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Dalle passerelle al Dalai Lama

Fabio Mancini è uno dei super modelli del nostro Paese. Ed è anche un uomo che ha scelto di conoscersi a fondo, di perdonare se stesso e chi l’ha ferito. Oggi, racconta la sua storia nelle scuole. Dove ogni volta impara qualcosa

foto Piergiorgio Pirrone - LaPresse 29 08 2018 Lido di Venezia spettacolo 75esima mostra d'arte cinematografica di Venezia First man premiere nella foto: Fabio Mancini photo Piergiorgio Pirrone - LaPresse 29 08 2018 Venezia Lido 75th Venice film festival First man premiere in the photo: Fabio Mancini

Il Nilo è una lama d’oro che attraversa il silenzio. Un sole gigantesco emerge lentamente dall’orizzonte e, minuto dopo minuto, incendia il fiume. Sull’altra riva la terra è ancora scura. Le palme sembrano ombre disegnate contro il cielo, mentre le imbarcazioni scivolano sull’acqua, sospese tra la notte e il giorno.

Resto immobile. Davanti a me scorre il fiume che ha visto nascere civiltà, imperi, sogni destinati a durare migliaia di anni. Tutto qui parla di tempo, di ciò che passa e di ciò che resta.

Tra poche ore sfilerò al Tempio di Hatshepsut, uno dei luoghi più straordinari che abbia mai visto. Non sono teso. So ciò che devo fare.

Dopo tanti anni sulle passerelle, ogni gesto è naturale.

Il Signor Armani continua a riporre in me la stessa fiducia che mi ha regalato fin dall’inizio e io porto questa grande responsabilità con gratitudine e rispetto. Rappresenterò l’Italia in una serata destinata a entrare nella storia della moda.

Eppure, mentre guardo il sole sorgere dalle acque del fiume, mi accorgo che non sto pensando alla sfilata, alle fotografie, agli applausi. Sto semplicemente con me stesso. E forse è proprio questo il privilegio più grande.

Raggiungo Hatshepsut al tramonto. Il tempio è incastonato nella montagna. La pietra cambia colore a ogni istante. Prima ambra, poi rame, poi oro. Le luci si accendono una dopo l’altra lungo i colonnati e la grande scalinata centrale si illumina come una strada tracciata nel tempo.

Mi fermo a osservare. Ho sfilato nei luoghi più esclusivi del mondo. Ma qui è diverso. Non sono davanti a un monumento, sono davanti all’eternità. Mi sento infinitamente piccolo e incredibilmente fortunato. In luoghi come questo capisci che il successo è un soffio. La fama è qualcosa che passa. Ciò che resta è altro.

Restano le persone che hai amato, le vite che hai sfiorato e il bene che sei riuscito a lasciare dietro di te.

Mancano pochi minuti. Indosso una lunga giacca dorata e mi preparo a scendere la scalinata. I riflettori sono puntati su di me. Migliaia di occhi seguono ogni movimento.

I miei, invece, guardano lontano. Mentre percorro i gradini illuminati, ho la sensazione di attraversare una soglia. Come se tutta la strada percorsa fino a quel momento mi avesse condotto lì per comprendere una semplice verità: non conta quanto in alto riesci ad arrivare, conta la persona che scegli di essere durante il cammino.

C’è un pensiero che torna da anni. Ogni tanto bussa, nei momenti più inaspettati.

L’India. Forse ho bisogno di ritrovare qualcosa che ho perso molto tempo fa, quel filo che la vita ha spezzato troppo presto.

Quando mia madre se ne andò per costruirsi un’altra vita, rimasi incredulo, deluso, tradito. Non volli più vederla.

Poco tempo dopo, anche mio padre si trasferì all’estero. Non avevo più una casa, ma soprattutto non avevo più una famiglia. Era cambiato tutto.

Mi ritrovai solo. Con me era rimasto mio fratello più piccolo. Avrei fatto di tutto per non fargli mancare l’amore che ci avevano portato via.

Strinsi i denti. Lavorai di più, convinto che il successo avrebbe riempito quel vuoto e calmato il dolore. Stavo diventando un modello di spicco nella moda. Nulla mi avrebbe fermato.

