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Rebeldes, l’amore brucia

Samanta Polidori è scomparsa la sera del 25 aprile. Sua cugina Lavinia è convinta che sia solo un colpo di teatro. Poi arriva il telegiornale, poi le scale buie del Blocco Z, poi Simone Battaglia. E la certezza di Lavinia comincia a sgretolarsi

Strada di Roma illuminata da insegne neon di notte dopo la pioggia
life of nacchi / Pexels

Puntata 1

Lavinia. 28 aprile. Tre giorni dopo la scomparsa.

La pioggia frusta i vetri della finestra del soggiorno di casa, implacabile, e neanche con il rumore bianco riprodotto dalle cuffiette riesco a ignorarla.

Sto cercando di studiare ma, tra la vibrazione delle notifiche nella chat di gruppo e il cielo che sembra volersi spaccare in due e inondarci tutti, faccio davvero fatica. Il secondo quadrimestre sta per finire, e i professori sembrano essersene accorti di colpo: tra compiti e interrogazioni sto annaspando, ma se voglio mantenere invariata la mia media del nove, devo impegnarmi al massimo. È l’unica possibilità che ho per ottenere una borsa di studio dopo la maturità, l’anno prossimo, e andarmene da questo posto. Non mi importa quanto dovrò lavorare sodo.

Peccato che domani la prof di latino interroghi e io non riesca a ricordare neanche due righe consecutive della traduzione di questa maledetta versione.

Mia madre, poi, non mi agevola per niente.

La sento camminare avanti e indietro in camera sua, parla al telefono, sospira. Afferro qualche parola sparsa. So di cosa sta parlando. E so che non è colpa del temporale, né dei messaggi che continuo a ricevere se sono distratta. Io di solito sono una spada in latino. Oggi sembro regredita alla declinazione di dominus, puer e templum senza capirci un bel niente.

«Stai calma, Caterina, la polizia la sta cercando. Ti ho già detto che ho controllato gli accessi al pronto soccorso degli ospedali di tutta Roma e provincia e lei non c’è» bisbiglia. Prova a essere rassicurante, ma riconosco comunque il panico che le attraversa la voce.

Sbuffo. Se la sta prendendo troppo e non si rende conto che quella stronza di mia zia si è rifatta viva dopo anni di totale disinteresse, eccetto sporadici messaggi di auguri per le feste comandate, solo perché ha bisogno di qualcuno che l’ascolti e la consoli. E mia madre è troppo buona per rifiutarsi di farlo, anche se, quando eravamo noi, quelle ad avere bisogno di una mano, lei ci ha voltato le spalle e ha chiuso le porte della sua villa sull’Aventino a doppia mandata. Ma da quando mia cugina è sparita, tre giorni fa, la sera del 25 aprile, tutti sono nel panico e sembrano aver seppellito i rancori passati.

Nel frattempo il suo viso sarà stato ovunque e il suo account TikTok avrà macinato qualche decina di migliaia di follower

Io, però, non ci credo. Sono certa che questa scomparsa sia solo uno dei mille colpi di scena da attrice navigata di Samanta. E non è un modo di dire, dato che ha già posato per le campagne pubblicitarie di diversi brand e la sua agenzia sta spingendo per farla entrare a lavorare in televisione.

Oggi o domani, se ne uscirà fuori all’improvviso, beandosi dell’effetto sorpresa e ricordando a tutti quanto sia meravigliosa. E nel frattempo il suo viso sarà stato ovunque e il suo account TikTok avrà macinato qualche altra decina di migliaia di follower.

«Ma certo che la troveremo… Cate, lo sai che non ti ho mai lasciata sola».

Serro le labbra, trattenendo a stento un moto di irritazione, e sblocco il cellulare. Meglio i messaggi di Carlotta, Giada e Amir rispetto a questa farsa di basso livello di due sorelle che si fingono ancora tali, dopo che la maggiore si è sposata con un imprenditore edile ricco come Paperon de’ Paperoni e ha tagliato di netto ogni legame con la famiglia della minore.

