Puntata 1
Diffidare delle cucine pulite
Archivio per la vecchiaia -1: il passaporto.
Un documento scaduto da 15 anni. L’oro della stella svanisce in polverina sui polpastrelli. La carta scricchiola, infragilita. È molto rovinato, gli angoli si sono sfilacciati, i timbri sbiaditi: neanche l’autorità più distratta potrebbe mai considerarlo valido. La foto sembra quella di una bambina, talmente lontana da come mi vedo oggi che potrebbe assomigliare solo alla figlia che non ho mai avuto. Eppure c’è stato un tempo in cui questo documento è stato così valido da determinare il mio destino. Questo passaporto, rilasciato a Beatrice Rocchi nata a Roma il giorno 01/07/1979, è stato il mio biglietto di partenza per la vita.
Presente spento
«Dove sta andando, scusi?».
«Grazie, sì, buongiorno, posso chiedere a lei?».
«Dipende che cosa. Non è orario di visite, chi l’ha fatta passare?».
«Nessuno».
«Ecco. Che cerca?».
«Bernardo Conti. So che è ricoverato qui».
«È un nostro paziente, sì».
«Mi accompagna da lui?».
«Ma lei chi è?».
«Mi chiamo Beatrice».
«È la figlia?».
«Siamo stati insieme dieci anni».
«Lei e…?».
«Io e Bernardo Conti, sì».”
«Ma…».
«Fino a dieci anni fa».
Trapassato felice
Mi ero svegliata nella notte. Ancora in dormiveglia, avevo contato tutti i nostri vestiti sparsi a terra. Era un gioco che faceva sempre lui la mattina, quando si alzava prima di me. Guardava dov’era caduta la prima giacca e dove l’ultima mutanda come fossero briciole di Pollicino per misurare l’ampiezza della nostra performance.
«Primo bacio accanto al piano cottura, e ultimo orgasmo in bagno. Neanche un agente immobiliare è così puntuale».
Mi faceva sempre sorridere.
Mi riportava tutti i vestiti in stanza, alcuni li sistemava, altri li metteva a lavare, si faceva i complimenti da solo perché nonostante l’età, eh, quante volte ieri?
Io sorridevo ancora dormendo, lui che era già pronto per andare al lavoro alzava la coperta, mi guardava, toccava e baciava e diceva per fortuna devo andare altrimenti… mi farai venire un infarto, tu. Quella notte, svegliandomi, avevo notato che il nostro pavimento sembrava il banco di un mercato di seconda mano. Avevo raccolto gli indumenti, li avevo messi sulle sedie, ero andata in bagno: neanche stavolta mi ero struccata.
Non facevo mai in tempo, non ho mai capito quand’è il momento di struccarsi: prima di cominciare sarebbe tristissimo, alla fine però è così innaturale. Mi ero passata velocemente un po’ di detergente sul viso e finalmente ero arrivata in cucina, dove avevo visto il lavello scoppiare di pentole, piatti e bicchieri e mi era scappato da ridere.
«Diffidare delle cucine pulite: sono case in cui non si ama».
Era uno dei suoi mantra, diceva che la vita erotica delle coppie si capisce dalla pulizia del lavandino.
«Quando cominceremo a caricare la lavastoviglie di sera, saremo finiti».
Da quando me l’aveva detto mi scoprivo imbarazzata a guardare nelle cucine degli altri, mi pareva di poter contare quante volte avessero fatto sesso dal numero di oggetti scomposti intorno e dentro al lavello; mi risuonava il seguito della sua frase in testa: «Se la sera dopo cena ti affanni a lavare i piatti, vuol dire che non scopi. Se hai bisogno di rimettere subito a posto quello che hai usato, se hai paura di misurarti con lo scompiglio, quanta passione puoi sopportare?».
