Puntata 1
Il mio vicino serial killer
Aurora.
«Non dirmi che stai di nuovo spiando il vicino, Aurora!».
Faccio un balzo per lo spavento e per poco non vado a sbattere contro la libreria posta al lato della finestra, dopo che la mia amica, nonché coinquilina da due anni, Asia, mi riprende con tono incredulo. È appena rientrata dal lavoro, a quanto pare prima del solito, altrimenti non mi sarei fatta beccare in modo così plateale.
«Cosa? No…» cerco di negare in qualche modo.
Ma sono notoriamente una persona che proprio non sa mentire. Senza contare che sono di carnagione chiara e tendo ad arrossire per un nonnulla, a maggior ragione per una plateale figuraccia. È una scocciatura incredibile, gentile regalo che si accompagna ai miei capelli rossi. Naturali, non tinti. Ne avrei volentieri fatto a meno, come pure delle lentiggini che non smettono mai di spuntarmi in volto.
Asia scoppia a ridere. «Non ti credo: lo stavi spiando di nuovo» afferma senza pietà mentre si libera delle scarpe e si butta sul divano a poca distanza.
«Cielo, sono sfinita».
«Brutta giornata?» chiedo con una certa comprensione. Anche la mia non è stata propriamente leggera.
«Come la tua, solo che io non ho ancora trovato una facile distrazione, come hai saggiamente fatto tu…» mi stuzzica.
La osservo fingendo di non capire a cosa sta alludendo. «Ma che distrazione e distrazione…» borbotto. Con la coda dell’occhio noto però che nell’appartamento di fronte c’è finalmente del movimento, e per quanto dovrei davvero evitare di soccombere alla tentazione di curiosare, mi ritrovo a voltarmi velocissimamente. Giusto un’occhiatina…
«Ah ah!» esclama Asia vittoriosa, prendendomi in castagna.
Alzo gli occhi al cielo e sbuffo. «Non capisci, c’è qualcosa di strano in quell’appartamento» provo a perorare la mia causa. In questo momento non troppo vincente, devo ammettere. Ma sono certa di poter ribaltare la situazione in qualche modo. In fin dei conti, sono una praticante in uno studio di diritto penale.
«L’altro giorno il tizio trascinava un enorme sacco nero!».
Ad Asia sfugge una risata denigratoria. «Un sacco nero? Guarda che fa caldo in questi giorni, il pover’uomo avrà fatto banalmente il cambio dell’armadio…».
Scuoto decisa la testa: «No, cara mia! M’intendo di vestiti, e pure voluminosi, come testimonia la situazione fuori controllo del mio armadio. Dentro quel sacco non c’erano abiti». Non chiedetemi come faccia a saperlo, ma ne sono certa. Talmente tanto che, pur riconoscendo di essere dotata di un’immaginazione a tratti un tantino troppo florida, sono letteralmente corsa a casa dal lavoro, pur di poterlo spiare anche oggi.
Ho detto “spiare”? Intendevo dire “controllare”.
Per il bene del condominio, ovviamente.
La mia amica si alza malvolentieri dal divano e mi si avvicina. «Ora mi vorrai convincere che stava facendo qualcosa di losco…».
L’ha detto lei, non io.
«Forse?».
«Solo perché non ci ha mai degnate di uno sguardo le poche volte in cui lo abbiamo incrociato in cortile?» chiede divertita. «Si vede che non siamo interessanti».
Abitiamo in quella che una volta era una casa di ringhiera in zona Navigli e ora è invece un complesso residenziale finto-chic dai prezzi impressionanti. L’edificio è a forma di ferro di cavallo, con un grazioso, minuscolo giardino condominiale al centro. L’uomo misterioso non abita nella nostra scala, ma ci capita di vederlo entrare e uscire. Sulla trentina, alto, un fisico che gli permette di sfoggiare completi sartoriali perfetti e capelli castani un briciolo troppo lunghi, elemento che testimonia il fatto che sia vanesio. Oltre che fortemente sospetto, va da sé.
