniamo a casa e Mario che si accorge che sono sparite le chiavi della casa al mare.
Da quanto tempo non torniamo laggiù? Presi da mille impegni, abbiamo dimenticato quanto ci rende felici stare tutti insieme in quel piccolo appartamento.
In un istante Mario e io saliamo in macchina. Ci ritroviamo uniti dalla paura di illuderci. Mentre Mario guida io continuo a comporre il numero di nostra figlia. Poi un messaggio di Matteo: “È al mare, avevi ragione ma’. Riportatela a casa”.
Quando suoniamo il campanello Silvia ci apre la porta: ha gli occhi gonfi e si scusa per averci fatto preoccupare.
«Silvia, ma perché fare una cosa del genere?» le dice mio marito, pallido.
Silvia racconta della conversazione avuta con la nonna. Mario si siede, improvvisamente privo di forze.
Io cerco di spiegare a mia figlia che i genitori possono avere dei problemi, ma rimangono madri e padri. Che nulla di quello che lei fa o non fa può cambiare questa realtà. Mario mi osserva attento e Silvia obietta come una bambina spaventata.
«Lo so, mamma… Ma mi sono sentita come se mi aveste sempre mentito. Davvero vi volete lasciare?».
Abbasso gli occhi. Che cosa rispondere? Mario si sente in colpa. Non è su questo che vorrei si basasse il nostro rapporto d’ora in poi.
«Mi è venuta una gran fame» mento. «Andiamo a vedere se il chioschetto è aperto?».
Mia figlia e mio marito si fanno trascinare in uno dei posti che ci ha sempre visto felici. È primavera, l’aria è tiepida e il profumo del mare mette allegria anche in una serata come questa.
Vediamo tramontare il sole con una focaccia calda tra le mani e facciamo tintinnare le birre. Non so che cosa succederà, ma so riconoscere un momento di pace e questo lo è. Nonostante tutto.
Nel viaggio di ritorno Silvia è crollata esausta sul sedile di dietro. La strada litoranea costeggia il mare, che ha assunto il colore del cielo e inizia a rilucere delle lampare delle poche barche che prendono il largo.
«Scusa» dice piano mio marito, «abbiamo sbagliato qualcosa».
«Abbiamo fatto finta che andasse tutto bene» gli rispondo, consapevole che la paura non può guidare le nostre azioni.
Mario ha ammesso la sua crisi, la sua sensazione di essere diventato superfluo nella mia vita. Io avrei voluto ribattere che anche lui, spesso, non c’è, ma ho taciuto perché, in parte, ha ragione. Ho costruito una diga per contenere tutto e tutti, lasciando fuori proprio lui. O forse l’ho considerato come l’ennesima persona di cui occuparmi, non l’uomo che ho scelto per condividere la vita.
Glielo dico e sento che una mano calda scivola sul mio ginocchio. È un gesto semplice e carico di significato. Metto la mia mano sulla sua e le nostre dita, per un momento, s’intrecciano come non facevamo da tempo.
È tardi quando, dopo aver controllato che i ragazzi dormissero, mi stendo accanto al corpo di mio marito e mi lascio avvolgere da un abbraccio che non è desiderio e non è paura: è casa.
Rimaniamo a lungo così. Mario mi racconta di problemi sul lavoro, di una nuova impiegata che lo guarda adorante e chiarisce che non è successo niente con lei.
«Non voglio sapere altro» ammetto. «Ma se rimani con me fa che non sia per senso di colpa né perché abbiamo una figlia matta».
Lui mi stringe forte e io penso che è un ottimo inizio, anche se ci vorrà di più per ritrovarci davvero.
Sono passati i giorni. In casa ho dato dei compiti ai miei figli, chiarendo che ciascuno deve fare la sua parte. Hanno sbuffato, ma la lavastoviglie è diventata anche affar loro.
Per un po’ ho evitato di andare da mia madre. Poi l’ho fatto e le ho parlato con chiarezza mettendo al centro la serenità dei miei figli.
«Non volevo farle del male» ha mormorato lei. «Avevo paura che soffrisse come hai sofferto tu».
L’esasperazione di questo lungo periodo si è trasformata in qualcosa di più morbido. Mia madre non sembra più un generale, ma una donna anziana troppo abituata a lottare per deporre le armi.
Qualcosa è cambiato. Non in modo eclatante. Piccoli gesti. Teresa ha accettato un aiuto domestico, Silvia è tornata a studiare per la maturità e Matteo, rassicurato, ha ripreso a fare domande sulla scuola superiore.
Una sera, mentre stavamo sparecchiando, Mario ha sfiorato la mia mano e guardandomi con una sfumatura che ben conosco e che, lo ammetto, mi fa un certo effetto ha aggiunto: «Non prometto che sarà facile».
«Non lo voglio facile, ma voglio che sia vero» gli ho sussurrato all’orecchio.
È sabato mattina e, come sempre, apro gli occhi prima della sveglia. Oggi però non sento solo il peso delle responsabilità. Sgattaiolo fuori dal letto, vado in cucina e guardo fuori dalla finestra. Il cielo è terso. Nel silenzio, sorseggio un bicchiere d’acqua e mi è chiaro che non posso, neppure volendo, salvare tutti.
Mario mi raggiunge sbadigliando assonnato: «Caffè?» chiede. E io mi ritrovo a pensare che gli anni sono stati gentili con lui, somiglia ancora parecchio al ragazzo di cui mi sono innamorata all’università. Annuisco e gli sfioro le labbra. Lui mi prende la mano e mi impedisce di allontanarmi.
«Aspetta un po’…» e mi stampa un bacio che non ha nulla dell’usato affetto tra di noi. Che sia l’effetto della camicia da notte di seta che mi ha regalato mamma per i 50 anni?
Forse è l’inizio di un modo diverso, più coinvolgente, di stare insieme. Per la prima volta dopo molto tempo, nel mezzo di un sabato mattina qualsiasi, stretta a Mario, non mi sento più intrappolata. Mi sento, finalmente, al centro della mia vita.
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