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Noi due, finalmente

L’amore è cieco. Che ovvietà. Però, per Romina è stato proprio così: a 18 anni ha perso la testa per un uomo con il doppio della sua età. E sembrava finita ancor prima di cominciare. Sembrava

«La commissione, considerato il curriculum degli studi da Lei compiuto e valutata la tesi di laurea, attribuisce la votazione di 110 con lode. Per l’autorità conferitami dal Magnifico Rettore la proclamo Dottore magistrale in Giurisprudenza». Mio padre non riesce a trattenersi, salta in piedi e comincia ad applaudire come farebbe un tifoso allo stadio; mia madre scoppia in lacrime; la mia sorellina (ha ben 11 mesi meno di me) alza gli occhi al cielo e cerca il mio sguardo. Quanto a me, faccio qualche cenno a destra e a sinistra per cercare di spostare l’attenzione dai miei due imbarazzanti genitori e farla tornare verso il mio fantastico e bravissimo fratello maggiore (ha ben dieci mesi più di me).

Sia chiaro, mio fratello non è il primo a laurearsi, in famiglia. Mia madre e mio padre sono avvocati, avvocati molto severi, uno nel ramo amministrativo e una nel penale. Quando si tratta di noi figli, e di Marco in particolare, però, finisce sempre così, con queste scene a dir poco imbarazzanti. E tenerissime.

Per accogliere il neo dottore all’uscita dell’aula i miei genitori hanno organizzato una cosa per pochi intimi: hanno fatto arrivare tutto il paese. Hanno fornito a ogni invitato un tubo di coriandoli esplosivi. Il fratello di mia madre, parroco, sta benedicendo da 20 minuti l’area con gesti ampi e apocalittici. La sorella di papà, pianista, ha portato la pianola con un altoparlante e sta suonando We are the champions. Una rosticceria molto nota in città si sta occupando di una genialità, il catering mobile: una decina di camerieri si muove tra gli ospiti indossando una sorta di ciambella-tavolino piena di pizzette e pastarelle.

«E adesso tutti a casa per festeggiare!» grida mio padre con la bocca piena di un mix di focacce e pasticcini alla crema.

Una squadra di professionisti ha trasformato il nostro giardino: tavolini ricoperti da candide tovaglie di lino, fiori rossi e foglie di alloro al centro, postazioni dedicate al buffet degli antipasti e dei dolci.

Mio padre ha messo me e mia sorella all’entrata per dare il benvenuto agli ospiti e aiutarli a trovare il loro posto a tavola. Cosa semplice? Affatto. Nel tableau sono stati inseriti solo i nomi, senza le iniziali dei cognomi (utili in caso di omonimia), e così non si capisce nulla.

«Romi, ho qui Leonardo» mia sorella cerca la mia attenzione tirandomi la manica del vestito, «ma ce ne sono altri 12 nella lista».

Non faccio in tempo a girarmi che sento la voce di mio padre: «Dove potrebbe mai prendere posto se non accanto a Marco?».

Mio fratello Marco è affetto da una forma di autismo. È un genio, ha cominciato a leggere a tre anni, ha una memoria spaventosa ed è iperattivo.

Nella sua normalità era compresa una gestualità che poco si adattava ai gruppi sociali: molta fisicità, poco controllo; la parola semplice e tremenda con la quale tutti lo definivano era “violento”. I miei genitori si sono rivolti a centinaia di professionisti. Non per vergogna, ma per garantire a Marco la migliore integrazione possibile. Leonardo è arrivato nella nostra vita quando Marco ha compiuto sei anni e sapeva già operare con le radici quadrate senza l’uso della calcolatrice e conosceva a memoria tutte le formazioni delle squadre di calcio degli ultimi 30 campionati. Le maestre non riuscivano a contenere la sua energia e l’insegnante di sostegno faceva quello che poteva (cioè non molto). Leonardo, giovane neuropsichiatra, era un esperto di neuroriabilitazione e la sua competenza cambiò tutto. Per me era un Dio. Dio, mi avevano insegnato, era colui che faceva i miracoli. E per una bambina di cinque anni era il più grande dei miracoli riuscire a dormire una notte intera senza essere svegliata alle tre con una botta in testa da un fratello che vuole recitarle dieci poesie di fila. Ricordo quando, aveva compiuto da poco 17 anni, Marco mi chiamò in camera sua e mi chiese un consiglio: «Con Giulia le cose continuano a funzionare». Il mio meraviglioso fratello era appoggiato alla scrivania. «Devo dirglielo, ma come? Come si dice a una che ti piace da matti che sei autistico?».

