Puntata 1
L'alba dei leoni
Il buio confonde, disorienta. Perché il buio è ambiguo, doppio: può essere complice di ladri, spie e assassini oppure alleato degli amanti, confidente degli innamorati, difensore della follia dei giovani.
Da bambini, il buio ci spaventa perché crediamo di scorgervi creature mostruose. Da vecchi ci sembra una scheggia del nostro futuro, quando non saremo più nulla, quando il mondo per noi non esisterà più e noi non esisteremo più per lui.
Così, nel nostro buio quotidiano, inevitabile, quello della notte, ci confrontiamo con tutto ciò che non trova spazio nella luce insolente del giorno. Dalle inquietudini alle speranze, dalle paure ai sogni, ogni cosa nel buio si anima, prende vita.
Perché il buio è vita: nelle viscere della terra, il seme germoglia; nel ventre di una donna si forma un essere umano.
Se nella luce la vita esplode, è nel buio che viene creata.
Bagnara Calabra, 15 ottobre 1772
«L’avete trovato, Francesco mio?».
Rosa si alza lentamente dalla sedia, ma fa a malapena due passi verso il marito e il figlio, una mano a reggere il ventre gonfio, l’altra che affonda nei capelli scarmigliati. «Qualcuno vi ha detto qualcosa, l’hanno visto?» chiede ancora, afferrando il braccio del marito e puntandogli addosso gli occhi cerchiati di nero.
Lui si divincola, fa un cenno con la testa, brusco. «No».
Rosa trattiene un singhiozzo. «Comu, nenti?».
«Pare che se l’è inghiottito l’inferno» le risponde il marito, sprezzante, ma la voce è roca e in quel viso duro, come scavato nel legno, gli occhi sono accesi di rabbia e confusione. Mastro Vincenzo Florio, fabbro di Bagnara, mai avrebbe immaginato che suo figlio si ribellasse in quel modo, scappando di casa. Se gli si fosse rivoltato contro come un cane e lo avesse morso, si sarebbe stupito di meno.
Rosa stringe i capelli come per strapparseli via. «Figghiu meu…» invoca, e tende le mani verso la porta.
«No, no, figghia mia, no…» la supplica Mimma, sua madre. La sorregge, le toglie i capelli dal viso. «Non così… Fai male alla criatura». La guida verso il focolare, animato da un fuoco malaticcio. Si siedono insieme, si abbracciano.
Rosa si accascia sulla sua spalla. «Francesco… Francesco…» singhiozza.
«Che ci piangi a fare?» scatta Vincenzo. «L’hai sempre protetto, chistu figghiu disgraziato, che adesso sparisce senza curarsi di come sta sua madre, sapendo che deve sgravare da un momento all’altro. Sì, un disgraziato bonu a nenti è. E lo è sempre stato, non ne ha mai voluto sapere di lavorare e di guadagnarsi il pane».
Rosa alza la testa di scatto e lo fissa, rancorosa, ma Vincenzo si è girato a versarsi del vino in un boccale di terracotta e poi si è seduto al tavolo di legno consunto, sempre dandole le spalle. Sono nella stanza principale della casa, rischiarata da lumi a olio.
«Non è scappato, lo so» dichiara Rosa, alzando lo sguardo verso le travi del soffitto, per fermare le lacrime. «Deve essergli successo qualcosa. E poi è figghiu meu comu è figghiu toi».
Nella sua voce rotta affonda il seme dell’ira, germoglia. La donna si stacca dalla madre, punta un dito contro il marito.
«Francesco non scapperebbe mai. Sa che mi farebbe troppo male se…».
Il sangue non mente
«Ancora lo difendete?». È stato Domenico, il primogenito, a parlare. «E con che coraggio? Non sarebbe la prima volta che se ne va in giro e poi torna come se niente fosse, da senza testa qual è. Però stavolta mi sa che è scappato sul serio». Con le labbra strette in una piega di collera, si avvicina alla madia da cui viene l’odore acidulo del lievito, la apre e la richiude con uno scatto. Poi apre la credenza di legno dipinto, prende un pezzo di formaggio, afferra la pezza di lino che avvolge il pane fresco, la svolge e la getta sul tavolo. «Dopo il danno che ha fatto oggi alla forgia, poi… Ve lo dico io, è scappato».