«Ma noi siamo interessanti, eccome!» ribatto in un moto di amor proprio. «E lui è.…». Mi blocco all’improvviso, perché ecco che lui torna visibile dalla mia posizione. Non ha le tende in sala e, se uno abita in un simile edificio senza premurarsene, è perché vuole farsi vedere. Non sono io che lo sto spiando; è lui che si sta mostrando, per quel che mi riguarda. «Guardalo! Eccolo di nuovo con il sacco di ieri!».
Asia mi raggiunge e insieme ci mettiamo a sorvegliare il vicino, che nel frattempo si è messo comodo per fare non si capisce cosa. «Lo sto guardando, è a petto nudo…» osserva ironica. «Un gran petto, devo dire…».
Sto cercando di resistere alla tentazione d’incollare troppo a lungo lo sguardo sul suo fisico (sono una vicina preoccupata, non una guardona), ma alla fine non riesco proprio a farne a meno.
«Fa molta palestra» affermo certa. Asia mi lancia un’occhiata interrogativa. «Sì, lo vedo uscire e rientrare spesso vestito sportivo» borbotto, irritata con me stessa perché in effetti potrei aver esagerato un attimo nel voler scoprire i suoi orari e le sue abitudini.
«Metti che si riveli un serial killer».
«Ma quello non è un serial killer!» ride la mia amica.
«È solo un grande pezzo di…».
«Eccolo! Ecco il sacco!» la interrompo quasi urlando prima che possa terminare la frase. Il nostro vicino misterioso sta di nuovo trascinando l’enorme sacco nero per la casa, lo stesso che ho notato ieri. A petto nudo, a questo giro.
«Non ti sembra incredibilmente sospetto?».
«Magari sta mettendo a posto?» azzarda Asia, ma il dubbio si è infiltrato per la prima volta nel suo tono.
«Per favore… Sembra quasi che lì dentro ci sia…».
Non so se dirlo o meno, ma arrivati a questo punto non ho molto da perdere. La dignità è già andata, temo.
«Che lì dentro ci sia un cadavere».
«Ma non dire sciocchezze! Sarà solo…».
Si blocca a sua volta, senza idee valide.
Ci sporgiamo verso il centro della nostra finestra per vedere meglio nell’esatto istante in cui lui solleva la testa verso la nostra direzione. Asia e io emettiamo in contemporanea una sorta di grido spaventato e poi ci buttiamo sul pavimento della sala. Che è di marmo, maledizione a noi.
«Ahia» mi lamento massaggiandomi il sedere. «Dici che ci ha viste?».
«Certo che ci ha viste!» esclama
Asia sospirando.
«Non essere così diretta… Lascia una possibilità, per favore…». Sono sempre disposta a credere alle cose più inverosimili, se questo mi aiuta a vivere meglio.
«Ci ha viste» insiste la mia amica impietosa, «ma in uno stabile simile, senza tende, non può stupirsene troppo».
«Vabbè, tanto ci ignorava già prima. A maggior ragione, lo farà ora» liquido in fretta la questione.
Mi sollevo da terra, pronta ad affacciarmi di nuovo alla finestra.
«Ma stai giù!» cerca di tirarmi in basso.
Io, però, sono più forte e mi sollevo comunque.
Con attenzione, ma lo faccio. «Hmm, sembra che stia portando il sacco fuori dall’appartamento» le racconto. «È scomparso dalla vista».
Asia, forse rassicurata dalle mie parole, si solleva sulle ginocchia a sua volta.
«Le cose ridicole che mi fai fare…».
Tempo un minuto ed eccolo che compare nell’atrio al piano terra; sta ancora trascinando il sacco, avanzando verso una porticina posta ai lati.
«Dove sta andando?» chiedo.
«In cantina. Quello è l’ingresso che conduce alle cantine condominiali».
Mi volto stupefatta verso Asia. «Abbiamo una cantina?».
«Sulla carta. Ma la nostra è piena zeppa di vecchi mobili del padrone di casa, perciò è come se non ce l’avessimo nemmeno…».
