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Nessuno spazio tra di noi

Brooke sta divorziando a 25 anni. L'amica Sabrina la porta a Myrtle Beach per una vacanza. Ma è lì che aveva conosciuto Isaac — e il cuore non si dimentica.

coppia sulla spiaggia
Leo Lorzano/Pexels

Puntata 1

Un disastro di vacanza

Fisso il mio riflesso allo specchio cercando di calmarmi.

Provo a respirare profondamente ma l’odore di disinfettante nel bagno del tribunale mi riempie le narici e mi spezza il fiato.

Sto divorziando.

Mi sento inchiodata all’esatto istante della mia vita in cui ho posato la fede sul tavolo di quella casa che è stata testimone della nostra vita insieme.

Non ho nemmeno ventisei anni e sto già divorziando.

Apro il rubinetto, mi piego in avanti e mi sciacquo il viso con l’acqua gelida. La me nello specchio, quando mi raddrizzo, ha il trucco che cola lungo le guance. Come se non bastassero le lacrime.

La porta alle mie spalle si apre all’improvviso: è Sabrina, la mia più cara amica da quando avevamo diciotto anni e, adesso, la mia avvocata.

Vedo il suo volto preoccupato comparire nello specchio. «Girati, ti aiuto a sistemare questo disastro»

Mi volto e lascio che mi tamponi con un fazzoletto le linee di mascara che scendono fino al mento.

«Non sopporto vederti così. John è un idiota, te l’ho detto appena me l’hai presentato» sbuffa mentre rimuove con calma ogni traccia di trucco.

«Me lo ricordo, Sab. Lo hai fatto davanti a lui.»

Si lecca il pollice, poi me lo passa sotto un occhio. «Ecco fatto. Stai bene?»

Annuisco. «Voglio firmare le carte e andarmene. Ho un sacco di lavoro da sbrigare.»

«Ti serve una pausa, Brooke. Tu…»

«Io niente. Non posso permettermi di restare indietro.»

Sabrina si appoggia al lavabo vicino al mio e mi guarda con un sopracciglio alzato. «Sei la biologa marina più solerte di tutta Tampa. Non resterai indietro. Hai mai preso un giorno di ferie?» Faccio per replicare ma lei mi interrompe. «Te lo dico io: no. Hai passato gli ultimi anni tra quel deficiente e il laboratorio. Un weekend fuori non ucciderà nessuno.»

Avevo sposato John un anno dopo la fine del college. Intelligente, carismatico, sicuro di sé. Ne ero completamente ammaliata. Quando mi chiese di sposarlo, mi gettai tra le sue braccia: lui aveva scelto me.

Peccato che non abbia avuto il tempo di conoscere la sua più grande passione: le donne.

Ho tollerato tanto, questi anni, fin troppo, e ho fatto finta di non accorgermi di niente per non ammettere a me stessa di aver sbagliato.

«Vieni con me a Myrtle Beach» mi propone Sabrina, distogliendomi dai miei pensieri. «Come ai vecchi tempi.»

Il cuore mi si contrae.

«Sab…»

«Su, non farti pregare. So che non è esattamente dietro l’angolo, ma penso che sia il posto giusto per te adesso. Tanto guido io.»

Myrtle Beach.

Ho trascorso lì poche settimane della mia vita, abbastanza per lasciarci il cuore.

È lì che ho conosciuto Isaac.

Poche volte come in quel momento mi sono sentita davvero me stessa.

E ora è me che devo scegliere.

«D’accordo.»

Quando l’auto svolta nel vialetto di casa di Sabrina, le prime luci dell’alba si riflettono sulle increspature dell’oceano.

D’improvviso sono sveglissima.

So perfettamente dov’è casa di Isaac e non riesco a fare a meno di cercarla con lo sguardo tra le altre villette gemelle. È proprio come la ricordavo: la vernice bianca impeccabile, l’albero di fronte alla sua finestra. E, proprio accanto, oltre quei rami, quella che per tre settimane è stata casa mia.

«Vieni, i miei saranno già in piedi.»

Ingoio quello strano magone ed entriamo.

I suoi genitori mi accolgono stringendomi forte, come se mi avessero vista per l’ultima volta solo il giorno prima. Sabrina mi accompagna al piano di sopra e mi mostra la mia stanza, poi raggiunge la sua per riposare un po’. Io però non ho sonno e, appena si allontana, scendo le scale senza far rumore ed esco di casa. L’aria gelida mi investe in pieno viso. Le nuvole scure all’orizzonte raccontano di un’estate ancora lontana e, in quel grigio, la spiaggia sembra quasi triste.

Vorrei camminare lungo la riva per mettere ordine tra i pensieri, ma sento le prime gocce di pioggia colpirmi il viso. Le mie gambe decidono allora di muoversi da sole fino alla casa dall’altra parte della strada. L’unico posto in cui vorrei essere.

Mi fermo nel vialetto con il cuore in gola. È sicuramente disabitata da un po’, ma è identica a quando i miei la presero in affitto quell’estate di otto anni fa. Mi guardo intorno, poi salgo i gradini che conducono al portico.

