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Mia figlia è una scimmia volante

Non è la bulla, non è la vittima: resta nel mezzo e, spesso senza accorgersene, sostiene chi ferisce. Attraverso gli occhi di una madre scopriamo una dinamica silenziosa, fatta di equilibri fragili e bisogno di appartenere

Non pensi mai che possa succedere a te. Cioè, lo temi, perché quando sei madre di un’adolescente ti aspetti di tutto, ma quando ti ci trovi in mezzo è diverso.

Il passaggio dalle scuole elementari alle medie porta molti cambiamenti e quindi c’è qualche scossone, certo, ma di solito le cose si assestano. Ci ero già passata con il maggiore, e con Bianca i voti erano buoni, il primo anno era passato tranquillamente. Credevo.

Devo ammettere che qualche segnale avrei dovuto coglierlo. Qualche frase buttata lì. Il commento su quella compagna di classe che non sarebbe andata in gita. La parola “sfigata” usata un po’ troppe volte.

Una sera, ascoltando al tg la storia drammatica di un ragazzino accoltellato a scuola, la risposta di mia figlia – la mia bambina educata, dolce, quasi timida – è stata: «Forse se l’è cercata».

«Bianca, ma cosa stai dicendo?». Ha fatto spallucce.

Da quando ragionava così?

Un giorno l’ho vista particolarmente strana. E mentre tirava fuori i libri dallo zaino ho notato un astuccio che non era il suo.

«E quello?».

«Niente, me lo hanno dato da tenere».

«Ci sono dentro delle cose che non devo vedere?». Mi è tornato in mente quando al liceo un’amica mi affidava le sue sigarette perché la madre le controllava sempre lo zaino. Mi sono chiesta se mia figlia stesse nascondendo qualcosa (droga?) o se semplicemente stesse facendo un favore a qualcuno. «Mamma, domani glielo riporto!».

Poi sono arrivate una merendina in più, un cappellino, una felpa. Le ragazze si scambiano cose, non ci ho pensato. E infine un quaderno, con sopra scritto “BUFU” (sfigata).

Ho pensato la stessero bullizzando. Non ha voluto parlare.

Così quella sera sono andata a controllare. Mi sono sentita in colpa, ma ha tredici anni e io sono sua madre.

Il quaderno non era il suo. Era di una compagna.

Cosa diavolo stava succedendo? Ho iniziato a riflettere su quanto spesso mi parlasse di una ragazza: Irene. A suo dire la più brava a “fare le imitazioni”.

Le ho chiesto: «Chi ti ha messo il quaderno di un’altra ragazza nella borsa?». Ovviamente abbiamo litigato.

Nel frattempo mia figlia si è chiusa sempre di più. Nessun genitore può sapere davvero cosa succede dentro una classe quando la porta si chiude.

Dopo una settimana ho cercato la madre della ragazza del quaderno. E mi è crollato il mondo addosso: la ragazzina era totalmente bullizzata da Irene, aveva sviluppato problemi di concentrazione, non voleva più andare a scuola, e spesso vomitava. Che ruolo aveva Bianca in tutto questo? Da madre ho sempre pensato che avrei potuto affrontare una tra due situazioni: o sei la bulla o sei la vittima. Ma Bianca stava lì nel mezzo.

Scimmie volanti, le chiamano.

La cosa che mi destabilizza di più è che Bianca non è mai stata una bambina crudele. Una volta al parco era corsa da me per chiedermi se fosse giusto non far giocare un bimbo solo perché era il più piccolo. Io so che mia figlia non è cattiva. Penso piuttosto che stia imparando qualcosa. Una gerarchia. Chi guida il gruppo, chi resta fuori, chi ride, chi viene deriso. Non diventare un bersaglio è fondamentale per loro, ma c’è sempre qualcuno che alla fine lo diventa. Mia figlia è la spalla di una bulla. E io non so cosa fare. Se fosse la vittima forse saprei da dove cominciare. Ma qui?

Ho paura di sbagliare e perdere la sua fiducia. Perché qualcosa ancora racconta. Non i fatti precisi, ma le atmosfere. Le frasi. Frammenti.

Una cosa è certa: so che Bianca è entrata in una dinamica di cui è diventata complice, forse per insicurezza, forse per paura, forse solo perché è capitato. Ma come si aiuta una figlia a uscire da qualcosa in cui non ha capito di essere entrata?

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