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Ho trovato la mia strada

Fin da piccola la giornalista Barbara Politi si è sentita fuori luogo nel suo paese. Poi è arrivata la svolta: il trasferimento a Roma, il lavoro dei sogni. E ha trovato la sua strada

Barbara Politi: «Ho trovato la mia strada»

Il paese in cui sono cresciuta mi stava stretto già da bambina. Non perché non lo amassi, ma perché avevo sempre l’impressione che non potesse contenere la mia energia, e io mi sentivo come una piantina in un vaso troppo piccolo. Le mie radici erano ben ancorate a Manduria (Ta), una cittadina agricola circondata da vigneti e silenzi. Il corso, la villa comunale, la scuola: tutto sembrava contenuto in un perimetro rassicurante.

Una terra generosa, concreta, fatta di quotidiana normalità.Le giornate della mia infanzia trascorrevano con un ritmo lento e pacato, ma io ci correvo dentro a perdifiato. Nei caldi pomeriggi d’estate attraversavamo in bicicletta i sentieri polverosi verso San Pietro in Bevagna.

Poi ci sdraiavamo sul prato davanti alla chiesa, punteggiato di fiorellini gialli, per riprendere fiato.I miei amici erano tutti maschi e, forse anche per questo, mi sentivo un maschiaccio anch’io. Facevamo a gara lungo la strada, mentre la campagna fiorita si allargava davanti a noi. Pedalavo forte, più che potevo, fino a non sentire più le gambe, con in cuffia Più bella cosa. Il sole dritto negli occhi, i capelli scompigliati sul viso, il profumo di uva matura.

Una volta a casa, tutto tornava come prima e io cercavo di essere una brava bambina, anche se le vicine più bisbetiche, forse per quelle ginocchia sbucciate sotto i pantaloncini, dicevano tra loro, a voce abbastanza alta da farmi sentire, che non sarei mai diventata una vera “scignurina”.

Fino a 18 anni la mia vita si è svolta tra il corso, la scuola, la villa comunale e le nostre brevi “fughe” fuori città. Avevo imparato ad adeguarmi a ciò che si aspettavano da me, come da tutte le ragazze della mia età.

Eppure stavo trascurando una parte importante del mio modo di essere e, più crescevo, più mi sentivo soffocare. Più tardi ho capito che quel sentirmi fuori posto era solo l’inizio.In quegli anni ho cominciato a interrogarmi su cosa significasse crescere in un contesto come quello.

Sentivo il peso di modelli silenziosi, che passavano dai gesti quotidiani, dagli sguardi, dai commenti non richiesti. C’era una regola non scritta, ma ferrea, su come una ragazza dovesse essere, muoversi, scegliere. Io provavo ad adeguarmi, ma era come indossare un vestito non mio, che ogni giorno stringeva un po’ di più.

Il primo vero respiro è arrivato quando ho deciso di lasciare casa per andare a Lecce all’università. Un volo fuori dal nido che mi ha portata a misurarmi non solo con una città più grande, piena di stimoli e possibilità, ma anche e soprattutto con me stessa.

Studiare Lettere mi ha aperto mille porte. È stato come lasciar entrare dentro di me aria fresca: nuove esperienze, incontri inaspettati. Col tempo prendeva forma il mio amore per la realtà, per le storie e per ciò che accadeva intorno a me. Sentivo la curiosità farsi più viva, più esigente. Quando mi hanno proposto uno stage come giornalista in un giornale locale, non ho avuto esitazioni. Ho detto sì con entusiasmo, con quella sensazione inconfondibile di chi riconosce di avere tra le mani un’occasione importante ancora prima di viverla.

Ovviamente i primi tempi furono di ascolto, osservazione, tentativi. Ho imparato che il giornalismo non è soltanto scrivere, ma anche saper restare un passo indietro, ascoltare prima di raccontare, osservare senza imporre la propria voce.