La porta d’ingresso cigola sui cardini quando la spingo ma non mi inquieta, anzi: quel suono mi pare un saluto familiare.

Dentro i pochi mobili sono coperti di teli e tutto è pieno di polvere. Alcune pareti di legno sono state parzialmente abbattute e la scala che porta al piano di sopra sembra tutt’altro che stabile. La grande vetrata in salotto è velata da aloni di umidità e di sporco, ma l’oceano si vede ancora bene.

Non sembrano passati solo otto anni, ma una vita intera.

Prendo le scale e mi dirigo verso quella che era la mia camera. Appena entro, mi scappa uno starnuto: anche qui la polvere regna sovrana.

Mi avvicino alla finestra e la apro per sbirciare fuori. Chiudo gli occhi e ho di nuovo diciotto anni.

Li spalanco di colpo quando qualcuno si schiarisce la gola alle mie spalle. Mi volto di scatto, la mano premuta sul cuore per lo spavento. I miei occhi incontrano quelli nocciola di un uomo in abiti da lavoro e con un martello infilato nella cintura degli attrezzi.

«E tu che ci fai qui?»

Sbatto le palpebre e lo guardo meglio. Per un attimo, il cuore smette di battere e l’ossigeno lotta per arrivare al cervello.

«Isaac?»

Ha le spalle più larghe di come le ricordavo, la mascella più definita, lo sguardo più adulto. Ma è lui. È decisamente lui.

Otto anni prima

Mi sveglio di soprassalto quando il finestrino contro cui avevo appoggiato la fronte scivola lentamente verso il basso.

Mi sostengo la testa con la mano poi sbuffo, infastidita.

Lancio un’occhiataccia a Emily, seduta accanto a me con quell’aria innocente che non inganna nessuno. È la terza volta, durante questo stupido viaggio, che mi strappa dal sonno.

Le do una spinta sulla spalla e lei inizia a frignare, come al solito, ma ormai anche i nostri genitori conoscono la recita a memoria.

«Emily,» cantilena mamma «lascia in pace tua sorella.»

«Ma mi ha spinta!» protesta lei. «Perché non l’abbiamo lasciata a casa?»

«Già, perché non mi avete lasciata alla mia vita invece di trascinarmi in questa cavolo di vacanza?»

Papà mi ammonisce con un’occhiata dallo specchietto retrovisore.

«Non guardami così, papà: questa è la mia ultima estate prima di diventare adulta» quasi piagnucolo, aggrappandomi al sedile di mia mamma come se fosse la mia ultima speranza. «E voi mi avete portato in questo posto di cui non so nemmeno il nome.»

«Siamo quasi a Myrtle Beach, amore.»

Più di cinque stramaledette ore da Jacksonville.

«Sì, va bene, chissenefrega.»

«Brooke, siamo una famiglia, vogliamo solo passare qualche settimana insieme prima che tu vada a Tampa per il college.»

Sospirando, chiudo gli occhi per un momento: non sono più una bambina, santo dio, ma vorrei mettermi a urlare.

Mi infilo le cuffiette e guardo fuori dal finestrino.

Mio padre imbocca l’uscita e l’asfalto liscio e infinito dell’autostrada pian piano lascia il posto alle stradine interne più irregolari. Il sole che spicca alto nel cielo mi dà quasi fastidio.

Entriamo a Myrtle Beach e raggiungiamo il nostro quartiere che affaccia direttamente sulla spiaggia.

Vorrei trovare qualcosa da ridire anche su questo, ma l’idea di poter vedere ogni giorno l’oceano che lambisce la sabbia mi fa sentire quasi sollevata.

Imbocchiamo un vialetto sabbioso pieno di villette di legno una appiccicata all’altra. Spero proprio che la nostra non sia una di queste qui. Vorrei solo un po’ di privacy: è chiedere molto?

E invece papà rallenta fino a fermarsi di fronte a una di queste case, forse una delle meno recenti, come testimonia la vernice scrostata attorno alle finestre.

Non ci credo.

«Contente, ragazze?» Mamma si sporge verso i nostri sedili, la speranza nello sguardo.

Io ho ancora le cuffiette e posso fingere di non aver sentito. In realtà, ho messo in pausa la musica appena ho visto l’oceano per ascoltare il suono potente delle onde.

Quando tutti scendono dalla macchina non posso che seguirli con aria rassegnata.

Papà spalanca la porta e la luce ci investe. Proviene dalla parete a vetri che dà sull’infinta distesa di sabbia, acqua e cielo.

Mentre gli altri gironzolano meravigliati per la casa, io ne approfitto per salire di sopra e scegliere la camera. Voglio quella che si affaccia sulla spiaggia.

Entro per prima: non è troppo grande, ma è luminosa. Abbandono il mio zainetto sulle coperte e mi guardo attorno.

«Brooke, scendi! C’è qualcuno per te!»