Rosa scuote la testa, incredula. «Puru tu? Ma chi dici?».
Guarda il padre, cerca la sua approvazione. Gli basterebbe un gesto, un cenno del capo, ma Vincenzo lo ignora
Il ragazzo scrolla le spalle, mastica un po’ di pane e formaggio e parla a bocca piena. «Dico proprio perché lo conosco: è senza coraggio e senza rispetto, e non gli interessa niente, neppure che voi stiate per partorire» ribatte. Guarda il padre, cerca la sua approvazione. Gli basterebbe un gesto, un cenno del capo, ma Vincenzo lo ignora.
Domenico serra le labbra.
Suo padre sembra chiuso in una preoccupazione che non gli ha mai visto prima; stringe il boccale e fissa ciò che resta del vino. Il suo volto è un riflesso distorto sulla superficie lucida delle pentole di rame appese alle pareti sopra il focolare. Parla senza guardare nessuno, la voce arrochita dalla stanchezza.
«Domattina vado a chiedere agli amici suoi, a cominciare da quello scansafatiche di Gaspare. Lui e Francesco si spartiscono il sonno e, se ha fatto qualcosa, Gaspare di certo lo sa».
Domenico fa una risata di scherno. Negli occhi scuri, un lampo d’irritazione. «Buono, quello, che un giorno sì e l’altro pure lo trovi alla taverna a spendersi i due soldi in croce che gli danno sulle navi…». Trascina una sedia e si sistema davanti al fuoco, allungando le gambe. «Belli i compari chi havi me frati» dichiara. È stanco anche lui, ma cerca di non darlo a vedere.
Avvilita, Rosa scoppia in un pianto dirotto. No, non può essere che suo figlio, il suo pezzo di anima, sia scappato senza dirle nulla. Non lui, non ci crede, non è possibile.
«Oh, per san Francesco di Paola! Ma non ci riesci a stare zittu?». Mimma Bellantoni si avvicina al nipote e gli afferra il mento con una mano nodosa. «Tu e to frati siete come l’acqua e l’olio, non vi siete mai pigliati, ma per tuo padre e tua madre siete gocce dello stesso sangue. Che discorsi fai? Che fa, le vuoi dare altri dispiaceri pure tu?».
«Io mai ho dato pensieri a nessuno, lo sapete. Né a lei, né a lui» replica Domenico, facendo un cenno in direzione del padre. «Io ho sempre fatto quello che mi avete chiesto, mentre quello là…».
Cori meu, duve sì
Una vocina, un fruscio di stoffa. «Francesco è tornato?».
Sulla soglia della stanza appare una bambina che indossa una lunga camicia di lino grezzo. Ha grandi occhi scuri, capelli neri e ricci, e tiene per mano un’altra bimba, più piccola, che si frega gli occhi impastati di sonno.
«Mattia, Domenica, tornate a letto, subito!» ordina Vincenzo.
Mimma gli lancia un’occhiata di rimprovero, mentre Rosa mormora: «Qua venite, qua…» e tende le braccia. Le piccole corrono da lei, avvolgendola nel loro odore infantile, un profumo di sudore che sa di mandorle e miele, e che per qualche istante la rasserena.
«Dov’è Francesco, mamà?».
«Non lo so, Menica. Però torna presto, state tranquille» replica Rosa con dolcezza, ma la voce è malferma, le mani tremano. «Andate a letto e ditevi le preghiere» le invita, con una carezza sulle trecce arruffate.
Ma le bambine si stringono a lei ancora di più. «Torna, vero?» sussurra Mattia.
Rosa non sa mentire. E allora non parla.
«È morto?» chiede Mattia contro il suo collo, la mano che tormenta la stoffa della camicia.
Le bambine si stringono a lei ancora di più: «Torna, vero?» sussurra Mattia. Rosa non sa mentire. E allora non parla
La donna la stringe più forte, a occhi chiusi. «Il Signore questo dispiacere non me lo deve dare». Me ne ha già dati tanti, pensa, abbracciando le figlie. Rimane con gli occhi serrati, Rosa, quasi che nel buio possa trovare conforto, perché nel buio nulla è reale, nulla esiste veramente, ma la sua angoscia non si placa; anzi quel buio soffia sul fuoco dei suoi timori.