Sono le nove passate quando finalmente riusciamo a sederci tutti.

Mi guardo intorno, il nostro tavolo è composto da me, mio padre, mia madre, mia sorella, i miei nonni, Marco, Giulia e Leonardo.

Prima che i camerieri comincino a servire, mio fratello si alza. Afferra il microfono, lo accende: «Grazie a tutti di essere qui oggi». La sua mano sfiora la spalla di Giulia. «A chi non si è spaventato ed è rimasto». Si ferma un momento, poi si gira verso Leonardo: «A chi mi ha regalato una chiave di lettura in più, lasciandomi la mia, per vivere in questo mondo».

Sto riempiendo una coppa di fragole e panna quando sento una voce accanto a me: «Spero di non averti creato un problema, tuo padre ha insistito molto».

Mi fermo con il cucchiaio a mezz’aria: «Sono passati cinque anni» mi giro verso Leonardo, «e le tue motivazioni oggi le capisco meglio».

«Non avevi neanche 18 anni, Romina». Leonardo mi toglie il cucchiaio dalle mani. «Io avevo il doppio della tua età e ti ho vista crescere». Prende una nuvola di panna anche lui. «Ci sono dei no molto difficili da dire, ma necessari».

Mi indica un paio di poltroncine bianche in un angolo appartato. Lo seguo. Sono pochi metri, forse dieci, ma sono sufficienti per dilatare la percezione del tempo. Mi scorrono nella mente immagini che non ho dimenticato: Leonardo che mi insegna a giocare alla pari con Marco, Leonardo che mi spiega le differenze che arricchiscono, Leonardo che ascolta le mie paure per il futuro di mio fratello. Rivedo Leonardo come lo vedevo da bambina, un gigante saggio, la certezza che nulla di brutto né triste poteva più accadere con lui in casa nostra. Lo rivedo con gli occhi della bambina che si era trasformata in giovane donna: un uomo maturo, bellissimo, elegante, con gli occhi più azzurri del mondo.

Era accaduto per caso, un giorno d’estate che era venuto per aiutare Marco alle prese con la preparazione degli esami di maturità. Faceva un caldo bestiale nonostante i condizionatori accesi.

Io ero in cucina a mangiare un gelato quando era comparso Leonardo: «Che cosa ci fai in casa tu che puoi già goderti le vacanze?».

«Non puoi immaginare che stanchezza, questo caldo mi uccide» avevo infilzato il cucchiaio nella vaschetta. «Ne vuoi un po’?» avevo chiesto.

«No, no, ti ringrazio». Con le mani affondate nelle tasche dei jeans mi osservava con attenzione. «Ero venuto in cerca di un bicchiere d’acqua».

«Subito» avevo detto lanciandomi dallo sgabello.

Scendendo mi era rimasto incastrato un piede, ma Leonardo mi aveva afferrata in tempo: «Ti sei fatta male?» mi aveva domandato mentre con la mano destra mi rimetteva a posto i capelli scompigliati.

Avevo alzato lo sguardo, il suo viso era a pochi centimetri dal mio. Eravamo rimasti così per dieci secondi o meno o il doppio, non lo so. Non avevo ancora 18 anni, ma conoscevo la lingua segreta, intima, inconfondibile dell’attrazione. Ci eravamo staccati lentamente, con imbarazzo, da quell’abbraccio involontario. Quella notte avevo cercato il suo volto e il suo corpo, mentre inseguivo il sonno rigirandomi tra le lenzuola. Ogni giorno aspettavo il suo arrivo, avevo cominciato a curarmi di più, volevo sembrare grande, essere desiderabile. Il giorno dell’orale di Marco i miei avevano organizzato un barbecue. Leonardo c’era. L’avevo raggiunto in cucina in un momento in cui tutti erano presi da altre cose e lui era stato spedito dentro per prendere della birra.

