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Quando lo psicologo s’innamora

Uno psicoterapeuta single, un’architetta argentina. Un incontro casuale e una passione impetuosa che divampa come un incendio. Poi, una partenza improvvisa, una separazione che fa male. Ma, forse, non tutto è perduto

Quando lo psicologo s'innamora: un uomo e una donna si baciano a letto
CREDITS: Pexels Cody Portraits

Mi chiamo Davide, ho 49 anni e di mestiere sono psicologo e psicoterapeuta.

Passo le mie giornate ad ascoltare confessioni che raramente vengono espresse ad alta voce altrove. Vite che si spezzano in silenzio, desideri che si mascherano da abitudini, solitudini che imparano a sorridere. Il tempo, l’esperienza e soprattutto la mia attitudine a questa professione mi hanno insegnato a riconoscere la paura in una pausa, la verità in una parola mancata, la nostalgia in ciò che viene raccontato con rabbia. Quello che non avevo previsto, però, era di ritrovarmi un giorno, in un modo un po’ bizzarro e inusuale, dall’altra parte.

La fine di un amore anche per lo psicologo

Vivo solo da tre anni, dopo aver chiuso la convivenza con Benedetta. La nostra relazione si trascinava quietamente in un limbo di eccessiva sicurezza, dove entrambi ci davamo per scontati, senza slanci né emozioni. Quando decisi che non valeva la pena rubarci vicendevolmente la vita, Benedetta reagì alle mie parole quasi con sollievo. Ci lasciammo senza drammi né recriminazioni. Il mio appartamento riflette inevitabilmente la mia indole: ordine sobrio, luce naturale, libri ovunque. Un luogo che non trattiene troppo e che non chiede nulla, il mio buen ritiro serale. La mattina, invece, cammino lungo la sponda del fiume prima di aprire lo studio e il profumo di caffè del lounge bar è diventato un rito silenzioso, una parentesi personale prima di aprirmi al mondo. È lì che l’ho vista la prima volta.

Dalila: l’incontro che ha abbattuto le mie difese

Dalila era seduta vicino alla vetrata con un taccuino aperto davanti a sé. Disegnava e le sue linee erano precise, essenziali. Eppure vive. Non stava semplicemente disegnando, stava costruendo qualcosa, lo percepii chiaramente. Aveva i capelli raccolti con naturalezza, lasciando scoperto il collo in un modo che non cercava attenzione e proprio per questo la generava. Mi avvicinai. Questa donna era una calamita: impossibile resistere alla curiosità.

«Posso?» chiesi. Sollevò lo sguardo. I suoi occhi nocciola avevano una limpidezza che mi attraversò senza chiedere permesso. Annuì.

Parlammo di cose semplici, quasi banali: la città, il fiume… Poi, con naturalezza, arrivammo ai nostri spazi personali.,«Sono un’architetta» disse, come se fosse una cosa ovvia. «M’interessa il modo in cui i luoghi influenzano le persone. Come una stanza può proteggerti, ispirarti o soffocarti». Sorrisi appena.

«Allora facciamo lo stesso lavoro, in fondo. Solo con materiali diversi» risposi. Lei inclinò il capo: «Tu cosa costruisci?» chiese.

Esitai un istante, poi le sorrisi

Tentativi di equilibrio

Dalila aveva una presenza particolare. Parlava con misura, ma ogni gesto aveva una precisione sensuale, involontaria. Notai il modo in cui impugnava la tazza, come sfiorava il bordo con le dita, come il corpo sembrasse essere sempre consapevole dello spazio che occupava. Quando, nel passarle lo zucchero, le nostre dita si sfiorarono, sentii qualcosa di netto. Non inseguo ogni possibilità, non ho mai avuto l’urgenza di moltiplicare gli incontri per sentirmi vivo. Vivo solo le passioni che il mio corpo riconosce come autentiche. E quella lo era.

L’intensità di un incontro: oltre lo psicologo, l’uomo

Uscimmo dal locale e camminammo lungo il fiume. La città, con i suoi rumori, sembrava dissolversi lentamente. Restavano i nostri passi, il respiro, il silenzio tra una frase e l’altra. Dalila mi parlò dell’Argentina, la sua Terra, dove sarebbe tornata a breve per seguire un progetto: una casa costruita tra luce e vento, disse. Io ascoltavo, ma dentro di me era in corso uno tsunami.

A un certo punto si fermò: «E tu?» chiese, guardandomi con una semplicità disarmante.

Hai paura di ciò che desideri?

Avrei potuto rispondere da psicologo, avrei potuto parlare di difese, di attaccamento, di paura dell’intimità. Scelsi di rispondere da uomo: «Solo quando vale la pena».