Sospiro e guardo il soffitto. Altro che privacy. «Arrivo!»

Torno di sotto e all’ingresso una ragazza che sembra avere la mia età mi sorride con una teglia tra le mani.

«Mia madre mi manda a portarvi questa.» La solleva un poco. «Lasagna.»

«Oh, che gentile!» Papà circonda le spalle di mamma con un braccio, mentre Emily allunga le mani verso la teglia. La ragazza si china e gliela porge.

«Io sono Emily. Lei invece è mia sorella Brooklyn» dice.

«Solo Brooke» puntualizzo.

«Sabrina, piacere.» Mi sorride così dolcemente che non riesco a non ricambiare. «Brooke, tra poco ci sarà un falò sulla spiaggia. Io e i miei amici lo facciamo tutte le sere. Ti va di venire?»

In realtà non ne ho voglia, ma ho ancora meno voglia di restare intrappolata in questa casa con i miei.

«Perché no.»

«Posso venire anch’io?»

Alla voce supplichevole di mia sorella lancio a Sabrina un’occhiata disperata. «Ti prego, portami via da qui.»

Lei ride e mi afferra una mano trascinandomi fuori con sé. «Arrivederci, signori Ashford!»

Con la coda dell’occhio vedo Emily sbattere un piede a terra. «Perché lei può sempre fare tutto e io…»

Le sue lagne si stroncano di netto quando la porta si chiude alle nostre spalle.

Scendiamo i gradini di corsa e ci dirigiamo verso la spiaggia sotto il cielo che diventa indaco. In lontananza, lungo la riva, riesco a vedere una serie di piccoli fuochi.

Sabrina segue la direzione del mio sguardo e accenna un sorriso. «Il nostro falò è il primo.» Si toglie le scarpe e le nasconde in un cespuglio. Mi chino e lo faccio anche io.

«Allora, vacanza di famiglia?»

«I miei sono convinti che abbiamo bisogno di stare insieme prima che parta per il college. Tu?»

«Nata e cresciuta qui. A che college andrai?»

«University of Tampa.»

«Ma dai, anche io! Giurisprudenza. Tu che corsi seguirai?»

«Devo ancora decidere…»

Sabrina si china verso l’acqua allungando una mano. «Guarda, una stella marina.»

Fa per tirarla fuori, ma io la fermo in tempo. Lei mi studia dubbiosa.

«I corpi delle stelle marine sono attraversati da canali che si riempiono d’aria, se vengono tolte dall’acqua senza che si siano preparate al processo» spiego. «Morirebbero per embolia.»

Lei mi guarda senza dire nulla.

«So che è strano… ma ti prego lasciala in acqua.»

«Non è strano.» Sollevo lo sguardo e mi imbatto nel suo sorriso rassicurante. «Forse dovresti dedicarti alla biologia marina.»

«Forse, vedremo» taglio corto. Ormai siamo così vicine ai falò che inizio a intravedere i volti delle persone. «Quelli sono i tuoi amici?»

«Andiamo, te li presento.»

Mi afferra di nuovo la mano e mi tira verso una cassa appoggiata su un telo, gente che balla intorno al fuoco e alcune tavole da surf piantante nella sabbia.

«Sab!» Un tipo dai capelli lunghi la solleva da terra e la fa piroettare tra le braccia. La rimette giù e fa scivolare gli occhi su di me. «E lei chi è?»

«Brooke, la mia nuova vicina di casa.»

«Solo per tre settimane» specifico.

«Vuoi da bere, Brooke?» mi chiede il tipo, armeggiando con ghiaccio e bibite.

«Fatti più in là, Zac.» Un altro ragazzo, appena più basso, lo spintona, gli ruba la lattina e me la porge con un sorriso da spot di dentifricio. «Ecco a te, io sono Danny.»

«Non cominciate, voi due» interviene Sabrina.

Zac e Danny la guardano con aria offesissima. «Volevamo solo essere gentili.»

«Perfetto. Che ne dite di andare a fare i gentili con qualcun’altra?» Sabrina mi fa l’occhiolino. «Vieni, Brooke. Ti presento gli altri.»

Alla fine della serata, sono un filo meno turbata da questa vacanza forzata. Gli amici di Sabrina non sono affatto male. Non dico di essere contenta di trovarmi qui, ma almeno mi posso godere la compagnia. E poi ho la sensazione di aver trovato un’amica.

«Qualcuno ha visto Isaac?» Zac stappa la sua terza birra.

«È ancora in acqua,» Sabrina indica con lo sguardo l’oceano ormai inghiottito dal buio «non si dà pace.»

«Non è lui a non darsi pace» borbotta l’amico.

Sab scuote la testa. «Infatti dovrebbe mandare al diavolo quello stronzo del signor C.»

Rimango in silenzio, cercando di capire.

«Isaac ha perso la Carolina Cup per due anni di seguito» mi spiega Danny, notando la mia confusione. «E il signor Carrol non l’ha presa bene.»

«Ha vinto l’argento, che non è esattamente perdere» puntualizza Zac. «E se continua così, a settembre l’oro sarà suo.»

