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Io non mi vergogno di parlare di soldi

Per qualcuno parlarne è fonte d’imbarazzo, ma io invece ho scelto di raccontare il mio rapporto con il denaro, tra soddisfazioni e difficoltà, gioie e frustrazioni. In un podcast e non solo

la scrittrice Giulia Muscatelli

La ragazza dietro lo schermo indossa un completo color del cielo; fa una piroetta, spalanca le braccia nell’aria, sfiora i margini dello spazio senza riuscire a contenerli.

Quel salotto è smisurato.

Io sono seduta in bagno.

Mio figlio batte una mano contro la porta, avverto la voce di suo padre: amore, lascia stare la mamma, adesso arriva, vieni a fare colazione.

Il mio compagno custodisce il mio rito mattutino: chiudermi nella stanza più piccola della casa e contemplare le novità dell’agenzia immobiliare più celebre di Instagram.

In parte lo fa per amore, in parte perché mi manda in avanscoperta; se dovessi imbattermi in un appartamento davvero prodigioso glielo invierò in direct e, pochi istanti dopo, comparirò davanti a lui esclamando: hai visto?

Lui risponderà: cosa?

Accade ogni volta così.

E io riprenderò il telefono per mostrarglielo.

Giovedì scorso abbiamo trovato la casa dei nostri sogni.

A uguale distanza tra centro e collina, stanze sufficienti a contenerci tutti più un desiderio (che in questa nostra famiglia resta ancora da definire di che natura sia, benché intanto gli si prepari posto), un giardino dove nostro figlio e il cane possano rincorrersi. Ci siamo guardati e abbiamo fatto i conti; per ottenere un mutuo quanto dovremmo versare d’anticipo? Quanto costerebbe la ristrutturazione? Qual è la scuola pubblica meno remota? Servirebbe anche un garage per l’auto? Quanti libri dovrei vendere per potercela concedere? E tu quanto dovresti fatturare? Quindicimila al mese? Allora io venti. Allora tu cinquanta. Facciamo cento.

Lasciamo stare, andiamo a prenderci un pezzo di focaccia.

Per ora il nostro progetto di acquistare un appartamento termina invariabilmente in panetteria.

Parlare di soldi con gli amici

L’abbiamo raccontato a una coppia di amici durante un pranzo.

Due persone come noi. O almeno così credevamo, finché uno dei due, dopo un lungo discorso sul costo della vita e faccende simili, se n’è uscito con un’affermazione tanto netta da arrestare il tempo e trasformarsi nell’oggetto stesso di questo articolo che state leggendo.

Alla fine – dice, dopo essersi ripulito con cura dai resti di hummus rimasti sulle labbra – l’unica possibilità che la nostra generazione ha di comprare casa con un anticipo decoroso è attendere che muoiano i genitori.

Sono esplosa in una risata; ero convinta che scherzasse. In parte per il cattivo gusto del pensiero, in parte perché considero tanto anacronistico quanto puerile affidare la propria sorte alla durata della vita di mamma e papà.

Non scherzava.

Quando mi sono ripresa dall’ilarità che mi aveva invasa, ho constatato in fretta di essere l’unica divertita.

Il mio compagno, più abile di me nel riconoscere le geografie di classe, mi guardava con tenerezza.

Mi piacerebbe possedere una scrittura tanto precisa da trattenere sulla pagina quei frammenti di secondo in cui il pensiero, nella sua forma più nuda, si accalca nella mente e genera una folla d’immagini tenute insieme da nessi inconsci.

Se avessi quel talento, racconterei tutte le figure che la mia testa ha evocato – la morte di mio padre, il corpo affaticato di mia madre, la prima cartella esattoriale intestata a me, il numero quindici e nulla più sul mio conto corrente – prima ancora di giustificare quella risata davanti agli altri commensali.

Non è la nostra situazione – ho detto – a noi toccherà lavorare e basta.

Mi dispiace molto – ha detto lui.

Di cosa? – ho fatto io.

