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Sara Ciocca: «Ho bisogno di creare il mio spazio vitale»

Sara Ciocca
CREDITS: Francesca Errichiello

Sara Ciocca ha l’entusiasmo di chi ha ancora tante domande da fare e la voglia di trovare risposte che contano. Lo dimostra quando racconta dell’incontro con i ragazzi e gli attivisti di Greenpeace Italia: «Volevo chiedere cosa è più urgente dire rispetto al cambiamento climatico», ci dice con una determinazione disarmante.

La giovane attrice, 18 anni, già interprete di film come La dea fortuna di Özpetek, Io sono l’abisso di Donato Carrisi e La vita accanto di Marco Tullio Giordana, dopo la presentazione al Giffoni Film Festival arriva al cinema dal 6 agosto nei panni della protagonista di Greta e le favole vere, diretto da Berardo Carboni.

Sara non interpreta solo Greta (non a caso ha lo stesso nome della Thunberg), ma ne porta sullo schermo valori e sensibilità.

Hai appena incontrato gli attivisti di Greenpeace Italia. Che idea ti sei fatta della situazione?

«La crisi climatica è una delle emergenze più gravi che stiamo vivendo, perché rischia di avere conseguenze sempre più durature sul nostro pianeta.

Uno degli aspetti che mi colpisce di più è la perdita della biodiversità: non riguarda soltanto gli animali a rischio di estinzione, ma anche le specie vegetali. Ci sono territori sempre più aridi e altri ancora coltivabili e gli effetti li vediamo già anche sulle nostre tavole.

Con gli attivisti ci siamo confrontati su tutti questi temi, cercando di capire quali passi concreti siano necessari per ricostruire, un passo alla volta».

Il cambiamento climatico si sta vivendo nelle piccole cose che talvolta si danno per scontate.

«I miei sono originari del Molise e sono nata e cresciuta a contatto con la natura. Per me gli alberi sono sempre stati un simbolo di vita e ancora oggi è nel verde che ritrovo la mia pace. Nel giardino di casa, ad Ardea, mio papà ha piantato circa 80 alberi.

Su questo ho anche scritto un testo che spero di poter leggere durante la promozione del film.

Li aveva scelti con grande cura, in modo che ogni stagione regalasse un frutto e una fioritura diversi: in primavera il giardino si riempiva dei colori dei peschi in fiore, d’inverno tutto intorno alla casa era di un verde intenso e nell’aria si sentiva il profumo della zagara, perché abbiamo tantissimi agrumi.

Negli ultimi sette anni, però, il mio giardino sembra non riconoscere più il ritmo delle stagioni: mi sono ritrovata le arance in primavera e i mandarini a fine agosto.

È un segnale di quanto la nostra natura stia soffrendo. Sono gli alberi a ripulire l’aria, a darci l’ossigeno e, in fondo, la vita.

Mi auguro che Greta e le favole vere diventi un grande megafono su questi temi, sia dal punto di vista sociale sia ambientale.

Con gli attivisti di Greenpeace parlavamo anche di quanto sia importante ridurre il consumo di carne proveniente dagli allevamenti intensivi, che producono metano, uno dei gas più dannosi per l’atmosfera. Dobbiamo fare passaparola, non solo per l’ambiente, ma anche per la nostra salute».

Tu hai eliminato completamente la carne?

«Sì, da tre anni e mezzo. Posso dire che forse è una di quelle scelte da cui non tornerei più indietro, per il mio corpo e per i valori in cui credo».

Torniamo al film. Greta dipinge delle palle di Natale, anche tu hai questa vena artistica?

«Ahimè nel disegno non sono mai stata una spada, ma nella scrittura ho ritrovato quella passione per l’espressione artistica che mi sarebbe piaciuto coltivare attraverso la pittura. Per me scrivere è un gesto catartico: mi aiuta a liberarmi, a conoscermi meglio.

Ogni volta che lo faccio scopro parti di me che non sapevo di avere, perché è come se il respiro e i pensieri trovassero finalmente un ordine. Ed è bellissimo vedere come, poco alla volta, tutto inizi a prendere forma.

Quando sono in difficoltà o attraverso una delle mie crisi adolescenziali, prendo il quaderno e scrivo. Anche il mio modo di farlo è cambiato negli anni: da bambina inventavo preghiere, ero molto legata a mia nonna e in qualche modo mi influenzava; alle medie mi divertivo a scrivere partendo da parole molto ricercate.

Oggi, invece, scrivo in modo viscerale: sento il bisogno di mettere nero su bianco tutto quello che provo e che desidero raccontare, dal disagio della crescita agli adolescenti, fino ai tanti punti interrogativi che accompagnano questa età così complessa, con tutti i suoi cambiamenti ormonali ed emotivi».

Ai miei tempi si teneva un diario segreto…

«Mi piace avere un quaderno che raccolga tutti i miei scritti. Penso che quando sarò più grande e ripenserò al mio passato avrò qualcosa di autentico a cui tornare: emozioni e pensieri rimasti intatti, che non potrò mai dimenticare perché sono lì, nero su bianco.

Quando scrivo, però, non lo faccio con l’idea di lasciare una testimonianza. Vivo molto il momento: sento semplicemente il bisogno di dare forma a quello che provo, a un sentimento, a un dolore o a una sensazione».