Mentre Zac mi spiega in cosa consiste la competizione, Danny si alza e raggiunge la riva. Si porta le mani a coppa intorno alla bocca e urla il nome dell’amico, cercando di scorgerlo a largo.

Cerco di individuarlo anch’io ma non si vede niente, laggiù, nella distesa nera dell’oceano.

Poi lo noto. Una sagoma scura che si volta verso di noi.

La luna lo illumina come un faro tenue mentre si sdraia sulla tavola e comincia a remare in attesa dell’onda giusta. Si alza con un movimento naturale, preciso, come se ci fossero solo lui e l’oceano. E, per un momento, anche io mi dimentico di tutto il resto.

Quando l’onda si esaurisce, Isaac si lascia cadere nella schiuma bianca e frizzante. Per un po’ lo perdo, di nuovo inghiottito del buio. Dopo lo vedo riemergere tra le increspature e raggiungere la riva con la tavola sottobraccio.

Zac lo accoglie con una pacca sulla spalla. «Come è andata?»

Isaac si passa una mano sulla nuca e, aiutandosi con l’altro braccio, tira giù la lampo della muta blu. «Poteva andare meglio.» Sfila prima una manica e poi l’altra, rimanendo a torso nudo.

Alla luce del fuoco, la sua pelle sembra ambrata e i capelli gli incorniciano la mascella e gli gocciolano lungo il collo.

Mi accorgo che lo sto fissando solo quando i suoi occhi, scuri e profondi come l’oceano alle sue spalle, trovano i miei.

Io lo guardo.

Lui ricambia.

Quando accenna un sorriso, mi rendo conto che forse dovrei distogliere lo sguardo. Lo faccio subito e mi accorgo che Sabrina mi osserva divertita.

«Ah, lei è Brooke» mi presenta. «Sta nel nostro quartiere, Isaac. Abita proprio alla fine della via.»

Per qualche ragione, l’idea che la mia casa si trovi vicino alla sua mi agita.

«Solo per tre settimane» ripeto, come se fosse una specifica necessaria. Poi chiudo gli occhi e sospiro piano.

Complimenti, Brooke. Sei un’imbranata.

Mi alzo tenendo gli occhi bassi per evitare di incrociare altri sguardi. «Io mi sa che vado. Si è fatto tardi.»

«Anche per me» risponde Isaac. «Facciamo un pezzo insieme?» Accenna un altro sorriso, e resto imbambolata a fissare la fossetta che gli si forma all’angolo della bocca.

«Se vuoi,» esita divertito «posso restare qualche passo dietro a te.»

«Sì… No, voglio dire… Possiamo fare un pezzo insieme.»

«D’accordo, un attimo…» solleva un dito chiedendomi di aspettare, mentre si toglie la muta rimanendo in costume, s’infila una felpa grigia e raccoglie la tavola. «Ci sono.»

Io sorrido, senza proferire parola, e nascondo le mani nelle tasche degli shorts.

«Ciao, ragazzi» ci saluta Sabrina, con una nota divertita nella voce, poco prima di girarsi verso Zac intimandogli con lo sguardo di tacere.

Mentre camminiamo sulla spiaggia cerco di costringere il mio cervello a formulare qualcosa non dico di intelligente, ma almeno di non imbarazzante. Ma non riesco a concentrarmi su nient’altro che sul rumore delle onde. Quasi dal nulla, mi schiarisco la voce. «Quindi ti piace il surf.»

Isaac sorride e annuisce, come se non avessi appena detto la cosa più banale del mondo. «Diciamo di sì. A te piace, Brooke?»

«Surfare? Non credo riuscirei a sopravvivere.»

Lui ridacchia. «E cosa ti piace?»

«Mi piace l’oceano.»

Lui non risponde subito, così alzo lo sguardo e lo scopro a fissarmi. Non fa assolutamente nulla per nasconderlo quando ci ritroviamo a guardarci negli occhi. «Abbiamo qualcosa in comune.»

Vorrei riuscire a tenere il mio sguardo nel suo, ma ho la sensazione di stare andando a fuoco.

«Alloggi lì?»

La casetta che sta indicando nel buio è solo una sagoma scura, irriconoscibile in mezzo a quelle abitazioni tutte uguali. Ma annuisco comunque. «Credo di sì.»

Raggiungo il cespuglio e recupero le mie scarpe. Anche lui si china per recuperare le sue. Le sue nocche sfiorano le mie e io mi tiro su di scatto. Sembra si stia sforzando per non farmi notare che è divertito dalla mia goffaggine.

«Ci vediamo, allora» mi saluta.

Io annuisco e la mia evidente incapacità di parlare alla fine gli strappa un altro sorriso. Mi costringo a fare un cenno con la mano e scappo dentro casa.

Chiudo la porta e ci resto appoggiata contro. Desidero solo riprendere fiato e poi rifugiarmi in camera mia.