Samanta porta perfino il cognome del padrino, Polidori, ben più chic del precedente. Qualche mese dopo il matrimonio, lui l’ha riconosciuta come figlia adottiva e tanti saluti alla sua vita di prima. E a me.

Dove sei, Samanta

Mi basta leggere gli ultimi messaggi nella chat di gruppo, però, per capire che anche i miei amici stanno parlando di Samanta e della sua scomparsa.

Carlotta: “Raga, ho sentito Ginevra, oggi, nel bagno, stavo chiusa dentro e lei non deve essersene accorta. Non hanno idea di dove sia. Né lei, né Barbara. Cioè, sono proprio fuori di testa dal panico che le sia successo qualcosa. Se n’è andata dalla festa l’altra sera e poi è sparita”.

Amir: “Potrebbero andare a chiedere a quella faccia di cazzo di Raul”.

Carlotta: “Ci ha già pensato la polizia. Stamattina sono venuti a scuola a cercarlo, me l’ha detto Danilo”.

Giada: “Raul è un pezzo di merda, figurati se dice qualcosa”.

Carlotta: “Perché dai per scontato che sappia qualcosa?”.

Giada: “Perché lui e quella faccia di culo del suo amico Riccardo sanno sempre qualcosa… E poi un sacco di gente ha visto Samanta litigare con Raul, una settimana fa”.

Amir: “Se lo hanno interrogato e sono passati oltre allora sarà perché ha un alibi…”.

Carlotta: “Un alibi per cosa?! Magari è solo sparita per stare per i fatti suoi. Voi due guardate troppe serie true crime”.

Amir: “E tu ne guardi troppe poche se sei così ingenua. Ascoltati un paio di puntate di Delitti Invisibili, poi cambi idea”.

Carlotta: “A proposito, sorellina, abbassa la tv, che la sento dalla mia stanza”.

Giada sta scrivendo, ma poi si blocca.

Carlotta: “Ti ho detto di abbassare, non di sparare il volume a palla!!!”.

Giada: “Zitta! Raga, accendete la tv, mettete subito il tg. SUBITO”.

Ridacchio, a metà tra il divertito e l’esasperato.

Io e le gemelle Rizzo siamo amiche dalla prima superiore. Ho legato subito con Carlotta, nonostante sia la più sfuggente e complicata delle due, e poi con Giada, idealista, controcorrente e diretta. Intorno a dicembre di quel primo anno di liceo, poi, è arrivato Amir, che si era appena trasferito a Roma da Bologna con la famiglia, approdata in Italia quando lui aveva solo due anni.

È un nerd fanatico dell’informatica, passa le nottate online a giocare a Fortnite con Danilo, compagno di classe di Totta, e poi a scuola sopravvive copiando in giro e alzando la media con le sue spiccate abilità in matematica, fisica e chimica. È una fortuna per lui che i suoi professori l’abbiano spinto a frequentare lo scientifico. Ma lo è anche per me: Amir e le gemelle sono gli unici amici che ho.

Non posso definirmi una persona particolarmente socievole. Samanta direbbe che faccio concorrenza alle macchie di umidità dei corridoi del Tasso, per la mia ottima capacità di mimetizzarmi e scomparire tra la massa, ma loro tre sono l’eccezione.

Serro le labbra, trattenendo a stento l’irritazione, e sblocco il cellulare. Meglio i messaggi rispetto a questa farsa di basso livello

Solo che, quando si crogiolano nei pettegolezzi, non mi rendono facile la missione di sopportarli e non eclissarmi in camera mia silenziando ogni forma di notifica elettronica per tutto il prossimo secolo. Senza contare che stanno parlando di mia cugina, non di un’estranea.

Carlotta: “Lavi, lo vediamo che visualizzi e non ci calcoli”.