Il disordine era così carico di noi che quella notte mi sembrò tutto talmente fuori posto da essere perfetto, definitivamente nostro. Insieme avevamo costruito una vita, una casa, un amore pieno, tutto nostro, tutto come lo sognavo, anzi come non sapevo neanche di poterlo sognare, un amore che dormiva con il mascara e che danzava in punta di piedi tra piatti e bicchieri sporchi appoggiati su un pavimento di vestiti. Per reggere lo squilibrio, potevamo solo volare: questo eravamo, questo abbiamo fatto. Stavamo insieme da sei anni, convivevamo ufficialmente da due, ci amavamo come nessuno si era mai amato prima e nessuno l’avrebbe fatto dopo.
Mi aveva insegnato tutto.
Eravamo tutto, avevamo tutto.
Presente spento
«Guardi, mi dispiace ma non posso farla passare. Esca di là, per favore. Arrivederci».
«Un attimo, mi scusi».
«Che c’è?».
«Almeno posso raccontarle la storia?».
Trapassato sconvolgente
Fino alla scomparsa del mio passaporto, noi eravamo ancora due estranei.
Io perdevo tutto, da sempre.
Da 27 anni la mia vita era una rincorsa agli oggetti smarriti. Tre passi in avanti e 3.000 indietro, a recuperare il punto esatto della strada in cui erano rimaste le chiavi, il taxi dove avevo lasciato il portafoglio, lo sportello bancomat dove avevo sorvolato sul recuperare la carta di credito, il ristorante dove avevo lasciato gli occhiali, per non parlare degli orecchini con cui ho vissuto un universo parallelo di smarrimenti e recuperi degno del Signore degli Anelli, tanto che della maggior parte era rimasto un solo esemplare e avevo così deciso di indossarli spaiati, in modo stilisticamente discutibile. Alice, la mia migliore amica, pontificava che era un modo del mio inconscio di mollare la presa, spostavo sugli oggetti quello che non concedevo a me stessa: perdermi. Tutti gli altri (mio marito e la mia famiglia) mi sopportavano con malcelato fastidio.
Quando esordivo con: «Non è che per caso avete visto…», la risposta era sempre la stessa: «Bea, di nuovo?». Ero sposata da due anni e cercavo ogni giorno di convincermi che fosse la scelta giusta, mi affannavo per far sì che i conti tornassero come se ci fosse un premio alla fine. Come se a qualcuno importasse davvero che i conti tornino: non è mai esistita una pagella che dichiara se siamo stati all’altezza dei nostri sensi di colpa. Il mondo ci ignora così profondamente che il voto come buon sacrificante non ce lo dà mai nessuno. Quella che chiamiamo ansia da prestazione è in realtà ansia da indifferenza.
Forse è per questo che l’aldilà ha sempre avuto una buona presa nel nostro immaginario.
Ma di tutto questo, di come desideri e realtà fatichino a coincidere e abbiano la capacità di allontanarsi improvvisamente nel più brutale dei modi, in quel momento lì, al metal detector di quell’aeroporto, non sapevo ancora nulla. Il giorno prima avevo lasciato in una macchina in affitto il mio portacarte con dentro la patente, la tessera sanitaria e una carta di credito.
Il passaporto era l’ultima traccia burocratica della mia esistenza e all’improvviso non lo trovavo più.
Non avevo idea di dove l’avessi lasciato, mancavano 30 minuti alla chiusura del gate per Parigi, ero disperata e stavo perdendo lucidità. Al bar dove avevo preso il caffè non c’era, al bagno nemmeno, tutte le tasche erano vuote…
Avevo deciso di andare comunque all’imbarco prima dell’apertura sperando che la narrazione romanzata delle mie perdite potesse commuovere la hostess e sopperire all’assenza del documento. «Ma che sta dicendo, io senza documento non posso farla partire» era stata la sua reazione al mio accalorato racconto. Aspettavo di fare quel viaggio da più di un anno, mentre cercavo di districarmi dall’impasto di dolore e restrizioni che ero diventata.