Verso l’Himalaya

Dall’aereo verso l’Himalaya vedo continenti, deserti e montagne. Non so esattamente cosa sto cercando, ma voglio andarci. La salita verso il monastero dura ore, l’aria diventa sempre più sottile, i passi si fanno più pesanti. Insieme a un piccolo gruppo di monaci ci arrampichiamo sulla montagna, trasportando viveri e taniche d’acqua lungo stretti sentieri. Sotto di noi vallate immense, sopra di noi il cielo. Il mondo che conosco rimane sempre più lontano.

Quando finalmente raggiungiamo il rifugio, il sole sta scomparendo dietro le cime. La costruzione di pietra è poco più di un riparo. Mi presentano l’eremita, mi sorride e mi mostra la mia stanza.

Quella notte dormo su un asse di legno. Il corpo cerca una posizione che non esiste. Ho freddo e un forte mal di testa. Mi hanno tolto il telefono e rasato i capelli. Indosso una tunica porpora. Quassù siamo nel nulla, un vento freddo mi scuote, avrò i brividi per tutta la settimana.

L’Himalaya non ti accoglie. Ti spoglia. Ti toglie una certezza alla volta, un’illusione alla volta, fino a lasciarti nudo davanti a ciò che sei veramente. E proprio lì, così vicino all’azzurro, il mio viaggio interiore ha inizio.

Anni di passerelle, di campagne di moda, di viaggi in ogni parte del mondo, di riconoscimenti, inseguendo traguardi sempre più ambiziosi. Ma chi sono davvero quando si spengono le luci?

Stare con me all’inizio è insopportabile. Il monaco m’insegna a coltivare, a cucinare i prodotti della terra. Mi ascolta e meditiamo a lungo nel bosco. Mi sento solo, di nuovo, ma questa volta non scappo. Guardo in faccia le mie paure, i sensi di colpa, la fragilità che ho celato dietro il personaggio. Voglio toccare le mie ferite.

Una mattina un gruppetto di scimmie mi dà il buongiorno, sembra m’invitino a seguirle nel bosco.

Esco dal rifugio, sento la terra umida sotto i piedi e vengo inghiottito dalla nebbia.

Impiego un attimo a capire che non è nebbia, sono in una nuvola.

Il mondo è scomparso. Resta solo il mio respiro nell’immenso silenzio.

Di colpo un’aquila compare dal nulla e apre le sue grandi ali sopra di me, si lascia condurre dal vento. Seguo il suo volo libero finché non scompare.

Per la prima volta non sento il bisogno di controllare nulla. Ho intuito una verità che la mente non riesce ancora a spiegare.

Strato dopo strato cadono tutte le maschere. Dell’uomo che deve sempre essere perfetto resta ben poco. Nello specchio che un monaco mi mette davanti al volto, vedo me stesso.

Poi il monaco m’invita a guardare meglio. Negli occhi riconosco mia madre. Nelle linee del volto riconosco mio padre. Per anni ho cercato di allontanarmi da loro. Eppure erano sempre stati lì. Dentro di me.

Vedo gli sbagli che ho fatto, l’insicurezza nascosta, la rabbia censurata. È doloroso, ma profondamente liberatorio.

Smetto di giudicarmi. Comincio a comprendermi. E quando tutto attorno a me ormai sta crollando, arriva l’incontro con il Dalai Lama.

Non è previsto.

Un giorno, mentre medito nel monastero, un monaco si avvicina e mi sussurra che Sua Santità desidera incontrarmi.

Non chiedo perché. Alcune domande appartengono alla mente, altre al destino.

Quando entro nella stanza, il tempo rallenta.

Non vedo un leader spirituale. Di fronte a me c’è un uomo dallo sguardo limpido, che mi sorride. Mi accoglie come se mi conoscesse da sempre.

Parliamo a lungo di compassione, perdono, gentilezza.

Poi dice una frase che sento entrare in profondità: «Il tuo nemico è il tuo miglior insegnante».

Resto in silenzio.

Per anni ho cercato di allontanare il dolore, di nascondere le ferite e cancellare ciò che mi ha fatto soffrire. Per la prima volta le mie ferite non mi appaiono una condanna, ma una lezione.

Poi mi dice sottovoce: «Giudica il tuo successo da ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo».

Quelle parole mi colpiscono a fondo. Per anni ho misurato il mio valore attraverso ciò che conquistavo. Non mi ero mai chiesto quante cose avessi lasciato lungo la strada. Il tempo con le persone che amavo, le piccole cose di ogni giorno. Forse il vero successo non è arrivare più in alto degli altri, ma riuscire a non perdere se stessi durante il cammino.