Quando riesco a salire, trovo mia sorella sdraiata sul mio letto, il suo peluche sul comodino e la valigia abbandonata davanti all’armadio.

«Esci subito» le ordino.

«Questa è la mia stanza, esci tu.»

«Sono arrivata prima io. Vattene o ti trascino fuori a forza.» Faccio per avventarmi su di lei, ma Emily è velocissima e si mette in piedi sul letto con un cuscino tra le braccia, pronta a lanciarmelo contro.

«Mamma ha detto che potevo restare qui. Prendi la camera di fronte.»

Desideravo davvero la stanza con la finestra sull’oceano, ma non ho le energie per un’altra discussione. Adesso voglio solo restare sola, combatterò con mia sorella domani. Esco dalla stanza sbattendo la porta con tutte le mie forze.

La camera di fronte è appena più grande, con un letto minuscolo e una finestra spalancata sul buio.

Accendo l’abat-jour sul comodino e mi lascio cadere sul materasso, spargendo granelli di sabbia ovunque.

Non voglio essere qui.

Nel buio oltre la finestra, all’improvviso, si accende una luce e la casa di fronte prende forma. A dividermi dalla stanza con la lampada accesa c’è solo un albero, e riesco a riconoscere perfettamente la sagoma familiare che muove al di là della tenda: è Isaac.

Resto immobile. Lo guardo togliersi la felpa e lanciarsi sul letto con un braccio piegato sopra agli occhi.

Tra me e lui, solo quei pochi rami e qualche metro nel vuoto.

Spengo la luce del comodino nell’istante in cui lui allunga il braccio per spegnere la sua. Forse non ha capito che sono io, ma di certo si è accorto di qualcosa perché sta scrutando proprio nella mia direzione.

Mi lascio scivolare lentamente sul pavimento e rimango a terra per qualche momento. Poi avanzo a carponi verso la finestra e sollevo un braccio per tirare piano la tenda.

A quel punto la porta alle mie spalle si spalanca e la luce si riaccende.

«Brooke, che stai facendo?» chiede mia madre.

Adesso la mia mano a mezz’aria è completamente visibile, in perfetta posa da psicopatica.

Voglio. Morire.

Mi alzo, tiro la tenda con uno strattone e raggiungo mia madre sulla soglia.

«Non si bussa?»

«Volevo assicurarmi che stessi bene» ribatte, spostandomi una ciocca di capelli dietro un orecchio. «Ti sei divertita?»

«Sì, ora però ho sonno. Quindi notte, mamma» le dico praticamente spingendola fuori e chiudendo la porta.

«Notte, tesoro.»

Mi dispiace averla liquidata così, ma ho altro a cui pensare.

Nascondo la faccia dietro alle mani, poi allargo due dita per rivolgere un’occhiata verso la tenda che ondeggia piano. Spengo la luce e torno alla finestra per sbirciare da uno spiraglio.

Isaac è ancora lì.

È seduto sul bordo del letto, gli avanbracci poggiati sulle ginocchia e il viso rivolto nella mia direzione, forse in attesa di vedermi comparire da un momento all’altro. E sta sorridendo.

Questa vacanza sarà un disastro.

Puntata 2

Messaggi in volo

«Mi hai spaventata» esalo, la mano ancora premuta sul cuore.

Mi manca il respiro, ma sono davvero spaventata: non ero preparata a ritrovarmelo davanti e nemmeno all’effetto che ancora mi fa.

«Ti trovo bene, Brooke» dice Isaac guardandomi dritto negli occhi. Si appoggia con la spalla allo stipite della porta e incrocia le braccia. Sta sorridendo ma qualcosa mi suggerisce che non è felice di vedermi.

Vorrei dirgli che anche lui sta bene, veramente bene, ma mi mordo la lingua e incrocio le braccia al petto anche io. «Cosa ci fai qui?»

Isaac solleva un sopracciglio. «Dovrei chiederlo a te. Questa casa è mia.»

«Tua?» Sgrano gli occhi.

«Sì, l’ho comprata e ora la sto ristrutturando.» Tira su il trapano per sottolineare il concetto. «Sabrina non te l’ha detto?»

Io gliele spezzo le ali, a Cupido.

«Credo di aver appena capito perché sono qui» bisbiglio tra me e me, un filo arrabbiata.

«Cosa hai detto?»

«Niente di importante. Scusami, me ne vado subito» dico senza riuscire a reggere il suo sguardo. Mi avvicino e faccio per oltrepassarlo, ma lui mi prende delicatamente un polso.

Il tocco delle sue mani è leggero, eppure mi impone di guardarlo. Sollevo il viso e quasi annego in quegli occhi nocciola.

«La prossima volta, basta che bussi.»

Sento la bocca diventare asciutta. Cerco qualcosa da dire, ma nella testa c’è solo il vuoto, proprio come quando ero un’adolescente impacciata. E infatti mi limito a sorridere e scappo via di corsa.

Sabrina mi intercetta sulle scale quando rientro in casa sua e, non saprei dire se più curiosa o divertita, mi segue nella mia stanza.