Giada: “Sì, Lavinia, piantala di ignorarci”.

Beccata.

Sospiro.

Digito e poi cancello, incerta su cosa scrivere. “Piantatela di complottare” suonerebbe benissimo.

Carlotta: “Già, Cristo, ti ho detto di abbassare! Sto cercando di finire questa merda di esercizio con gli integrali e mi sta fumando il cervello. Sento le battute di Mike Wheeler anche da qui!”.

Giada sta scrivendo, ma poi si blocca.

Carlotta: “Ti ho detto di abbassare, non di sparare il volume a palla!!!”.

Giada: “Zitta! Raga, accendete la tv, mettete subito il tg. SUBITO”.

Il volto di Samanta sul telegiornale

Nessuno risponde. Mi alzo dal tavolo, ma non faccio in tempo a fare un passo che mia madre irrompe nella stanza, mentre un tuono violento squarcia il cielo serale. Ha il viso pallido, le mani che tremano mentre cerca il telecomando sepolto nelle pieghe del copridivano.

«Mamma, che hai?».

Nessuna risposta.

«Ma’, allora?».

«Zitta, Lavinia».

Il suo tono perentorio mi ghiaccia.

Trova il telecomando, accende, cambia un paio di canali e si blocca sui titoli di testa del tg nazionale. La giornalista in studio la conosco, è una di quelle storiche, che raccontano la cronaca da ben prima che io nascessi: terremoti, attentati, omicidi. Accanto al suo mezzo busto c’è un riquadro che mostra la foto di mia cugina. Lunghi capelli lisci e biondi, occhioni azzurri ornati da ciglia nere di rimmel.

«È questo il volto della giovane Samanta Polidori, la diciassettenne che ormai dalla sera del 25 aprile ha gettato nell’apprensione e poi nello sgomento la sua famiglia e i suoi amici. Allieva del quarto anno del liceo Torquato Tasso, istituto nel cuore della capitale romana, la ragazza è rientrata a casa dopo una festa di compleanno, per poi uscire nuovamente senza dire niente a nessuno, fino a far perdere le sue tracce. Gli inquirenti stanno vagliando tutte le piste possibili per ritrovarla e riportarla dalla madre e dal padre adottivo, che non si danno pace. Il cellulare della ragazza risulta inattivo. Sono stati interrogati sia il fidanzato sia i compagni di classe, alla ricerca di indizi che possano aiutare a ritrovarla. Chiunque l’avesse vista è pregato di comunicarlo subito alle autorità competenti».

Accanto al suo mezzo busto c’è la foto di mia cugina. Lunghi capelli biondi, occhioni azzurri ornati da ciglia nere e rimmel

Mentre la giornalista conclude l’annuncio, spostando dei fogli e dichiarando: «Passiamo adesso alla politica estera», mia madre singhiozza e si volta verso di me, bianca come uno straccio.

«Sul serio tu e i tuoi amici non avete sentito niente, Lavi?».

Di colpo, la sua preoccupazione smette di infastidirmi. Anzi, trova un varco e inizia a serpeggiare dentro di me. Sono ancora sicura che sia tutto un ingegnoso colpo di teatro di mia cugina… ma se non lo fosse?

La Samanta che conosco io a questo punto, in effetti, spunterebbe fuori per godersi le luci della ribalta, romanzando qualche storia che attiri ancora di più l’attenzione su di lei. Eppure, se neanche Raul e le sue amiche sanno dove sia…

«Tornerà a casa, mamma, dài». Tento di calmarla, ma la mia voce esce incerta e non convince nemmeno me.

«Lo spero davvero. Dio, non ci voglio nemmeno pensare…» scuote la testa. «Se fossi tu quella scomparsa potrei morire».

Si infila una giacca leggera, afferra le chiavi della sua vecchia Twingo e imbocca la porta.

«Esci a quest’ora?».

«Vado da zia Caterina. Non riesce a mangiare niente. Sta così male che vomita tutto, le faccio un’iniezione di antiemetico».