Poi mi sono alzata per andare a prendere i caffè.

Si può provare vergogna a parlare di soldi

Mentre scendevo la scala verso il bancone del bar, ho pensato che la coppia di amici rimasta al tavolo avrebbe potuto credere che mi fossi allontanata per vergogna.

Che mi vergognassi di ciò che avevo appena ammesso: le nostre famiglie, la mia e quella del mio compagno, non lasceranno eredità.

Non è forse questo che ci si attende da chi dichiara ad alta voce di non provenire da un contesto agiato?

Come se la vergogna dovesse essere un’emozione intimamente connessa alla scarsità di mezzi economici.

Non possiedo, dunque mi nascondo. In certi ambienti, è evidente, questo discorso affiora con maggiore insistenza che altrove.

Basta pensare alle vetrine online che contempliamo ogni giorno – quelle dei social, anzitutto – per accorgerci di quanto il denaro continui a organizzare silenzi, posture e finzioni.

Il lavoro come unica fonte di reddito

Non mi umilia sapere che il mio futuro dipende dal lavoro.

Non trovo degradante dover guadagnare ciò che desidero, né sapere che certe cose, per me, passano dall’energia spesa, dai progetti accettati, dalle ore sottratte al sonno.

È faticoso, talvolta ingiusto.

Umiliante, però, non lo è mai stato.

Quando penso a tutto il lavoro che mia madre ha fatto perché io potessi permettermi oggi di campare di parole e riflessioni, sento semmai un orgoglio smisurato.

Tuttavia, non ho mai creduto che questa mia condizione, simile a centinaia di altre, costituisca un titolo di merito, una virtù da esibire, una medaglia morale appuntata sul petto.

La scarsità non nobilita per natura, così come la difficoltà non consacra nessuno.

Trasformare la mancanza in eroismo è solo il rovescio romantico della disuguaglianza.

Al contrario, quello che dovrebbe abitare i pensieri di chi dispone di somme ingenti senza aver dovuto compiere alcuno sforzo per ottenerle è la coscienza limpida del privilegio.

Anche se nel privilegio in sé non vi è nulla di moralmente riprovevole, ciò che diventa stonato è quando questo si racconta con indifferenza.

Non mi vergogno quindi di pensare che, per comprare una casa, dovrò scrivere altro, inventare altri lavori, fatturare più di quanto credevo possibile.

Mi vergogna, semmai, il teatro che circonda tutto questo.

Mi pesa l’aspettativa implicita secondo cui dovrei abbassare la voce quando parlo di soldi, usare formule vaghe, sorridere con modestia, alleggerire la questione con una battuta, fingere di essere chi non sono, fingere che la mia famiglia di origine possieda quello che non possiede.

Mi turba il fatto che esista ancora una postura ritenuta corretta per chi non dispone di rendite: essere discreti, composti, possibilmente invisibili.

Chi parte con meno, pare debba compensare con il garbo.

Soldi e disuguaglianze

Quel pomeriggio, mentre aspettavo i caffè al bancone, ho capito che non mi aveva urtata la brutalità della frase del mio amico: mi aveva colpita la sua naturalezza.

Per alcuni, l’eredità entra nei conti come una voce possibile, per altri somiglia a una battuta di pessimo gusto.

Qualcuno potrebbe addirittura ritenere che il denaro appartenga alla sfera del taciuto, qualcosa da maneggiare con cura e sottovoce, ma il silenzio, quasi sempre, favorisce chi parte già al sicuro.

Nominare i soldi non cancella le disuguaglianze, però almeno impedisce che si travestano da destino ordinario facendo sentire sbagliato chi quel destino non lo attraversa.

Io non provo vergogna per il lavoro che mi aspetta e nemmeno per il racconto delle mie mattine chiusa in bagno a fantasticare di ville spaziali.

Provo desiderio e avverto fiducia: in me e nella mia famiglia.

Già ci vedo, nella casa dei nostri sogni, a contare le rate del mutuo che mancano e a ridere di noi, delle nostre incertezze.

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