«Allora?»

«Tu!» Le punto un dito sul petto.

La vedo trattenere un sorriso. «Hai già incontrato Isaac? Sei tutta rossa.»

«È solo perché ho corso. E perché vorrei urlarti tutto quello che penso, ma mi trattengo.»

«E sentiamo, perché hai corso?» ridacchia.

«Smettila di fare questa cosa» agito una mano. «Non siamo più ragazzine. Basta con i giochi.»

Lei rotea gli occhi. «Guardati, Brooke. Non ti basterebbe una vita per togliertelo dalla testa. E non è detto che sia un gioco. Pensaci, d’accordo?»

Io non replico e lei esce dalla mia stanza. Una volta sola, butto uno sguardo fuori dalla finestra. Non c’è proprio nulla a cui pensare.

Eppure, chiudo gli occhi e sono di nuovo quell’adolescente imbranata.

E mi ritrovo a rivivere ogni cosa. Non ho scordato nulla.

Otto anni prima

«Sveglia!»

Apro gli occhi di scatto e scopro che è giorno. A pochi centimetri dalla mia faccia c’è quella di Sabrina. Che ci fa qui?

«Mi ha fatta entrare tua madre.»

Capirai: la regina della discrezione.

Mi sollevo a sedere e mi strofino gli occhi con una mano. «Buongiorno a te.»

«Allora?» Sabrina si siede sul mio letto e mi studia in attesa.

Aggrotto la fronte. «Allora cosa?»

«Tu e Isaac!» esclama, come se fosse ovvio. «Andiamo, sei diventata rossa.»

«Ma che dici? Non è vero.»

Mi sorride e mi guarda come se avesse capito qualcosa che io ancora non ho afferrato. «Ti piace…»

«È una domanda?»

Mi alzo dal letto e vado verso l’armadio, cercando un pantaloncino da infilarmi, anche se in realtà voglio solo evitare il suo sguardo.

«E tu piaci a lui.»

«Ah sì?» il mio tono è fin troppo disinvolto. Chiaramente falso.

Mi avvicino alla finestra e scosto appena la tenda. Di Isaac nessuna traccia. Il mio petto è teso come se avessi trattenuto il fiato tutta la notte.

«Senza dubbio» chiosa Sabrina, mentre recupera un foglio da un quaderno che ho buttato sul pavimento. Ci scribacchia sopra qualcosa, poi lo piega con gesti rapidi dandogli la forma di un aeroplanino.

«E adesso vediamo se ho ragione.» Si avvicina alla tenda e la spalanca.

«Che fai?»

Ma prima che riesca a fermarla, l’aeroplanino di carta è già in volo. Volteggia un po’ nell’aria del mattino e plana dritto nella finestra di Isaac.

Mi sporgo verso il vuoto. «Sei impazzita?»

Sabrina sorride, una spalla appoggiata al muro. «Sono un eccellente Cupido. Mi ringrazierai.

«Cosa hai scritto?» chiedo, portandomi una mano sulla fronte.

Lei rotea gli occhi. «Solo “ciao”, rilassati.»

«Ma non avete i cellulari a Myrtle Beach?» Torno sul letto. «Dopo la scena della mano fluttuante nel buio di ieri sera, penserà davvero che sono una psicopatica.»

«Ho due domande. Prima: ti interessa cosa pensa?» Io non rispondo, così lei viene accanto a me, con un’aria trasognata. «Seconda: cosa è successo ieri sera?»

«Togliti quell’espressione della faccia, Cupido, e aiutami: devo assolutamente sparire da questa stanza.»

«Ottimo, io devo andare alla gelateria dei miei.» Si alza e mi tende una mano. «Vieni con me?»

Non posso restare qui dentro e non posso nemmeno costringere mia sorella a restituirmi la camera che affaccia sull’oceano: ci manca solo che Isaac risponda ed Emily trovi il biglietto.

Sto davvero sperando che Isaac risponda?

L’avevo detto, io.

Sarà. Un. Disastro.

«Va bene.»

Mi concedo giusto una doccia veloce e, i capelli ancora gocciolanti sulle spalle, mi ritrovo sulla via principale di Myrtle Beach.

Il sole picchia così forte che sento scottare guance e naso dopo pochi minuti di cammino. Il lungomare è affollato di turisti abbronzati, biciclette familiari, invitantissimi food truck. La brezza dell’oceano fa oscillare le foglie delle palme che costeggiano la strada. Passeggiamo sul marciapiede di legno, superiamo una lunga fila di negozi e bar, e arriviamo di fronte all’Italian Ice Cream Society. L’insegna colorata spicca in mezzo alle altre e ti fa venire voglia di entrare.

Prima, però, do un’occhiata all’immensità dell’oceano davanti a me e il mio sguardo viene attratto da una sagoma che si muove tra le onde.

«È Isaac» mi conferma Sabrina, riparandosi gli occhi con una mano per guardare meglio. «E sei di nuovo tutta rossa.»

Il mio cuore accelera di colpo.