L’idea che stesse per saltare a causa dell’ennesima perdita mi metteva addosso la paura definitiva, quella che hai quando senti che sta per crollare tutto, che stai per perderti tu. Ero ancora lì a spiegare cosa mi fosse successo in un misto di angoscia e supplica – «Glielo giuro, ce l’avevo in tasca fino a poco fa, l’ho fatto vedere al metal detector, dev’essere sicuramente in aeroporto…» – sotto lo sguardo sempre più perplesso dell’efficiente ragazza in divisa, quando era arrivato lui, da dietro: il primo contatto è stato un lieve ma puntuale colpetto sulla spalla a cui è seguito, dopo la mia istintiva torsione, un “eccolo”, come fosse la cosa più ovvia del mondo, mentre con un sorriso mi riconsegnava il passaporto perduto.
«Oddio, lo aveva preso lei? Grazie, la ringrazio tantissimo!».
Era stato da subito tanto innaturale dargli del lei quanto evidente che una parte di me non avrebbe smesso di darglielo mai.
«Sì, l’ho trovato per terra fuori dalla toilette. Stavo raggiungendo l’imbarco più vicino per consegnarlo e ho incontrato la diretta proprietaria. Che simpatica coincidenza».
Aveva alzato le spalle e si era sistemato meglio la giacca bordeaux su cui spiccava una spilla aziendale.
Avrei voluto commentare che più che una simpatica coincidenza il suo gesto era stato la svolta della mia vita, ma ho sentito il bisogno di frenare quel mio eccesso di affanno per apparire più aggraziata, senza riuscirci davvero. Avevo molta paura di crollare e identificavo la salvezza con la possibilità di partire per Parigi, di tenere intatti i miei piani grazie a quel ritrovamento.
«Che sollievo, grazie, grazie, grazie! Mi hai… ha salvata, scusi!».
Il mio imbarazzo si era sciolto nella gioia di sentirlo rispondere, mentre appoggiava la mano sulla mia spalla in cerca di un nuovo contatto fisico: «Addirittura, salvata? Per così poco?».
Avevo bisogno di prendere aria.
Dov’ero rimasta?
Certo, alla hostess!
E allora, voltandomi fiera, nel tentativo di recuperare un po’ del controllo di cui già non abbondavo e che lo sguardo di lui continuava a togliermi, le avevo detto: «Vede? Avevo ragione. L’avevo solo lasciato in giro, ma ce l’avevo!».
«Sì, ma io comunque senza passaporto non potevo farla partire. Si metta in fila, prego, e aspetti il suo turno per l’imbarco, che stiamo aprendo».
Mi sono girata verso di lui, cambiando di nuovo interlocutore, e l’ho guardato nel modo in cui per anni mi ha ripetuto che avrebbe sempre voluto essere visto.
«Come?» gli chiedevo sempre.
«Così» rispondeva, sorridendo.
Io so per certo che nei miei occhi in quel momento scorreva il bisogno, prima di tutto, che lui capisse la banalità assoluta di quella risposta: Sì, ma io comunque senza passaporto non potevo farla partire.
Con il mio sguardo gli stavo chiedendo di restare sempre dalla mia parte, a prescindere dall’evidente ragionevolezza della realtà. Poi certo, c’era la gratitudine del passaporto ritrovato con il corrispettivo simbolismo da accatto che gli avevo già involontariamente caricato addosso:
«Mi hai ridato l’identità!».
E poi infine sì, è vero, certo che l’avevo pensato: Quanto sei bello.
Nel suo sguardo invece credo ci fosse solo: Come sei bella e Come mi piace che mi fai sentire così bello. In quel momento i nostri sguardi hanno siglato un contratto invisibile, ma nessuno dei due aveva letto il testo della controparte. Se l’avessimo fatto, tra le mie richieste lui avrebbe trovato quella di restarmi complice nell’osservare le brutalità del mondo, e difendercene, per sempre; io invece probabilmente avrei letto: noi dureremo finché ci guarderemo così.
I sottotitoli agli sguardi non esistono – per fortuna? purtroppo? – e noi abbiamo continuato a camminare verso l’imbarco del nostro volo, fiduciosi dei presupposti.