Con un’ultima carezza, si stacca dalle bambine, che obbediscono a un cenno del capo di Vincenzo e si avviano, mano nella mano, verso la camera da letto, accompagnate da Mimma.
Rosa le segue con lo sguardo, proprio come ha guardato tante volte Francesco che andava a dormire dopo averle dato un ultimo bacio, mentre lei impastava il pane oppure lavorava a un ricamo, come quello che ora giace abbandonato lì accanto.
Spesso, a tarda sera, nella casa silenziosa, loro due parlavano a lungo; Francesco le raccontava di come il mare, visto dalla spiaggia della Marinella, poteva prendere forme strane, di strada o di montagna, e di come lui avesse immaginato di percorrere una di quelle strade, lasciandosi alle spalle Bagnara, stretta tra l’Aspromonte e il mare, per arrivare in una città che era grande dieci, cento, mille volte Bagnara. Rosa sorrideva, scuotendo la testa, e si chiedeva da dove fosse uscito quel figlio con tanta immaginazione e tanti sogni. Però, con un po’ di imbarazzo, si era detta che pure lei, quando ricamava o tesseva, vedeva cose – forme, colori, figure – che gli altri non vedevano e talvolta le aggiungeva come decori nei suoi lavori ad ago.
«Cori meu, duve sì?» sussurra a capo chino, rimettendosi a piangere.
Vincenzo nella notte
Vincenzo sbatte le mani sul tavolo, scatta in piedi. «Altu! Ci vado ora, a cercare Gaspare. Sarà sicuramente alla taverna. Giuro su Dio che, se trovo lì Francesco, lo faccio tornare a casa a calci in culo e lo faccio dormire nel pollaio». Prende una lucerna, poi afferra il mantello e se lo getta sulle spalle, incurante di Rosa che lo chiama, che gli chiede di aspettarlo perché anche lei vuole venire, anche lei deve sapere.
Scende correndo la scala che porta alla strada, fa di nuovo il giro della casa e cerca un’altra volta sotto la tettoia del fieno e poi nell’orto e nel pollaio. Nessuno.
Casa Florio è sulla sommità di Pietraliscia, una contrada di Bagnara aggrappata alla montagna e attraversata da una stradina pietrosa e serpeggiante, che da un lato va verso il paese e, dall’altro, si spinge verso altre due contrade, La Pagliara e Granaro. Pietraliscia non è che una manciata di case tutte uguali, fatte con la pietra dell’Aspromonte e il legname dei boschi: sotto, ci stanno le bestie – stalle, porcilaie – e i magazzini, mentre al primo piano ci abitano i cristiani, contadini o artigiani come Vincenzo. Ognuno ha pure un orto o un pollaio e i più fortunati hanno un pozzo e una rasola, un appezzamento di terra strappato alla montagna, trasformato in terrazza delimitata da muretti a secco, dove ci sono orti, piccoli vigneti e persino alberi da frutto, coltivati con testardaggine dalla gente di Bagnara.
E se Francesco non fosse con Gaspare? Se avesse cercato rifugio altrove, in una delle contrade intorno alla città?
Vincenzo si guarda intorno, esita. Un pensiero lo tormenta: e se Francesco non fosse con Gaspare? Se avesse cercato rifugio altrove, in una delle contrade intorno alla città? Magari è andato alla Pagliara, dove si trova la casa di nonno Domenico, o ancora oltre, a Granaro… Oppure potrebbe essersi nascosto in una delle stalle di Purelli, più in alto, verso la strada che porta al bivio delle montagne… Ma no, è giusto andare da Gaspare. Se c’è qualcuno che sa dove si è nascosto quel lignu stortu di suo figlio è lui.
Allora inizia a scendere lungo la stradina verso il paese.
Cammina incespicando sui sassi, senza badare alla tramontana che arriva dal mare e che gli sferza la faccia e i vestiti. Lo troverò, poco ma sicuro, si dice.
Guarda tra gli alberi, sbircia sotto gli archi e nei sottoscala, scruta tra le ombre oltre l’ingresso delle stalle, spalanca le porte di magazzini in disuso. Nulla, se non un cane che mugola o il battito d’ali di un allocco in fuga.