«Però tu hai la chiave» deduco dalla sua risposta.
«Sì? Perché, cosa vuoi farci?». La sua espressione è critica ancora prima di sentire la mia risposta.
«Niente. Andare a controllare…». Vaga quanto basta, o almeno spero.
«Controllare cosa, il sacco nero?».
«Ma certo che no! Cosa vai a pensare…». Cose giuste ma, siccome sono anche cose imbarazzanti, meglio negare.
Asia incrocia le braccia. «Ma cosa t’importa di quello che c’è dentro il sacco?» prova a farmi ragionare. «Se anche fosse un serial killer e ci avesse davvero nascosto un corpo, sei proprio certa di volerlo sapere? Si vive meglio nell’ignoranza…».
Temo abbia fin troppa ragione, ma c’è un qualcosa che mi spinge a non demordere. Non so bene di cosa si tratti, ma il mio sesto senso mi sta suggerendo in modo piuttosto insistente di non lasciar perdere. «L’ignoranza è il male dei nostri tempi» le rispondo.
Asia sbuffa di nuovo, ma rimane per un attimo in silenzio. Mi conosce, d’altronde, e sa bene che non è facile convincermi quando mi metto in testa una cosa. «Vabbè, birretta?» mi propone piuttosto.
«E birretta sia» acconsento subito. Ma se anche può sembrare che l’argomento “sacco” sia morto e sepolto, la mia mente sta già lavorando a un piano. Lo fa sempre, ahimè. Un giorno di questi dovrò imparare a tirare il freno.
Il giorno seguente mi ritrovo a infilarmi nella stessa porticina che conduce verso le cantine. Tutta vestita di scuro, perché in genere è così che fanno nei film. La vecchia chiave che ho recuperato fa scattare senza problemi la serratura, rivelando una lunga rampa di scale che conduce verso gli inferi. Lo sto facendo davvero? A quanto pare, sì…
Inspiro per farmi coraggio e poi inizio a scendere. Arrivata in fondo, aziono l’interruttore della luce e mi guardo in giro. Il locale è pieno di cantine, sia a destra che a sinistra, con porte d’ingresso diverse tra di loro. Qualcuno ha ristrutturato e ha messo una porta metallica molto solida per tenere lontano i malintenzionati; qualcuno si è tenuto quella vecchia di legno; qualcun altro non ha nemmeno la porta. La luce si affievolisce più ci si avventura in fondo al corridoio delle cantine. Verso la fine sono costretta ad azionare la torcia del cellulare per vederci qualcosa.
Sto giusto ispezionando la situazione quando il rumore della porta d’ingresso delle cantine mi fa sobbalzare: qualcun altro sta venendo qui!
Spengo in fretta tutte le luci e cerco di nascondermi in una nicchia nella parete. Il mio battito cardiaco accelera, mentre odo il rumore di pesanti passi che scendono le scale. Asia non sarebbe affatto contenta di sapermi qui, da sola, nascosta al buio.
La figura, alta e minacciosa, avanza nella mia direzione senza azionare la luce; è palesemente un uomo e potrebbe essere proprio il mio vicino serial killer.
Che sia venuto a controllare il suo sacco?
Si ferma a breve distanza e solo in quel momento accende la luce. Il contrasto con il buio di poco fa è tale che sbatto più volte le palpebre, accecata mio malgrado. Lui mi dà le spalle e apre la porta della sua cantina, una di quelle di metallo e nuove di zecca, segno inequivocabile che ha qualcosa da nascondere.
M i sporgo in avanti perché la curiosità, arrivata a questo punto, ha la meglio sul buonsenso e su qualsiasi istinto di autoconservazione. Sono decisa a scoprire cosa nasconda lì dentro. Peccato che nell’allungarmi perda in qualche modo l’equilibrio (mai stata molto agile o atletica, ahimè), finendo per ruzzolare a terra con un suono secco.
«Chi c’è lì?» chiede una voce profonda voce maschile.
«Io…» borbotto cercando di mettermi in piedi in qualche modo.