Il primo bacio di un nuovo incontro

Il primo bacio non fu impulsivo, fu lentissimo, come se entrambi volessimo comprendere la geometria dell’altro prima di cedere davvero. Le sue mani sul mio viso avevano la precisione di chi sa cos’è l’intensità, le mie sulle sue spalle cercavano una conferma che non fosse soltanto fisica. Quando entrò nel mio appartamento, Dalila osservò lo spazio con attenzione. Non con giudizio, ma con quella sensibilità propria di chi costruisce mondi. Poi si voltò verso di me e in quello sguardo non c’era più architettura. C’era fuoco.

La camicia scivolò via, lenta come una resa elegante. La seta contro la pelle era fresca, poi calda. L’odore dei suoi capelli aveva qualcosa di pulito, dolcissimo e selvatico insieme. Ogni gesto era una costruzione reciproca: io studiavo le sue reazioni, lei demoliva le mie difese. Non era frenesia, era una faccenda di pura intensità. Tra un respiro e l’altro mi disse:

Non cerco promesse, Davide. Cerco verità che sappiano restare sotto pelle.

Quelle parole mi attraversarono più del tocco delle sue mani. Quella notte il tempo non ebbe misura. Ricordo le nostre mani intrecciate sulle lenzuola, illuminate da una luce obliqua, ricordo la pressione delle dita, come se quel gesto dicesse tutto ciò che le parole non avrebbero retto. Non dormii quasi, restai a guardare il soffitto sentendo il mio equilibrio interiore spostarsi. Non provavo rimpianto, non provavo ansia. Provavo consapevolezza. Nei giorni seguenti tornai al mio lavoro. Una donna mi parlava della sua paura di lasciarsi andare. Un uomo confessava di tradire per sentirsi desiderato. Io ascoltavo, ma dentro di me qualcosa era cambiato: avevo smesso di considerare il desiderio come una variabile da contenere. Era una forza da attraversare. Poi Dalila partì. L’Argentina smise di essere un’idea e divenne una distanza concreta. La mia vita riprese la sua forma ordinata, le mattine lungo il fiume tornarono abitudine.

Una fotografia dall’Argentina: l’amore che sfida la distanza

Finché arrivò una busta. La calligrafia era la sua. Dentro, una fotografia: le nostre mani. Intrecciate sulle lenzuola, illuminate da una luce morbida. Non i volti e nemmeno i corpi, solo quel dettaglio essenziale, intimo, definitivo. Dietro la foto, una frase:

Le mani custodiscono ciò che non è stata l’ultima volta

Mi sedetti. Non sentivo nostalgia e nella mia mente non si affastellavano richieste, sentivo solo un senso di possibilità. Da allora, ogni volta che una parte di me tentava di tornare prudente, pensavo a quella fotografia. Alla precisione delle sue dita. Alla forza silenziosa di un gesto che non chiedeva garanzie. Passarono mesi. La fotografia rimase tra le pagine di un libro che parlava di attaccamento e distanza. Ogni tanto lo sfioravo senza aprirlo, come si tocca una cicatrice che non fa più male ma non è mai sparita.

Il ritorno: quando una storia non chiede promesse ma presenza

Un pomeriggio, tra un paziente e l’altro, il telefono vibrò. Un messaggio: “Sarò in città domani”. Nient’altro. Rimasi immobile. Non provai agitazione, provai una calma diversa, più profonda, come quando si sa che un passaggio inevitabile sta per compiersi. Il giorno dopo arrivai al bar in anticipo. Lo stesso della prima volta. Quando lei entrò, il tempo non rallentò né accelerò. Si assestò. Poi Dalila si avvicinò con una consapevolezza quieta: «Alcuni progetti richiedono tempo» disse, posando la borsa accanto alla sedia. Sorrisi: «E altri maturano nella distanza» risposi.

Si sedette. Le nostre mani erano sul tavolo, vicine ma non ancora intrecciate. Fu lei a colmare lo spazio. Le sue dita cercarono le mie con naturalezza. La pressione era la stessa. Non c’era nostalgia in quel gesto, c’era continuità. «Non sono tornata per ripetere» disse piano.

Sono tornata per vedere se ciò che abbiamo sentito è un seme.

Non risposi subito e per una volta tanto non analizzai, mi limitai a sentire. Non sapevo quanto sarebbe durato, non sapevo se avremmo costruito qualcosa o soltanto abitato un’altra volta quell’intensità che ci aveva trovati senza preavviso. Ma sapevo una cosa: questa volta non era un istante che bruciava nel vuoto, era una scelta, una scommessa, due dadi sul tavolo. Quando uscimmo dal bar, camminando fianco a fianco lungo il fiume, non sentii il bisogno di prevedere il finale. Alcune storie non chiedono promesse, chiedono presenza, direzione e una grande dose di sogno e consapevolezza ben dosati tra loro. E le nostre mani, intrecciate ancora una volta, non avevano più bisogno di spiegarsi. Loro sì, sapevano già prima di noi.

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