«Ma non ha la donna di servizio che può andare in farmacia?».

Mia madre mi rivolge uno sguardo così deluso che mi sento quasi in colpa.

Fuori un altro tuono dilania il cielo. Piove molto e saperla in auto, da sola, fino all’Aventino, mi fa salire il panico e maledire le scenate di mia zia.

«Non voglio stare da sola a casa. Posso andare da Amir?».

Mia madre mi guarda combattuta, ferma sulla soglia. Si infila in tasca un pacchetto stropicciato di MS.

«Hai finito di studiare?».

«Sì, ovvio» mento con prontezza. Domani la Crescenzi mi segherà di sicuro, se mi becca.

«Fila dritta a casa sua e appena arrivi scrivimi» cede alla fine. «Ti passo a riprendere io con la macchina, appena rientro a casa. Prendi l’ombrello grande, fuori diluvia…». Guarda la finestra che riflette il nostro soggiorno. «Ah, Lavi, grazie».

«Per cosa?».

Si sofferma prima su di me, poi sull’appartamento che ho tirato a lucido per due ore oggi pomeriggio, appena rientrata da scuola, e indica con un cenno del capo lo sportello del frigorifero che ronza piano e che ieri era vuoto e ora non lo è più.

«Certe volte mi chiedo chi delle due sia la madre» borbotta con una sincerità che mi spiazza.

Mi arrotolo una ciocca di capelli sulla punta delle dita, ma poi la mollo subito, ricordandomi che detesta quando li maltratto fino a strapparmeli.

«Di nulla. Non correre in macchina, okay?».

Annuisce ed esce.

Noi, i ragazzi dello Z

Resto sola in questa casa malandata, con la muffa sopra la doccia, l’intonaco che si sfoglia dalle pareti come pelle morta, e una pila alta di bollette da pagare abbandonate nella fruttiera. Mi stringo nella felpa e fisso il libro di latino, frastornata da tutto quello che sta succedendo. Dio, vorrei solo andarmene da qui. È l’unica cosa che conta per me, l’unica ragione per cui mi affanno così tanto a scuola, e anche il motivo per cui mi sento in colpa da morire all’idea di non riuscire a imparare a memoria questa versione.

Se solo fossi in grado di non pensare al resto, adesso…

Resto sola in questa casa malandata, con la muffa sopra la doccia, l’intonaco che si sfoglia dalle pareti come pelle morta

Ma dove sei, Samanta?

La pagina è ancora aperta sul Carme 101 di Catullo. Le ultime frasi che ho analizzato sembrano un cupo presagio: “ATQUE IN PERPETUUM, FRATER, AVE ATQUE VALE”. “E per sempre, fratello, addio e sii in pace”.

La quarta scala del Blocco Z annega nel silenzio. Le lampadine al neon che la percorrono da cima a fondo, lungo i sei piani, sfarfallano. Una si è fulminata e nessuno si è dato pena di sostituirla. Il buio si alterna alla luce gialla, lasciando nell’oscurità i gradini che sembrano condurmi nel niente più assoluto. Mi tiro il cappuccio sulla testa e scendo di corsa, smaniosa di arrivare in fretta da Amir, che vive solo a due isolati da qui.

Il nostro non è un bel quartiere per una ragazza sola di notte. E il Blocco Z, quello dove io e la mamma abitiamo ormai da otto anni, è la zona peggiore di tutte. Terra di spaccio, prostituzione, degrado. Siringhe usate e preservativi gettati negli androni dei palazzi senza vergogna. Ho perso il conto di quante buste di polvere bianca o pasticche passate di mano in mano io abbia visto, delle volte in cui ho sentito puzza di piscio nei ballatoi che collegano le palazzine l’una all’altra, unendole in un unico blocco, lo Z. Il capolinea.