Lui si avvicina sovrastandomi, e sono giusto pronta al peggio, magari a un colpo in testa, quando invece mi sorprende protendendo una mano nella mia direzione. Mi ritrovo a fissare la sua mano, enorme e curata. E siccome la figuraccia l’ho già fatta,
il minimo che posso fare è afferrarla e tirarmi su in fretta.
La sua stretta è decisa. «Io, chi?» chiede con tono decisamente meno glaciale di poco fa. Dovessi tirare a indovinare, lo definirei persino divertito.
Non più spiaccicata sul pavimento sudicio della cantina, ho finalmente modo di osservarlo da vicino, occhi negli occhi.
Da questa distanza è persino più attraente di quello che già si intuiva.
«Ciao, sono Aurora. Abito nella scala C» mi tocca presentarmi.
«Ah, la famosa scala C!» esclama con una certa enfasi. Il mio senso di colpa, o per meglio dire di vergogna, si attiva all’istante.
«Famosa, addirittura?» fingo di comprendere a cosa stia alludendo.
«E tu chi sei?».
«Giorgio Minerva, piacere. Sono quello della scala A, ma questo lo sai già…».
«Lo so?».
«Certo. Non sei tu quella che mi spia?» mi chiede in modo molto diretto.
Non so bene cosa mi aspettassi: che non se ne fosse mai accorto oppure che evitasse di nominare la cosa in questo modo. Fatto sta che la mia mano è ancora nella sua (calda, enorme e incredibilmente rassicurante), perciò la ritraggo con forza. «Spiare… che termine esagerato…» cerco di difendermi. Negare del tutto sarebbe controproducente, arrivati a questo punto.
Giorgio inclina la testa e mi scruta sinceramente curioso. «E come lo definiresti?» mi sfida.
«“Be’…». Sono una persona che sa gestire le emergenze, ma di solito in modo fin troppo creativo. «Io lo definirei servizio civile».
«Servizio civile?» ripete lui con una voce che suona tutto a un tratto fastidiosamente sexy.
«Hai nascosto qualcosa in quell’enorme sacco nero che hai trascinato qui sotto. Potrebbe trattarsi di qualcosa di pericoloso, perciò ho ritenuto che fosse mio compito civico controllare di cosa si tratta». Alzo la testa come a volerlo sfidare a mia volta. Sono costretta a farlo anche perché è altissimo, cosa che non aiuta la mia causa al momento.
Per un attimo Giorgio mi fissa incredulo, e poi scoppia in una risata fragorosa. «Oddio…» ride senza riuscire a fermarsi. «Tu pensi che io abbia nascosto un cadavere!» intuisce.
«Non ho detto questo» borbotto.
«No, ma l’hai pensato». Lo pronuncia come se fosse la cosa più ridicola del mondo, e ora che mi ci fa pensare, forse potrebbe esserlo. «Fammi indovinare: sei una grande appassionata di podcast true crime».
Spalanco gli occhi, come punta sul vivo. Come diavolo fa a saperlo? «Sì, ma voglio anche diventare un avvocato penalista».
«Ah» sorride. «Ora è tutto chiaro…».
«Perciò non hai un cadavere nascosto lì dentro?». Meglio non dare nulla per scontato.
Lui scuote la testa. «No. Ma puoi tranquillamente controllare…». Si sposta di lato, lasciandomi la strada libera. La mia parte diffidente mi avverte che potrebbe essere un piano per chiudermi lì dentro, ma a questo punto le probabilità che io abbia un attimo esagerato con la fantasia sono piuttosto concrete.
«Cosa c’è? Non ti fidi?».
Sbuffo e marcio dentro la sua cantina, sentendomi a un tratto molto ridicola. Peccato che il sentimento non si sia manifestato qualche giorno fa, evitandomi questa colossale figura di merda. Mi accuccio e apro il sacco. «Ma questo è… un manichino?».
La mia incredulità è palpabile.