Perché sì, lui era sul mio stesso volo.
«Comunque che imbarazzo, in questa foto sono orribile!» avevo avuto l’impulso di dire, per tornare al presente, a quel passaporto ritrovato che tenevo in mano e che all’improvviso mi sembrava fosse di troppo, tra noi.
«Ho fatto uno studio» aveva ribattuto prontamente, facendomi strada. «Rispetto alle foto dei passaporti, le persone sono il 45% più carine. Per questo sono stato contento di incontrare la diretta proprietaria».
Il suo viso era liberamente ispirato alla trasparenza del mare quand’è calmo: era sorridente, pacifico e con gli occhi azzurrissimi, mentre il suo corpo sembrava partorito dalle vette brulle e irraggiungibili dell’alta montagna.
La sua prossemica era naturalmente distante, la sua postura alta, posata, inscalfibile.
Istintivamente ti rivolgevi a lui con la certezza che ti avrebbe tolto ogni dubbio ma poi, con un moto opposto e impossibile da spiegare con la gravità, ti trovavi in alto, senza più un sentiero indicato per tornare a valle.
È lassù che mi sono sentita fin dalla prima conversazione.
«Ho rispettato la percentuale?» ho risposto, cercando di seguirlo, di essere alla sua altezza, letteralmente.
«Nel tuo caso direi che sei il 100% più bella».
«Non mi prenda in giro, ma c’è un modo per cambiare la foto del passaporto per ragioni estetiche?».
«No, a meno che tu non voglia perderlo di nuovo e rifarlo. Ma saresti comunque significativamente più bella dal vivo. E non renderebbe il fatto che sei simpatica».
Io non avevo mai pensato di essere bella. Carina, senza troppi difetti, per niente alta, non troppo chic.
Sapevo di avere degli occhi belli e con quelli notavo gli sguardi rivolti alle mie tette; avevo un sorriso luminoso che mostravo sempre meno. Sospettavo di essere sexy ma facevo di tutto per nasconderlo.
«Grazie».
«È bello conoscerti, Beatrice Rocchi».
«Grazie…?».
«Bernardo».
«Anche t… lei va a Parigi, vero?». Di nuovo quella punta di imbarazzo, la lingua che inciampava sul tu ma poi ricadeva nel lei.
«Senti un po’, ho sbirciato la data di nascita quando ti ho riportato il passaporto e quindi purtroppo sei giustificata, però dato che ti ho salvato la vita, posso chiederti se ci diamo del tu?».
«Solo se mi dici quanti ne hai tu, di anni…» avevo risposto senza esitazione, la sua proposta si era sciolta nel mio corpo in un tripudio di ossitocine che evidentemente agivano per me.
«Non ho problemi a dirtelo, figurati».
Si capiva da subito, in effetti, che a lui di far tornare i conti non era mai importato nulla: anzi, meno gli tornavano più si sentiva libero.
«57. Esattamente 30 più di te».
Non avrei saputo dargliela, un’età: la solidità che emanava traduceva esperienza, ma l’innocenza diretta e implacabile con cui tentava di sedurmi gli toglieva molti anni dal viso. Sembrava il dio dell’invulnerabilità, travestito, per noi umani, da principe inaccessibile. Se avessi voluto farli tornare, i conti, avrei dovuto sorridergli, salutarlo, ringraziarlo e mettermi in fila a prescindere da lui. In quel momento, però, di essere ragionevole non me ne importava tanto, e infatti: «Se sei qui, vai anche tu a Parigi, giusto?».
«Ebbene».
«Come posso ricambiare la tua gentilezza?».
«L’hai già fatto».
«Come?».
«Continuando a sorridermi così».
«Ah, non me n’ero accorta…».
«Capisci cosa sono i superpoteri? Una sorride così e non lo sa».
La fila all’imbarco era quasi finita, noi eravamo rimasti indietro, come in un punto fermo, che non avanza né arretra: il tempo che è, finalmente.
