Una risata fragorosa, una battuta autoironica, poi una riflessione che va dritta al cuore delle cose. Roberta Caronia ha una «disperata vitalità», per dirla con Pier Paolo Pasolini: un’energia che le permette di guardare in faccia le contraddizioni della vita. La si ritrova anche quando parla d’amore, delle fatiche della maternità e del tempo che passa, temi che affronta con franchezza e senza filtri. Dal 5 novembre sarà Anna in Closer, una storia di sentimenti e relazioni che offre lo spunto per una conversazione sincera che riesce a mettere a nudo anche le nostre fragilità e i nostri desideri.
Anna è una donna che desidera amare ed essere amata, ma teme le conseguenze dei propri sentimenti. Cosa ti ha colpito di lei?
«Closer per la mia generazione è stato un film di culto: raccontava la disgregazione dei rapporti, non più tutelati da una cultura borghese. I nostri genitori rimanevano insieme qualsiasi cosa succedesse; qui i legami possono spezzarsi. I personaggi vivono un’insicurezza sentimentale continua che li porta a rimettere in discussione le proprie scelte. Anna è una professionista realizzata, almeno sulla carta, ma profondamente sola: non si sente amata pur essendo divisa tra due uomini».
Dan (Alessandro Averone) attinge alla vita di Alice (Yeva Sai) per scrivere, mentre Anna fotografa sconosciuti. Come un attore, entrambi osservano vite altrui. Quanto rubi alla realtà?
«Tantissimo. Recitare è una rapina con scasso: rubo qualcosa per strada perfino da chi mi manda a quel paese in macchina.Lo faccio in modo spietato perché ho bisogno di quel bagaglio. Attingere alla memoria emotiva è doloroso, ma anche catartico: se sai rubare dalla tua vita e da quella degli altri, recitare ti ripaga con un grande nutrimento interiore».
La scena decisiva con Larry (Paolo Kessisoglu) mette Anna di fronte a emozioni contrastanti.
«È la scena più difficile: devo attraversare senso di colpa, compassione, rivalsa e sfida. Con Paolo, un attore molto forte, costruiamo una relazione, agendo e reagendo come in una soluzione chimica. Non voglio che Anna abbia un solo colore: passa dallo stato solido al liquido, poi di nuovo al solido e infine al gassoso, tutto nella stessa scena».
In questo testo il sesso può diventare un’arma. Che cosa ci impedisce di essere davvero vicini?
«L’egoismo: prima di stare con l’altro ci chiediamo di cosa abbiamo bisogno noi. Oggi ci viene detto di non rinunciare a nulla e che l’altro deve accettarci così. È anche giusto, ma per una vera intimità dobbiamo rischiare di perdere un pezzetto di noi. Se non cediamo nulla rimaniamo isole, mentre dovremmo gettare ponti».
La verità, però, può far male.
«Certo, non vogliamo far soffrire gli altri, ma nel non detto restano dolori sospesi. Bisogna chiedersi se tacere sia generosità o egoismo. C’è un aspetto dello spettacolo a cui tengo: gli uomini vengono lasciati e lo accettano. Nonostante la violenza psicologica e le cose tremende che si fanno, gli uomini accettano il no. In tempi in cui l’amore maschile fatica ancora a riconoscere questo limite, mi sembra importante evidenziarlo».
Anna osserva che spesso si ama il modo in cui qualcuno ci fa sentire più che la persona. Quanto conta sentirsi davvero visti?
«È fondamentale, vale anche per gli uomini e nelle amicizie: vogliamo essere riconosciuti per ciò che siamo, non per ciò che rappresentiamo, soprattutto oggi con la rappresentazione di sé e i social. Io mi sento vista ed è un grande traguardo. Chi ti ama conosce le tue contraddizioni, ti vede nelle falle, non solo nel luccichio. Spero che ami la mia parte vulnerabile, quella che non mostro a tutti, e resti anche vedendo il peggio. Nel mio caso, l’accidia, la pigrizia… sono una luna che cambia».
Cosa riconosci in te di Anna e cosa ti è estraneo?
«La sua sfuggevolezza, anch’io sono stata imprendibile. Ma Anna è controllatissima e ha il girl power; io per niente, sono molto più cialtrona. Per diventare lei devo fare un salto mortale».
Si può essere felici con qualcuno e desiderare comunque un’altra vita?
«Non credo. Desiderare è fondamentale,ma bisogna trovare un equilibrio con ciò che abbiamo ottenuto: “voraci” sì, però saper stare nel sazio a volte non è male. La felicità non è necessariamente l’obiettivo. Io ambisco a una vita serena, in armonia con la mia identità».
Da Anna a Beatrice, che interpreti in La salita di Massimiliano Gallo, ora su Prime Video: due donne diverse, difficili da incasellare. Quanto ti interessa raccontare personaggi così?
«Moltissimo, perché nemmeno io vorrei essere solo una madre, un’attrice o la compagna di qualcuno. Nel teatro le figure femminili complesse, come Medea, sono sempre esistite, ma sullo schermo solo da poco vediamo donne non ridotte a un unico ruolo. C’è ancora molto da fare».
In La salita il teatro offre un’opportunità ai ragazzi di Nisida. Di fronte alla violenza di questi giorni, quali responsabilità abbiamo noi adulti?
«Sarebbe sbagliato liquidare tutti i ragazzi coinvolti come delinquenti: alcuni lo sono, altri vivono un disagio profondissimo. Parlare coi figli richiede a noi adulti un altruismo gigantesco: mettere da parte noi stessi e ascoltare. Qualcosa stiamo sbagliando e dobbiamo riconoscerlo».
Anche manifestare può trasmettere ai giovani il senso della responsabilità collettiva?
«Sono stata anche con mio figlio ai cortei pacifici per Gaza, pieni di gioia e di persone che volevano dare un contributo. La manifestazione è una forma di empatia civile».
E tuo figlio cosa ti ha insegnato?
«Ruggero è profondamente empatico, prende sempre le difese degli amici e cerca di capire i loro problemi. Lo ammiro. Poi dice che tutto ciò che faccio è “cringe”. Da boomer ho imparato una parola nuova, con il suo significato stratificato».
Tornando ai personaggi di Closer, hai usato l’immagine dei funamboli. Quanto lo sei stata per conciliare lavoro e maternità?
«È stato faticosissimo, mi sfinisce ripensarci. Far convivere la crescita di un figlio con la realizzazione personale, per una donna, è funambulismo estremo. Devi giustificare le tue assenze, cosa non richiesta a un uomo. Per anni, davanti a un lavoro, mi domandavo quanto tempo sarei stata lontana. Ho coltivato una serra di sensi di colpa che col tempo per fortuna ho imparato a lasciare appassire».
Nel 2027 riprendi in scena La rigenerazione di Italo Svevo, sul desiderio di recuperare la giovinezza.Che rapporto hai con il tempo che passa?
«Molto litigarello. Cerco di convincermi che ci sia qualcosa di più sensuale del collagene! Trovo più interessante e aggraziato chi affronta il tempo con coraggio rispetto a chi vuole fermarlo, perché gli anni portano anche ricchezza. Oggi mi sento più centrata, senza rimpianti, e credo che la paura di invecchiare rischi di farci perdere il presente. Bisogna imparare ad abitarlo, senza rifugiarsi nel passato o nel futuro».
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