«Un manichino da grappling, per la precisione. Ho iniziato ad allenarmi con le arti marziali per scaricare la tensione e ho avuto la brillante idea di comprarne uno da mettere in casa. Non farlo» mi suggerisce tornando a ridere. «Devasteresti casa molto in fretta».
«Non era nei miei piani immediati, ma grazie…».
«Questo affare pesa parecchio, motivo per cui, quando ho capito che non era il caso di tenerlo in camera, ho dovuto letteralmente trascinarlo fuori dal mio appartamento» va avanti a spiegarmi.
«Ed ecco spiegato perché trascinavi un sacco che sembrava contenere un cadavere» rifletto a voce alta.
«Sì. Mi spiace che non sia niente di più cupo» mi prende in giro.
«Be’, meglio che tu non sia un serial killer» affermo con espressione incredibilmente seria, vista l’affermazione ridicola.
«Vero? Va bene i vicini difficili, ma sarebbe stato un po’ troppo…».
Mi rimetto in piedi ed esco dalla sua cantina. «Visto che abbiamo chiarito questo piccolo misunderstanding, io ora me ne andrei…». Mi sono resa ridicola a sufficienza, per questa settimana. «Però, è stato interessante conoscerti».
«Allora al prossimo finto-cadavere» mi saluta, porgendomi di nuovo la mano.
«Molto divertente». Ma stringo il suo palmo, non sapendo bene cos’altro fare. Questa volta la sensazione di piacere e di calore mi avvolge del tutto, facendomi di certo arrossire.
Rimaniamo a fissarci in silenzio per qualche attimo di troppo; c’è un che di interrogativo e vagamente sorpreso nei suoi occhi.
«Vado! Ciao, Giorgio!». E poi scappo correndo sulle scale, verso la luce.
«Oh, guarda!». Asia richiama la mia attenzione mentre passa davanti alla finestra, qualche giorno dopo la mia terribile figuraccia.
«Non guardo più niente…» borbotto, non mostrando alcuna intenzione di alzarmi da divano.
La mia amica scoppia a ridere. Le ho raccontato con minuzia di dettagli tutto quello che è accaduto durante l’incontro in cantina con il vicino, che no, non era un serial killer, ma forse avrei preferito che lo fosse, perché da allora il suo volto continua a comparire nella mia testa nei momenti meno opportuni. «Lo capisco, ma devi venire comunque. Giorgio ti sta facendo dei segni…».
Il mio scatto felino è istantaneo e francamente imbarazzante. «Dove?». Ah, l’amor proprio, questo sconosciuto.
«Lì, guarda!».
E in effetti, ecco Giorgio affacciato alla finestra che tiene in mano un cartello: “Lo prendi un drink con un killer di manichini?”, leggo scoppiando a ridere. “Cielo, è attraente e sa pure scherzare…» mi sfugge di bocca.
«Ah, ora è attraente…» constata Asia. Ha cercato di farmelo ammettere in questi giorni, ma ho sempre evitato di farlo, perché mi sembrava del tutto inutile.
Anzi, persino un trattino masochista.
«Cosa vuoi che ti dica… sono una donna debole…».
«Allora digli di sì!», mi suggerisce. «Tieni». Mi passa un foglio bianco e un pennarello.
Ci scrivo sopra: “Sì, dove?” e lo giro verso di lui. Giorgio mi fa segno di aspettare un attimo. Quando ritorna, tiene in mano un altro foglio con scritto: “Qui da me, terzo piano della scala A”.
«Questa cosa fa molto Love Actually» osserva la mia amica. «Ricordi quella scena?».
«No. C’era un serial killer?», m’interesso mentre annuisco a Giorgio, sollevando anche il pollice per conferma.
«No, niente serial killer» le tocca confermarmi.
«Allora meglio questa storia» affermo tra le risate. E poi scappo a prepararmi, perché in effetti un drink non era il finale che avevo in mente, quando ho iniziato a preoccuparmi che Giorgio tenesse nascosto un cadavere in cantina. Non che questo sia un finale, mi correggo. Questo ha tutta l’impressione di essere un inizio.
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