Alla fine del nostro incontro, il Dalai Lama mi guarda negli occhi e pronuncia parole che porterò con me per tutta la vita:

Diventa un Guerriero di Gentilezza e di Pace

Non un uomo che combatte contro gli altri, ma un uomo che sceglie ogni giorno di rispondere alla violenza con il dialogo, all’odio con la gentilezza, alla paura con l’amore.

In quell’istante sento qualcosa sciogliersi dentro di me. Le lacrime arrivano in silenzio. Le lascio scorrere, finalmente.

Quella notte resto a lungo seduto fuori dal monastero. Le stelle sono vicinissime, uniche luci nell’oscurità. Il vento soffia nella valle come una preghiera. Comprendo che è il momento di lasciare andare ciò che mi trattiene.

Riesco a perdonare me stesso.

Poi penso a mia madre. Penso a mio padre. Vedo i loro limiti, le battaglie che hanno combattuto, sento il peso delle scelte che hanno dovuto fare. E per la prima volta non le giudico.

Nel silenzio dell’Himalaya li perdono. Non perché ciò che è accaduto smetta di fare male o il passato possa essere riscritto. Li perdono perché non voglio più vivere prigioniero di quella ferita.

Quando il sole torna a sorgere dietro le montagne, mi accorgo che non sono loro a essere stati liberati, ma io. Il ragazzo che è salito fin lassù in cerca di risposte sta tornando a valle con qualcosa di molto più prezioso. La libertà.

Una direzione diversa

Quando torno in Italia, il mondo è rimasto esattamente lo stesso. Io invece ho preso una direzione diversa.

Un giorno vengo invitato in una scuola superiore per raccontare la mia esperienza. Penso di avere qualcosa da insegnare. Invece sono i ragazzi a insegnare qualcosa a me.

Nei loro sguardi, nelle domande che mi rivolgono, ritrovo le mie stesse insicurezze. Lo stesso bisogno di sentirsi accettati, di esprimersi, di trovare il proprio posto nel mondo senza rinunciare ai propri sogni.

I ragazzi si riconoscono nelle mie fragilità molto più che nei miei successi. Non sono interessati al modello. Vogliono sapere come ho affrontato il dolore, come ho attraversato la solitudine e dove ho trovato la forza per rialzarmi.

Allora comprendo che le esperienze più difficili della mia vita non sono un ostacolo. Sono diventate un ponte tra me e loro. Da quell’incontro nasce un’idea.

E da quell’idea prende vita il Fabio Mancini European School Project, un’iniziativa nata per offrire ai giovani strumenti per conoscersi, ascoltarsi e credere in se stessi.

Non voglio limitarmi a raccontare la mia storia. Voglio fare qualcosa di concreto.

Così inizio a coinvolgere psicologi, educatori, professionisti della salute e specialisti provenienti da diversi ambiti. Insieme costruiamo uno spazio in cui esperienza, educazione e ricerca possano dialogare per accompagnare i ragazzi nella loro crescita.

Nel corso degli anni il progetto coinvolge migliaia di studenti ed è riconosciuto anche in ambito accademico internazionale. Ma il risultato che porto davvero nel cuore non si misura nei numeri. Si trova negli occhi dei ragazzi, negli abbracci al termine degli incontri, nelle lettere di chi trova il coraggio di raccontarmi ciò che non ha mai detto a nessuno.

In un’aula mi torna in mente il ragazzo che ero, che aveva perso i punti di riferimento e cercava risposte ovunque senza trovarle. Forse è per questo che mi sento vicino ai giovani: conosco il loro linguaggio più profondo, quello della fragilità e dei grandi desideri.

Quando uno studente mi dice:

Grazie, mi hai fatto sentire meno solo

capisco che il mio percorso ha avuto un senso.

Le passerelle mi hanno dato una professione.

La vita mi ha affidato una missione. Un Guerriero di Gentilezza non cambia il mondo da solo, ma può aiutare una persona a guardarsi in modo più vero.

È da lì che comincia ogni rivoluzione. Non c’è emozione più grande che accorgersi di essere diventati il raggio di luce di cui, un tempo, avevamo bisogno. Non sono cambiato. Sono tornato a me.

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