Nessuno usa il nome ufficiale del quartiere. Su uno dei muri più vecchi delle case popolari c’è una scritta che risale a quando lo Z era ancora in costruzione, così come tutta questa palude di periferia. Le case erano nuove e già puzzavano di povertà e di occupazioni abusive. Nessuno la cancella, quella scritta. Ogni volta che inizia a scolorirsi, qualcuno ci ripassa sopra il colore e la ribadisce, come una rivendicazione di ciò che siamo: poveri stronzi che in questo schifo ci vivono e ci moriranno.

NOI, I RAGAZZI DELLO Z.

Forse è da allora che hanno preso a chiamarlo così. E dopo aver letto Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, posso confermare che questo posto non deve essere poi molto diverso da Gropiusstadt e da tutta quella periferia delle metropoli che alla fine diventa solo una discarica umana per gli ultimi e i reietti. Mi piace quel libro. È uno dei motivi per i quali ho deciso che voglio diventare anche io qualcuno che con la sua scrittura fa la differenza.

Questa me la paghi, sfigata

Scendo i gradini, spedita, fagocitata dai miei pensieri, e nemmeno mi rendo conto che qualcuno sta salendo nella direzione opposta. Succede di colpo. Una collisione, e il mio petto si scontra con quello di un altro corpo, più massiccio, alto e solido del mio. Impreco. Una bretella dello zaino mi scivola sulla spalla. Mentre cerco di aggrapparmi al corrimano per non cadere, sento chiaramente il rumore di una lattina che rotola giù dalle scale, il liquido gassato che contiene sfrigola, riversandosi per terra.

Siamo nella zona cieca lasciata da un’altra lampadina agonizzante che non illumina più niente. È buio e il cuore mi schizza in gola.

«Ma che cazzo» sbotta una voce maschile. «Cristo, Benedetti, guarda dove te ne vai!».

Riconosco quel tono già dalla prima sillaba. Alzo il mento, per niente felice di trovarmi davanti lui, di sera, da sola, dopo essergli finita addosso.

«Non ti ho visto».

«Me ne sono accorto, sfigata».

Si passa le mani sulla felpa su cui si allargano alcune macchie umide e realizzo che la lattina che ho sentito rotolare giù dalle scale doveva averla in mano e che parte del liquido gli è finito sul petto.

Cazzo.

Con tutto quello che sta succedendo, un incontro ravvicinato con Simone Battaglia non me lo meritavo davvero.

«Quella Tennent’s era intera», ringhia, guardandomi. La sua espressione diventa ancora più dura, gli occhi azzurro ghiaccio lanciano lampi di rabbia, mentre indica la lattina rotolata in fondo alla rampa. «Appena comprata. Mi sono fatto una cazzo di doccia sotto ‘sto diluvio per scendere da Duccio a prenderla». Allude al proprietario del bar Roxy, il più squallido della zona, oltre che uno dei pochi che riescono ancora a stare aperti.

Simone si abbassa il cappuccio e scopre la testa rasata che lo rende ancora più minaccioso. Un ghigno perfido gli increspa un angolo della bocca. La stoffa della manica si solleva abbastanza da scoprire l’avambraccio tatuato e la bocca spalancata di un serpente che gli avvolge il polso. Del ragazzino che conoscevo non è rimasto niente, solo l’odio che non nasconde mai quando mi incontra.

«E adesso come faccio, eh, Benedetti?».

Il mio stomaco si attorciglia. Da cinque anni a questa parte, ogni volta che me lo ritrovo davanti è una reazione istintiva: lui è un bastardo, io la sua vittima prediletta.

«Sopravviverai anche senza. Devo andare» provo a tagliare corto.

Samanta è scomparsa, mia madre è preoccupata e io voglio solo rifugiarmi a casa del mio migliore amico e cercare di scrollarmi di dosso questo senso di angoscia che mi attanaglia. Simone però, con la sua faccia da prepotente, mi guarda come se avesse appena trovato un topino da torturare per divertirsi un po’ e sfogare i suoi malumori.