Condividi o tieni per te?

«Quando partecipo a qualche festival, se il tema lo permette, mi piace proporre un mio testo. Per il resto scrivo soprattutto per me, anche se poi finisco spesso per leggere quello che ho scritto agli amici o a persone che conosco da poco.

Ho un rapporto un po’ particolare con i miei testi. Posso andarne a prendere uno? Questo l’ho scritto all’inizio di luglio e parla della difficoltà di affrontare le relazioni sociali a scuola. L’ho intitolato Vita e vento e si conclude così: “Fortuna che c’è il vento, asciuga il sudore sotto i capelli, forza d’attrito inversa la nostra carne”.

Ho scoperto che il vento è una delle cose che più mi fa sentire libera: quando cammino, penso e lo sento tra i capelli, è come se riuscissi a respirare meglio».

Hai fatto riferimento alla scuola. Visto che hai iniziato a lavorare da giovanissima, come hai fatto a conciliare tutto?

«La mia vita artistica e quella scolastica sono sempre riuscite a convivere in un equilibrio che considero una grande fortuna. Ho incontrato insegnanti davvero straordinari, ma anche amici e amiche.

Non ho mai sentito il bisogno di scegliere tra la scuola e la mia passione, anzi: una ha sempre arricchito l’altra. Questo mi ha convinta ancora di più di quanto la conoscenza sia fondamentale.

Accrescere il proprio bagaglio culturale è un nutrimento prezioso, non solo per me come persona, ma anche per i personaggi che interpreto e per la mia crescita artistica».

Te lo ricordi il primo giorno di set?

«Sì, era il primo giorno di set per la serie Il miracolo. Ero così serena e spensierata, emozionata per quello che stavo vivendo, ma allo stesso tempo incredibilmente calma.

Oggi quella sensazione è un po’ diversa: sento più ansia, più tensione e soprattutto più aspettative verso me stessa.

Mi piacerebbe ritrovare quella leggerezza, quella naturalezza che avevo quel primo giorno, quando mi sono affidata completamente alle mani esperte dei primi registi che ho incontrato: Niccolò Ammanniti, Lucio Pellegrini e Francesco Munzi».

Hai fatto cinema d’autore, anche con argomenti tosti.

«Sì dagli adorati fratelli d’Innocenzo per America Latina che mi hanno aperto tante strade o Alessandro Siani che ha segnato la prima esperienza al cinema solo per citarne alcuni. Senza dimenticare gli incontri con attrici e attori come Margherita Buy, dai quali ho imparato moltissimo. Ogni esperienza si è rivelata preziosa e, in qualche modo, indispensabile per quella successiva».

Nel film si dice che una “favola vera” è qualcosa che, se ci credi, può diventare realtà. Qual è la tua, quella in cui scegli di credere per te e per il mondo?

«Partirei dal grande bisogno che sento di empatia, soprattutto a scuola, dove è importante educare al rispetto reciproco e alla cura verso gli altri e il mondo che ci circonda. Credo sia una necessità profondamente umana, perché imparare a mettersi nei panni degli altri può fare la differenza».

Torna Il ragazzo dai pantaloni rosa, che hai portato prima al cinema e poi in scena.

«Tutto enormemente collegato. In questo periodo ho preso parte a progetti che hanno un impatto sociale molto importante. E un’altra favola vera è che la guerra finisca adesso. Lo sento in piazza, quando incontro i miei amici: noi giovani stiamo lottando affinché questo mondo riparta da un’umanità che ascolta se stessa in maniera più umana. Un’altra favola vera che vorrò realizzare è diventare mamma. Ho un istinto materno da quando sono piccola e lo vedo crescere dentro di me, anche indipendentemente dal mio volere, osservando gli occhi delle mie cuginette.

Ho tante idee: mi piacerebbe scrivere un musical sulle orme di Emilia Pérez o La La Land. E poi ho comprato una cinepresa Chinon 605 S con cui vorrei filmare un viaggio in luoghi che non ho mai conosciuto, come l’Africa, entrando nella loro cultura e trasformando le riprese in qualcosa di artistico».

A gennaio hai compiuto 18 anni e hai deciso di andare a vivere da sola.

«Ho preso casa, anche se la ristrutturazione è ancora da completare. A un certo punto della vita senti il bisogno di staccarti, iniziare a sbagliare e guardare il mondo con i tuoi occhi, in modo più libero e autonomo. Avere uno spazio tutto mio in cui costruire qualcosa di nuovo lo considero il primo passo verso l’indipendenza».

In diversi tuoi progetti porti spesso un messaggio di speranza e crescita. Anche la scelta di una casa tutta tua sembra andare in quella direzione: come vivi questo nuovo capitolo?

«Sono fortunata ad aver avuto dei genitori che si sono sempre presi cura di me e che mi hanno dato la possibilità di arrivare a questo passo con serenità, supportandomi, sin da piccola, anche nella gestione dei guadagni. La protezione, la fiducia e gli strumenti che mi hanno trasmesso mi hanno permesso di costruire questa nuova fase.

Ho bisogno di creare il mio spazio vitale, un luogo tutto mio dove poter sperimentare nuove opportunità, imparare dai miei errori e costruire il mio percorso».

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