Ci sono luoghi che sembrano usciti dalle pagine di un romanzo. E Hay-on-Wye è uno di questi. Al confine tra il Galles e l’Inghilterra, custodito tra le colline verdi del Brecon Beacons National Park, questo borgo medievale con poco più di mille abitanti, fatto di viuzze ciotolate e librerie, ha una storia molto più grande delle sue dimensioni. Prima mercato agricolo, poi sonnolenta cittadina di campagna, oggi è conosciuta in tutto il mondo come “la città dei libri”. Non si tratta solo di un claim pubblicitario: qui i libri sono davvero ovunque. Sugli scaffali lasciati fuori in strada dai negozi, nelle piccole “honesty bookshops” (librerie dell’onestà, ndr), dove si sceglie un volume e si lascia in cambio qualche moneta in una cassetta, dietro le vetrine polverose colme di passate edizioni o dentro un ex cinema trasformato in una cattedrale di carta. E, perfino, tra le rovine di un vecchio castello.
Un sogno controcorrente
La storia di Hay-on-Wye inizia in modo visionario: nel 1962 un eccentrico bibliofilo di nome Richard Booth aprì il suo primo negozio di libri usati, perché «Ne aveva talmente tanti che non sapeva più dove metterli», scherza qualcuno in paese. La verità è che durante i suoi numerosi viaggi negli Stati Uniti negli anni Sessanta e Settanta, Booth aveva visto come la grande distribuzione stesse svuotando i centri delle piccole città e temeva che lo stesso potesse accadere in Gran Bretagna. Decise allora di usare i libri e il commercio indipendente per opporsi all’omologazione e la sua “utopia dei libri” nacque come una forma di resistenza.
Dalla visione al mito
Cominciò a comprare intere biblioteche in America e in Europa, riempì vecchi edifici di volumi di seconda mano, e provò a trasformare un paese in declino in un rifugio per lettori. L’idea funzionò. Negli anni Settanta Hay era già diventata una “book town”, ma Booth, maestro di auto promozione, spinse il mito ancora oltre. Il primo aprile 1977 proclamò Hay regno indipendente e si auto incoronò re. Una trovata che contribuì a fare del paese una vera e propria leggenda.

Una comunità che vive
Io sono arrivata a Hay-on-Wye in estate pensando di visitare “solo” un borgo curioso, quasi da cartolina. Invece mi sono ritrovata immersa in qualcosa di profondamente diverso, di autentico e di bello: un forte, inatteso senso di comunità. Perché i libri qui non sono considerati un feticcio, o peggio delle reliquie o degli oggetti da venerare, ma una materia viva che genera conversazioni, scoperte, incontri. In questo borgo dove il silenzio è interrotto solo dal vento, dal fiume Wye che scorre, da qualche campana e dai passi lenti di chi sembra non avere fretta di andare da nessuna parte, l’identità e il potere della letteratura sono vivi, quasi militanti. Lo si percepisce entrando nell’elegante The Poetry Bookshop dedicata alla poesia, in spazi come Gay on Wye, che unisce letteratura e attivismo, nelle librerie specializzate come Murder and Mayhem, consacrata al crime, dove su ogni scaffale si avvicendano delitti e misteri. E da Mostlymaps, una vera mecca per gli amanti della cartografia e dei viaggi.
Nella Richard Booth’s Bookshop, tre piani in legno polverosi e scricchiolanti, ci si perde come in una roccaforte nel cuore del paese, mentre Addyman Books è una specie di labirinto dove i libri sembrano moltiplicarsi come in un racconto di Borges. In ognuna delle quasi trenta librerie che costellano il borgo può capitare di imbattersi in qualche meraviglia: una vecchia edizione con i bordi dorati di Middlemarch di George Eliot (1871), un primo Penguin di 1984, un volume ottocentesco di botanica con tavole illustrate a mano. È il fascino di Hay: entri solo per dare un’occhiata e magari esci con una dedica di Margaret Atwood che è stata nella cittadina diverse volte, l’ultima nel 2023.
Un evento che unisce
Ogni primavera, infatti, il mondo arriva qui. Dal 1988, l’anno in cui Peter Florence ha fondato l’Hay Festival, che ha consacrato definitivamente questo villaggio a capitale internazionale dei libri e delle idee. Il festival di Hay, quest’anno dal 21 al 31 maggio, è diventato uno degli appuntamenti culturali più importanti del Pianeta, al punto che nel 2001 l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton lo definì «the Woodstock of the mind», la Woodstock della mente. E basta leggere i nomi di chi è passato per capire perché: premi Nobel, capi di Stato, romanzieri, filosofi, attori, dissidenti, da Margaret Atwood a Salman Rushdie, passando per Malala Yousafzai, Ian McEwan e Judi Dench… e l’elenco potrebbe continuare. Tuttavia, a rendere speciale il festival di Hay non è il prestigio degli ospiti, ma l’atmosfera. Perché c’è qualcosa di veramente emozionante nel vedere un intero paese stringersi intorno alle sue librerie indipendenti, ai libri e alla lettura. Soprattutto in un tempo come il nostro, dove tutto è programmato per correre e accelerare, mentre ad Hay si coltiva il perdersi, il parlarsi negli occhi, il raccontare.

Idee in circolo vivo
Per dieci giorni il paese si trasforma in un laboratorio in cui visitatori (oltre 250mila) e intellettuali condividono lo stesso spazio, confrontandosi su molti temi: da un talk sui romanzi a un incontro di geopolitica, da un dibattito sull’intelligenza artificiale a una lezione di storia. Ci si siede sotto tendoni bianchi immersi nel verde e si ascolta, si prende appunti, si esce con nuove domande. A differenza di molti festival, qui non c’è distanza tra palco e pubblico, ma familiarità, vicinanza reciproca e curiosità. Ed è così che la cultura si fa contagiosa. Più che un luogo sulla mappa, infatti, Hay-on-Wye è un’esperienza che ti accoglie e ti fa vibrare a un altro ritmo, a un’altra velocità. E la magia di Hay-on-Wye e del suo festival risiede proprio qui: nella convinzione, molto ostinata, che le idee abbiano ancora bisogno di luoghi fisici, di piazze, di tavoli, di incontri per nascere e per propagarsi. E che leggere non sia affatto un gesto solitario, ma un atto sociale, una forma di stare insieme per immaginare nuovi mondi e costruire idee. Con buona pace di tutti gli algoritmi.
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