Stringe i denti e sibila una maledizione che non trova eco nella notte. Poi si accorge di essere arrivato al sagrato della chiesa del Carmine e si fa il segno della croce. Madonna mia, fammelo trovare. Se lo fai, ti offro una giornata di lavoro e non lo carico di legnate come si meriterebbe.
Oltrepassa la chiesa, supera una curva. La discesa si fa più ripida. Nella strada silenziosa, risuonano il fruscio del vento e il rumore argentino del torrente Sfalassà, che scorre lì accanto.
Più avanti, scorge la sua forgia e per un istante culla la speranza che suo figlio abbia cercato rifugio lì. Entra. È deserta.
Si passa la mano, grande e callosa, sul viso. Non è solo preoccupazione, la sua, non è solo rabbia per quel figlio ribelle. C’è un peso più grande, sul cuore.
Cammina incespicando sui sassi, senza badare alla tramontana che arriva dal mare e che gli sferza la faccia e i vestiti
Quel pomeriggio, aveva dato ai figli l’incarico di rifinire un piccolo aratro che dovevano consegnare di lì a poco. Un lavoro semplice, una cosa che avevano fatto altre volte… Tranquillo, era uscito per andare a prendere del carbone ma, nel frattempo, era arrivato alla forgia un contadino il cui cavallo da tiro aveva un ferro allentato e Domenico se n’era dovuto occupare. Francesco era dunque rimasto con il pezzo di metallo che si arroventava sulla fiamma e, nel momento in cui doveva immergere l’utensile nell’acqua per la tempra, forse si era distratto o forse si era reso conto di non avere abbastanza forza per reggerlo; il pezzo di metallo era caduto sul pavimento di pietra, rovinandosi irrimediabilmente.
Richiamato dal tonfo, Domenico era accorso e aveva rimproverato aspramente il fratello, che aveva avuto uno scatto d’ira. In breve, i due erano venuti alle mani e, quando Vincenzo era tornato di gran carriera, richiamato da alcuni compaesani, li aveva trovati che se le davano di santa ragione. Li aveva separati a fatica e stava per chiedere cosa fosse successo quando aveva visto a terra l’ormai inutile pezzo di metallo. Non c’era più niente da fare: lavoro e materiale erano andati perduti.
Su tutte le furie, aveva capito chi era stato a fare il danno, e aveva mollato un ceffone al figlio minore, gridando che era un disgraziato, un farabutto, un idiota, una testa pazza. Per colpa sua, avrebbero perso un cliente importante, e la loro reputazione ne sarebbe uscita malconcia, e doveva vergognarsi, ecco cosa.
Francesco si era guardato intorno, fissando con gli occhi pieni di lacrime il padre, il fratello e gli uomini del paese. Sul volto, umiliazione, pena e rancore. Era corso via, verso casa. Solo che a casa non c’era mai arrivato. Da allora, nessuno lo aveva più visto.
Adesso Vincenzo chiude la mano a pugno, incollerito più con sé stesso che con quel ragazzino distratto e ribelle. Francesco non è capace di fare ‘u forgiaru. Anzi: non vuole farlo. Non si rassegna all’idea che quella è ed è sempre stata la strada della sua famiglia; forgiaru era il nonno, forgiaru è lui, Vincenzo, e forgiaru è Domenico, il primogenito. E forgiari saranno i figli maschi che il Signore vorrà dargli. Loro faticano onestamente, si sono sempre fatti rispettare per questo. Gente che pensa a campare la famiglia, senza grilli per la testa. Che sa che il nome e la dignità sono tutto, l’unica moneta che non perde mai valore.
Così lui ha cercato di educare i suoi figli.
No, Francesco ha altro in testa… Ma cosa, santiddio? Cosa pensa quando disegna sui muri con un pezzo di carbone, o se ne va per ore sulla spiaggia a guardare il mare oppure osserva la madre che lavora al telaio? E Rosa che l’ha sempre difeso…
«È nato piccolo, deve crescere ancora un po’…». Ma ha un tetto sulla testa, un lavoro e del pane, cosa vuole di più?