Quando si era girato dopo aver chiuso la porta del frigo con la spalla, tre birre in una mano e tre nell’altra, io ero lì.

«Non sono più una bambina, Leonardo» avevo sussurrato sfiorandogli una guancia.

Leonardo aveva chiuso gli occhi. Deglutito.

Poi aveva fatto un passo indietro: «Per favore, Romina, torniamo fuori».

Con gli occhi avevo continuato a cercarlo per tutta la sera. Poi, pochi minuti prima di andare via, Leonardo aveva richiesto l’attenzione di tutti: «Questi 14 anni sono stati un dono prezioso per la mia professione e per la mia vita. Marco non ha più bisogno di me, non ha più bisogno di nessuno se non, come tutti, di amici, della famiglia, di una fidanzata».

Mia madre e mio padre si erano irrigiditi, terrorizzati. Io ero sbiancata. Marco (l’unico proiettato nel presente, l’unico senza timori ipotetici, l’unico senza secondi fini) si era alzato e lo aveva abbracciato con slancio.

Da quella sera Leonardo non era più entrato in casa mia.

«Romina?». La voce di Leonardo mi fa sussultare. Mi accorgo che ho finito le mie fragole e che anche Leonardo ha svuotato la sua coppa, «Possiamo andare a parlare un po’ da qualche parte?».

Ho sempre adorato il modo diretto e senza fronzoli di Leonardo, la semplicità dei modi, l’assenza di sovrastrutture.

«Certo» sorrido mentre mi alzo, «ho un casco in più, ti fidi di salire sulla mia moto?».

Non risponde, si limita a sorridere.

Roma, di notte, è un incanto. Guidare con le mani di Leonardo appoggiate sui miei fianchi, sentire l’interno delle sue cosce a contatto con le mie: faccio una fatica bestiale a concentrarmi sulla strada.

È passata l’una, il Giardino degli Aranci è deserto. Ci sfiliamo i caschi e cominciamo a camminare verso il belvedere che abbraccia un panorama mozzafiato di luci e luna piena. Leonardo si siede su una panchina, allunga una mano verso di me. La afferro senza chiedermi se sia il caso o no.

Leonardo, tantissimi anni fa, mi ha insegnato che le cose, nella vita, sono semplici.

«Non ho mai smesso di pensare a te». Lo dice con quella voce calda che mi fa diventare le gambe di burro. «C’era un rapporto troppo delicato quando curavo Marco, la deontologia verso la mia professione e verso la tua famiglia», le sue dita si fanno spazio tra le mie, «e c’era qualcosa che ritenevo sbagliato nell’attrazione che provavo per te. Troppi anni di differenza, almeno in quel momento».

«Perché non mi hai scritto che saresti venuto, oggi?». Mi siedo accanto a lui. Leonardo non è mai più entrato in casa mia, ma tre anni fa, avevo appena finito il mio primo anno a Medicina, gli avevo scritto una mail. Ne era seguito un “carteggio” digitale quotidiano, la costruzione lenta di un luogo tutto nostro.

«Romina, io ti amo» i suoi occhi sono fiamme celesti.

«Molto anch’io». Ho imparato che la vita arriva quando deve, né prima né dopo, e quando accade un uso eccessivo delle parole è di troppo.

Roma è deserta questa notte e, complice, ha gli occhi chiusi. Complice delle labbra di Leonardo che trovano le mie, complice del mio seno velato che trova il suo petto, complice delle mie gambe che si chiudono intorno ai suoi fianchi, complice dei respiri che diventano sospiri e poi qualcosa di diverso, una lingua di suoni primordiali.

Accolgo i movimenti del suo corpo che si fanno spazio dentro il mio, movimenti delicati e decisi allo stesso tempo, profondi.

Siamo ancora qui, poi, abbracciati, ebbri di piacere e d’amore, quando Roma comincia a tingere i nostri corpi e il suo, eterno, con i colori dell’alba.

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