«È il sole» mi difendo.

«Certo, il sole. E io sono una persona discreta. Andiamo, ti offro un gelato: hai bisogno di rinfrescarti.»

I genitori di Sabrina sono simpatici e, anche se sono arrivati dall’Italia anni fa, parlano ancora un inglese stentato. Mi invitano a pranzo e, per ricambiare la gentilezza, resto anche il pomeriggio a dare una mano. Quando arriva l’ora di rientrare, lo stomaco mi si stringe.

«Sembra che tu abbia qualcosa incastrato in gola.» Sabrina mi dà una gomitata. «Vieni al falò, dopo cena?»

Per carità, non ci penso nemmeno a ritrovarmi faccia a faccia con Isaac.

«Oggi passo.»

«Cos’è? Non vedi l’ora di tornare a casa per vedere se ha risposto?»

La fulmino con lo sguardo e lei mi saluta divertita, poi si dirige verso casa sua.

Mia madre mi intercetta appena metto un piede dentro casa. «Stasera niente scuse.» Mi afferra per mano e mi trascina in cucina. «Cena di famiglia: papà ha preparato i tacos. È già pronto.»

La seguo in cucina dove sembra sia esploso qualcosa: il lavello è colmo di piatti, la farina ricopre tutto il bancone, e ci sono resti di pomodoro, cipolla e lattuga ovunque.

Sabrina ha ragione: muoio dalla voglia di sapere se Isaac mi ha risposto. Ma ho anche un’ansia tremenda all’idea di scoprirlo. Decido allora di non comportarmi da adolescente capricciosa e di accontentare mia madre.

Dopo cena, accetto persino di vedere un film con loro, anche se la mia testa continua a essere altrove. Quando lo schermo diventa nero e iniziano a scorrere i titoli di coda, non ho più scuse. I miei e mia sorella si sono addormentati sul divano. Così, senza fare rumore, mi avvio verso le scale.

Arrivata davanti alla mia stanza, afferro la maniglia della porta e inspiro a fondo. Mi faccio coraggio e apro. Anche se è buio, i miei occhi trovano subito un aeroplanino di carta abbandonato sul tappeto.

Il cuore mi schizza in gola. Mi precipito a raccoglierlo, lo spiego con mani quasi tremanti e lo illumino con lo schermo del telefono.

I: Ciao.

Mi premo il biglietto al petto e mi azzardo a indirizzare un’occhiata verso la stanza di Isaac. La luce è spenta, ma la finestra è spalancata. Sarà al falò, penso, e senza rifletterci troppo prendo un altro foglio.

B: So che ti sono sembrata una psicopatica

Giuro che di solito non mando aeroplanini di carta.

L’aeroplanino plana preciso nel vuoto che ci separa e atterra nel buio della sua stanza.

Aspetto.

Un secondo. Due. Venti.

Corro in bagno a prepararmi per la notte, e quando torno in camera mi scopro a sperare di trovare un altro biglietto. La sua luce è ancora spenta.

Mi sdraio sul letto e fisso il soffitto, ripensando a quanto può essere sciocco mandarsi dei messaggi volanti, fino a quando le palpebre non diventano pesanti e mi addormento. È notte fonda quando mi sveglio di colpo: qualcosa mi è atterrato sul viso.

Un altro aeroplanino di carta.

Provo a non muovermi troppo, fingendo di non essermi svegliata, perché temo che Isaac sia affacciato alla finestra. Mi nascondo sotto al lenzuolo e illumino il foglio con il telefono.

I: Sicura? Gli incubi sulla tua mano che sbuca dalla finestra mi tengono sveglio. Ps: Gli aeroplanini di carta mi piacciono

Mi sfugge un risolino e sento le guance avvampare. Fortuna che è buio. Mentre cerco di tornare a una temperatura normale, un altro messaggio si poggia sul mio letto.

I: Perché non c’eri al falò?

Quindi lui è lì. Nella sua stanza. Ora.

È gentile da parte sua non accendere la luce, così che scendere dal letto per recuperare un foglio e poi affacciarmi alla finestra sia meno imbarazzante.

B: Avevo un sacco di cose da fare.

I: Tipo guardare nella mia stanza nascosta dietro la tenda?

Prima che io prenda fuoco del tutto, un altro aeroplanino finisce sul mio pavimento.

I: E domani ci sarai?

B: Ci penso. Tu ci sarai?

Non voglio tirarmela, ma davvero non so se riesco a stargli seduta accanto, in spiaggia, guardandolo senza arrossire.

Per un po’ aspetto che arrivi una risposta, ma poi mi addormento. La mattina dopo spalanco gli occhi certa che ci sia un aeroplanino ad aspettarmi, ma mi sbaglio.

Silenzio anche quella sera.

E ancora per il giorno successivo.

Non mi sembra vero che il mio scambio con Isaac sia finito così bruscamente: in fondo, io lo avevo detto che questa storia degli areoplanini era una stupidaggine. Mi viene voglia di affacciarmi alla finestra e chiamarlo, e ogni tanto sto per farlo, ma poi mi convinco che forse è meglio così e lascio stare.