Finalmente entra in paese e subito Bagnara schiude davanti a lui una fitta tela di viuzze, immerse in un’ombra densa, fatta di bruma e del fumo della legna che brucia nei camini. Molte conducono verso lo sperone di roccia su cui sorge il palazzo del duca Ruffo di Bagnara, che domina l’abitato e il mare. È un edificio possente, con una grande piazza davanti, attorniato da palazzi lussuosi con i prospetti intonacati, i balconi a petto d’anatra, grandi finestre e l’entrata per le carrozze; lì vivono i «cappelli»: notai, avvocati, commercianti che possono permettersi abiti eleganti e un cappello di feltro con le piume.
Gente che non ha figli che la fanno tribolare e che scappano di casa, pensa Vincenzo con un po’ di invidia. Invece a lui cos’era toccato? Una testa pazza.
Più oltre, ci sono chiese e botteghe – ora sprangate –, piccole cappelle che segnano i crocevia, capanne con il tetto di legno e case antiche, rimaneggiate dalle famiglie che nei secoli le hanno abitate. Bagnara è un pugno di terra rubato alla montagna, stretto tra l’acqua e le rocce, soffocato da boschi di castagni e di gelsi. Scuro, compatto, chiuso. Ma è così, ed è casa.
A passo veloce, Vincenzo s’infila in un vicolo. Lì le case sono più segnate dal tempo: gli usci pesanti sono sbrecciati, e alcune facciate hanno lunghe fessure, eredità dei terremoti che ogni tanto affliggono quel pezzo di terra. Davanti alle porte, piccoli alberi in aiuole improvvisate, orci di terracotta in cui crescono una pergola di vite, dei fichi, un piccolo gelso. Intorno a lui, ombre profonde e radi mormorii, che vengono dalle abitazioni. Una città addormentata che sogna se stessa, rassicurata dal succedersi di giorni sempre uguali.
Arriva a una piazzetta, poco più di uno slargo delimitato da casupole con le facciate scrostate dal salmastro, che hanno davanti carretti, canapi e mucchi di cordame. Anche qui, silenzio, ma il buio è rotto dalla luce giallastra che viene dalla finestra della taverna in fondo alla piazza.
Si era guardato intorno, fissando con gli occhi pieni di lacrime il padre, il fratello e gli uomini del paese
Vincenzo la raggiunge, apre la porta e si guarda intorno: pochi avventori, quasi tutti marinai. Non pescatori; quelli sono a casa a finire di rammendare le reti o a dormire, perché tra poco bisognerà mettere in mare le barche. Questi, invece, sono uomini che restano per lunghe settimane in viaggio e non hanno ancora una famiglia o, se ce l’hanno, preferiscono svagarsi e bere e trovare una femmina disponibile. E una di queste femmine è lì, in fondo alla sala. A disagio, Vincenzo distoglie lo sguardo.
A dirla tutta, quella taverna non gli piace affatto. Lui non spende i suoi soldi in vino e femmine. E ancora meno gli piace Bartolomeo, l’oste, un uomo massiccio come un tronco di castagno, che sbuffa più del mantice della sua forgia, ma sa anche tutto di tutti, sempre, in particolare se si tratta di peccati più o meno veniali.
«Mastro Vincenzo!» esclama l’uomo non appena lo scorge davanti al banco. Vincenzo Florio – lo sanno tutti, a Bagnara – è un gran lavoratore e non è tipo da passare le serate a bere. «Che vi do? Ho del vino di Palmi che…».
«Niente» risponde lui, ruvido, con un cenno di diniego. Indica gli uomini che chiacchierano alle sue spalle. «Per caso avete visto mio figlio Francesco?» chiede poi, cercando di nascondere l’ansia.
L’altro abbozza una smorfia, poi afferra due caraffe e ansima come se fossero di piombo. «No, qui non è venuto. Picchì, chi succidiu?» domanda. Di certo ha sentito della lite, si dice Vincenzo. Gliene avranno parlato i suoi avventori.
«Nenti, nenti» replica, stizzito.
Bartolomeo aggrotta la fronte, come se stesse cercando di ricordare qualcosa. «In realtà non lo vedo da un pezzo. Non è di quelli che vengono spesso a bere. Si ferma qui a parlare con i suoi compari, questo sì». Si volta verso la stanza sul retro, seminascosta da una tenda, da cui arrivano risa, imprecazioni e persino qualche bestemmia. «Di là c’è Gaspare, l’amico suo, che gioca a dadi con gli altri. Chiedete a loro». E si allontana, sempre ansimando.
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