Donne incinte e abbandonate. Mariti stronzi e miliardari. Tradimenti impensabili. E incipit agghiaccianti (una donna incinta che si sveglia in carcere perché incastrata dal marito). Tutto si svolge nel giro di 60 secondi. Tutto è esasperato, velocissimo, incredibilmente eccitante. Eppure funziona: una puntata tira l’altra e noi finiamo per restare incollate allo schermo, incapaci di fermarci.
Appartiene proprio a questo universo Tutto in una notte, la nuova serie appena lanciata da Maria De Filippi e dalla sua casa di produzione Fascino Pgt (54 mini episodi di un minuto, su Wittytv). Si chiamano microdrama, sono serie verticali della durata di 60-180 secondi, ognuna di 40-100 puntate a stagione. Esplosi nel 2018 in Cina con Douyin, letteralmente “drama brevi”, queste mini-serie sono pensate per essere guardate direttamente dal palmo della mano, proprio come un video TikTok o un reel su Instagram.
La trama è tutta lì, nel titolo, pensato per attrarre (soprattutto) il pubblico femminile: La tata ex detenuta e il papà single miliardario, Mi manchi dopo l’addio, La doppia vita di mio marito miliardario. Storie struggenti, emozionali e romantiche fino al midollo. La brutta copia di Beautiful, ma qui il cliffhanger arriva dopo solo un minuto. I protagonisti sono attori poco noti e il budget per la produzione è ristretto.
Se il drama diventa verticale
Eppure, quello che era solo un trend in Asia si è diffuso rapidamente anche in Europa e negli Stati Uniti, tanto che nel 2025 i microdrama erano già un’industria da 11 miliardi di dollari.
E, secondo le stime della società di consulenza tech Omdia, il settore potrebbe raggiungere i 14 miliardi di dollari entro la fine del 2026. E mentre la Cina ha cominciato a rallentare (anche a causa di un governo rigido che ha portato all’eliminazione di molti titoli ritenuti bassi e volgari), l’Occidente ha iniziato a investire sempre di più.
La Cina, però, resta ancora al centro dell’industria: secondo Omdia è in prima linea con l’83% del fatturato globale, seguita, fuori dal mercato cinese, da Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. «La comunicazione è invasa da trend. Uno di questi è il formato verticale», sostiene Andrea Girolami, giornalista, content strategist e autore della newsletter Scrollinginfinito. «Oggi i video verticali, che all’inizio erano soprattutto un contenuto unscripted, ovvero “di supporto” – spezzoni di programmi tv, frammenti di film, clip riprese da altri contesti – stanno diventando sempre più spesso il contenuto principale».
Serie, fiction e persino piccoli film hanno cominciato così ad adattarsi a una nuova grammatica: episodi brevi, ritmo frenetico, inquadrature pensate per lo smartphone. Ed è proprio qui che si sono inseriti (felicemente) i microdrama.
Come funzionano
Ma la cosa interessante non è solo il format quanto le trame e il loro funzionamento. Romance, vendetta, drama familiari. Ogni episodio è strutturato secondo una precisa logica: un gancio iniziale, uno sviluppo centrale, con un colpo di scena dietro l’altro e un cliffhanger finale.
Riuscirà la donna (ingiustamente) incarcerata ad avere il suo riscatto? Ops, c’è un lucchetto. «Questi contenuti funzionano spesso attraverso un modello freemium, a metà tra gratuito e a pagamento», continua Girolami. Alcuni episodi sono disponibili gratis ma, sul più bello, scatta la richiesta di paywall. Paghi per scoprire quello che succede. «In questo senso, i microdrama funzionano come una sorta di “Netflix dei contenuti verticali”: raccolgono serie brevi, pensate per essere consumate durante uno spuntino o una coda, ma costruite con un obiettivo: trattenere lo spettatore abbastanza a lungo da trasformare la curiosità e il desiderio in pagamento».
Un desiderio che non sempre, anzi, quasi mai, viene appagato e che fa presa di più sul pubblico femminile tra i 25 e i 50 anni.
Perché ci piacciono tanto
A guardarli da lontano, verrebbe facile liquidarli come storie esagerate, persino un po’ trash. Ma sarebbe una lettura troppo semplice. Perché questi racconti funzionano proprio grazie a codici narrativi immediati e universali: l’amore impossibile, il tradimento, la rivincita, la differenza di classe.
I microdrama puntano su emozioni rapidissime, facili da decodificare in pochi secondi, e su colpi di scena continui pensati per tenerci emotivamente agganciati. E così, tra un boccone e l’altro, siamo già alla puntata 50. Nulla di rivoluzionario, eppure ogni episodio ci tiene incollati allo schermo tra desiderio, rabbia e curiosità. Più che insegnare qualcosa ai media tradizionali, i microdrama rispondono a un bisogno preciso. «L’industria dell’intrattenimento sta cercando nuovi spazi da occupare, nuovi momenti della giornata in cui inserirsi, nuovi modelli per generare attenzione e ricavi», spiega Girolami.
Film e serie lunghe restano pensati per una serata sul divano, mentre i microdrama si infilano nei tempi morti: sull’autobus, durante una pausa pranzo, nei pochi minuti in cui non inizieremmo mai una puntata da un’ora. Questo non significa che il contenuto breve sostituirà quello lungo. Anzi: secondo Nielsen, YouTube continua a essere la piattaforma streaming più vista e il long-form resta fortissimo. «La verità è che oggi consumiamo più contenuti, sia brevi sia lunghi, non che siamo meno attenti», conclude l’esperto. E che sono cambiati i bisogni emotivi: vogliamo storie immediate, romantiche, facili da divorare, capaci di regalarci subito un’emozione. E i microdrama riescono a fare esattamente questo: entrarci dentro e farci emozionare. Io ormai lo ammetto, li approvo. Anche perché ora devo assolutamente scoprire se la diciottenne di Tutto in una notte riuscirà a mollare tutto e (magari) a trovare la felicità con il cameriere.
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