«Che cazzo hai detto, Benedetti? Non penso di aver capito bene».

«Niente» farfuglio. «Ho solo detto che devo andare… Ho un appuntamento».

Sento il cuore accelerare e la gola stringersi, di passo con la rabbia che gli deforma sempre più il viso.

Da cinque anni, ogni volta che me lo ritrovo davanti, è una reazione istintiva: lui è un bastardo, io la sua vittima prediletta

«Oh, ti sto facendo fare tardi, sfigata? Mi dispiace davvero. Chi è che ti aspetta? Qualche amico del club del libro? Dovete bere tisane e studiare per prendere dieci alla prossima interrogazione?» mi schernisce. «Peccato che tu ti sia schiantata su di me, Benedetti. Hai rovesciato la mia birra e non mi pare di aver sentito neanche delle misere scuse. Nemmeno mezza».

Uno sbuffo esasperato mi sfugge dalle labbra. So quanto può essere pericoloso quando qualcuno lo fa incazzare e, in una situazione normale, il pensiero di essere stata io a istigarlo mi farebbe tremare. Ma stasera sono agitata e preoccupata, e sono stanca delle sue cattiverie ogni volta che ho il dispiacere di incrociarlo. Sono stanca di vederlo spadroneggiare a scuola, nei corridoi del liceo che si ostina a frequentare solo perché quella santa di sua madre ce lo manda a forza, pur avendo già collezionato un’infinità di debiti in varie materie. Sono stanca dei suoi giochetti sadici da bullo. Cerco di stargli lontana il più possibile, ma è difficile quando si vive nello stesso posto e si frequenta la stessa scuola.

«Ti ho detto che non ti ho visto. Non l’ho fatto di proposito…» mi obbligo a rispondergli, cercando di non mostrargli quanto mi senta a disagio. Simone, però, è come un animale che sa annusare la paura.

Sale di un gradino, mi costringe ad arretrare, finché non mi appiattisco contro il muro. La luce del neon gli bagna gli zigomi, rendendo il suo volto più spigoloso.

«Non me ne frega un cazzo se non lo hai fatto di proposito. Voglio che ti scusi. Devi dire: “Scusa, Simone”».

Ingoio una lunga serie di insulti, deglutisco un fiotto di saliva amara e mi obbligo ad accontentarlo.

«Scusa, Simone».

Lui sogghigna, appare già più soddisfatto. Io vorrei solo sputargli in faccia. Si scosta di qualche centimetro e mi sembra di respirare meglio, al punto che senza quasi rendermene conto, aggiungo sarcastica: «Scusa davvero, chiedo umilmente perdono».

Me ne pento nell’esatto istante in cui le parole lasciano la mia stupida bocca.

Il mio disprezzo non gli sfugge affatto. Il suo sorrisetto scompare. Simone allunga la mano e mi afferra il polso, il suo corpo si avvicina di colpo, mi costringe di nuovo contro la parete.

«Cosa hai mangiato a cena, Benedetti? Pane e coraggio? Come cazzo ti permetti di fare la stronza con me?».

Il suo respiro sa di birra, eppure persino lì, in mezzo all’odore di umidità e di piscio, riconosco il profumo del suo bagnoschiuma. E notarlo mi innervosisce. Con uno strattone mi libero della sua presa.

«Non ho cenato, se lo vuoi sapere. Perché, notizia del giorno, Battaglia, mia cugina è scomparsa. Mia madre è preoccupata e sinceramente della tua povera Tennent’s rovesciata non me ne frega un cazzo». Lui mi fissa con la mascella contratta, scocciato per la mia ribellione. «Adesso scusami ancora, ma me ne devo andare».

E senza pensarci neanche un altro mezzo secondo, corro giù dalle scale e me lo lascio alle spalle. Simone non mi segue, si limita a urlarmi dietro: «Questa me la paghi, sfigata».

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