Le giornate iniziavano presto e finivano tardi, tra bozze da correggere e notizie da verificare. Nessun riflettore, solo gavetta e la sensazione di dover meritare ogni spazio conquistato. Era faticoso, ma ogni piccolo traguardo aveva il sapore delle cose ottenute con pazienza.

Il lavoro in redazione e poi come conduttrice in un’emittente televisiva pugliese aveva tracciato la mia rotta.

Credevo che sarei rimasta lì: se il contratto a tempo determinato fosse stato rinnovato, probabilmente non me ne sarei mai andata. Invece no. La collaborazione terminò e mi ritrovai, ormai più che trentenne, senza un lavoro, senza certezze.

Una sera, passeggiando sul lungomare, mi sentii per un attimo davvero sola. O forse libera.

Mandai un messaggio alla mia amica di Roma: “Verrei a trovarti qualche giorno, ci sei?”.

“Ti aspetto!” mi rispose.

Ero già in autostrada. Le raccontai di quanto mi ero impegnata nello studio e nel lavoro. Mi sfogai come non ricordavo di aver mai fatto prima, alzando la voce, lasciando uscire tutta l’amarezza. Per un attimo mi domandai se avesse avuto ragione mio padre: forse avrei dovuto tentare qualche concorso pubblico, scegliere una strada più sicura, sistemarmi con l’ultimo fidanzato, così perbene. Pensieri che tornavano ogni volta che la realtà smetteva di rassicurarmi.

La mia amica mi ascoltava e mi sorrideva, come se avesse già una risposta. «Devi restare a Roma. È qui che troverai la tua strada».

Tirai un sospiro di sollievo, pronta a dare una nuova direzione alla mia vita. La ragazzina tutta pepe era diventata una donna a cui mancava solo l’occasione giusta per essere davvero se stessa.

E quell’occasione qualche tempo dopo arrivò, quando ebbi l’opportunità di entrare a lavorare in Rai.

Per me fu la svolta. Dalla carta stampata, luogo del rigore e del prestigio delle parole, mi sono affacciata al mondo della televisione: affascinante, veloce, ma a volte anche superficiale. Il mio aspetto fisico, da un lato, mi aiutava; dall’altro, finiva per attribuirmi etichette che non mi appartenevano.

La verità è che in questo lavoro si deve sempre un po’ combattere per essere presi sul serio. Quando alcuni giudizi arrivavano spietati con gli sguardi, ancor prima che con le parole, dovevo dimostrare sul campo il valore. Spesso il confine tra visibilità e credibilità è molto sottile.

Allora ho deciso di concentrarmi su ciò che sapevo fare meglio: raccontare.

Ho capito che l’unica strada possibile era continuare a lavorare con costanza e passione, mettendo sempre qualcosa di me nel modo di condurre e tenendo fisso un obiettivo: mostrare l’Italia per quella che è davvero, con autenticità, attraverso le sue tradizioni, la gastronomia, le storie di rinascita che ci rendono riconoscibili nel mondo.

In Puglia torno ogni tanto per la mia famiglia e alcuni amici.

È un modo per restare in contatto con una terra che continuo ad amare e a raccontare, anche se non ha saputo vedermi fino in fondo.

Nemo propheta in patria” si dice.

E io ne conosco bene il significato.

Oggi sono una donna libera, felice di svolgere un lavoro che mi rappresenta e che mi chiede di reinventarmi ogni giorno.

Quando mi capita di tornare a casa e di sedere a un tavolino di un bar in piazza, osservo la gente di Lecce. Qualcuno mi riconosce e mi fa un cenno di saluto.

Una vecchia signora si avvicina e mi dice: “Comu sì diventata, signurì mia… t’aggiu vista ‘n televisióne!”.

Sorrido, ricambiando il saluto. Lei non sa che, in fondo, sono sempre stata così. La bambina che correva in bicicletta sui sentieri assolati del Sud oggi sarebbe fiera di sé per non essersi accontentata e aver cercato altrove la propria identità.

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