«Non perdiamo il volo però, a questo punto» avevo commentato, come uscendo dall’apnea di un incantesimo.
«Mi sorprende questo tuo ritorno alla concretezza».
«È così evidente?».
«Cosa?».
«Mi dicono che tra me e la realtà è sempre un derby».
«Chi ti ha convinto che sia un male?».
«…».
«Fammi un esempio».
«I miei orecchini, vedi come sono diversi? Non è una scelta di stile, è che perdendone sempre uno…».
Mi aveva scostato i capelli a destra, per guardare meglio: avevo trattenuto l’aria e poi espirato dentro un sorriso di cui ormai conoscevo l’effetto.
«Sono molto belli entrambi. Effettivamente non c’entrano granché uno con l’altro, ma non credo sia un problema così difficile da risolvere: nella vita bisogna saper scegliere i dettagli su cui concentrarsi».
Avevo sospirato, guardando tutto il mio look che non traduceva certo concentrazione sui dettagli rispetto al suo, tanto impeccabile quanto abitato da personalità. Come bagaglio teneva in mano una borsa di pelle rosso fuoco, compatta e leggera, perfettamente in controllo come lui. La mia era una valigia piena di fiorellini, molto vecchia, con delle rotelle fastidiose: la aprivo e la chiudevo continuamente perché non riuscivo a capire se avevo caldo o freddo o forse solo perché cercavo gesti per allentare la tensione.
«Ho osservato come parlavi con la hostess, com’era scomposta la valigia, come agitavi le mani, sembrava che sperassi di salire sul volo bucando il soffitto.
Eri del tutto irragionevole, eppure ho visto che dentro di te filava tutto. E sai cosa mi ha colpito?».
A me colpisci tu, ho pensato, ma sono rimasta ad ascoltarlo.
«Che, pur non essendo aggressiva, eri sinceramente speranzosa di spiegarle chi sei, provando così a ovviare all’assenza del… passaporto! Che era oggettivamente un sogno irrealizzabile. La tua grinta mi ha fatto capire qualcosa di te».
«Tutto, direi».
«Qualcosa».
Per sostenere il suo sguardo serviva un allenamento militare, un master universitario, una preparazione olimpica nella disciplina “distanza implacabile e seduttività consapevole”: non ce l’avevo.
«Dài vieni, stanno chiudendo, prima che la hostess ci lasci a terra per ritardo all’imbarco. Anche se…».
«Se?».
«Sarei curioso di vedere cosati inventeresti per risolverla».
Ho pensato, senza rendermene conto: adesso che ti ho incontrato, mi sembra meno interessante risolverla. Perché è il primo momento in cui l’affanno degli schemi, il far tornare conti, persino l’ansia di prendere questo aereo stanno andando lontanissimo, si stanno staccando da me come un aereo dalla pista. Perché sarei curiosa anch’io di sapere come fai tu, come negozi tu, con la realtà.
Soprattutto, se anche non dovessimo riuscirci, a risolvere, mollerei la pratica qui, con il sorriso. Anche quello è stato uno sguardo senza sottotitolo, ma sono convinta che in quel momento i nostri testi avrebbero coinciso: se il mondo boccheggia nella nebbia delle sue occasioni, noi faremo miracoli.
Avevamo già cominciato a dialogare senza parole con un codice intimo, già nostro.
Mentre eravamo in fila, ha preso in mano il cellulare e con il suo piglio gentile ha digitato quello che doveva essere un messaggio di scuse. Senza neanche aspettare la risposta dell’interlocutore, ha risollevato gli occhi per inchiodare i miei: «È appena saltata la cena che avevo stasera. Che simpatica coincidenza».
Beatrice Rocchi. Numero passaporto: ay237
Bernardo Conti. Numero passaporto: iy719
Volo az5032
Roma Fiumicino – Parigi Charles de Gaulle ore 17.35, 12 marzo 2006.
«Tutto a posto, grazie mille, buon volo» aveva chiosato impeccabile la hostess: la prima a vederci insieme.
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