Per i giorni successivi evito le domande di Sabrina, che non si capacita di aver scagliato male le sue frecce, e cerco di distrarmi aiutandola in gelateria. Eppure, quell’indifferenza così esplicita è fastidiosa come un prurito. Non riesco a smettere di pensarci.

Qualche sera dopo, rientro in camera e trovo a terra un aeroplanino.

Il mio cuore inciampa su se stesso.

I: Guardi spesso verso la mia finestra, tu.

B: Questo vuol dire che tu fai lo stesso con la mia?

I: Ogni volta che ho avuto voglia di risponderti e poi non l’ho fatto.

B: E perché non lo hai fatto?

I: Non ti ho vista in giro e credevo volessi essere lasciata in pace… E sono stato praticamente sempre in acqua, in questi giorni.

B: E io pensavo che quello che volesse essere lasciato in pace fossi tu. Andrai al falò, stasera?

I: Sì, Brooke, io ci sarò. Vieni con me?

Potrei sentirmi male per l’agitazione. Vorrei sul serio essere capace di flirtare, almeno un po’, ma non le conosco le regole di questo gioco. Quindi scrivo la cosa più stupida che mi viene in mente per prendere tempo.

B: E se piove?

Che imbranata.

Aspetto qualche minuto ma Isaac non risponde. Allora faccio la sola cosa che so fare: essere me stessa. Prendo un altro foglio e confesso. Piego gli angoli con mani tremanti, sforzandomi con tutta me stessa di ignorare quella vocina insistente che mi suggerisce di strapparlo in tanti minuscoli pezzettini. Quando l’aeroplanino è pronto, mi affaccio alla finestra e lo lancio.

B. La verità è che mi metti in soggezione.

Seguo il mio messaggio volante con lo sguardo: per qualche istante va dritto verso la camera di Isaac, poi l’aria si increspa e il biglietto precipita nella siepe che cresce tutt’intorno a casa sua.

Porca. Miseria.

Mi fiondo giù dalle scale e poi in giardino. Scavalco la staccionata che divide le nostre villette, appena oltre l’albero.

Di solito non ci credo in queste cose ma mi pare chiaramente un segno del destino: devo recuperare quell’aeroplano.

Fuori è buio e i milioni di puntini luminosi che trafiggono il cielo non bastano a farmi vedere dove metto i piedi. Perciò accendo la torcia del telefono e inizio a cercare tra le foglie della siepe, più o meno in direzione della camera di Isaac. Niente. Setaccio tutta la fila di arbusti fino a quella che, pur nella penombra, mi sembra la cucina, ma senza successo: l’aeroplanino è svanito nel nulla.

Poi, all’improvviso, si accende la luce nella stanza di fronte a me.

«Oggi non ti sei allenato.» La voce è quella di un uomo. Ed è severa.

«Ho anche una vita, papà.»

Mi blocco all’istante, spengo la torcia e mi nascondo nella siepe.

«Avrai una vita quando avrai vinto la coppa, Isaac» sbotta l’uomo. «E ricorda le regole: niente bevande zuccherate e niente ragazze. Mi pare evidente che le stai infrangendo entrambe.»

Sgrano gli occhi. Ragazze?

«Non esiste solo il surf, papà, lo sai?»

«Sì, invece, dal momento che ho investito tutto in questo sport. E solo per te.»

«Per me?» quella nota amara nella voce di Isaac suona quasi stonata. «No, papà. Tu lo fai solo per te! Vuoi che vinca? Smettila di starmi col fiato sul collo.»

«Non essere ridicolo. L’hai scelta tu questa vita. E io sto solo cercando di garantirti un futuro.»

«Solo perché la tua vita fa pena, non c’è bisogno che tu distrugga la mia.»

C’è un attimo di silenzio. Tutto il mondo, me compresa, sembra trattenere il respiro. Poi sento il padre di Isaac schiarirsi la gola.

«Tu non sai niente della mia vita, Isaac. Tua madre se n’è andata, è vero, ma ci sono sempre due versioni della stessa storia.» Non c’è né rimpianto né rammarico nella voce del signor Carrol, solo una pungente nota di amarezza.

Qualche istante dopo la luce si spegne e percepisco dei passi allontanarsi. Lascio andare il respiro e sollevo di nuovo il telefono, pronta ad accendere la torcia, ma la mia maglia si incastra nella siepe e, divincolandomi, il telefono mi cade. Sollevo gli occhi, sperando che nessuno si sia accorto di me, ma ad aspettarli trovo quelli di Isaac.

Non reggo lo sguardo nemmeno un secondo. Fuggo via a rifugiarmi nella mia camera.

«Sono un psicopatica» sibilo, maledicendomi mentre chiudo la finestra e tiro la tenda. Per sicurezza spengo anche la luce.

Vorrei solo sparire. Mi levo le scarpe e mi infilo con tutta la testa sotto le lenzuola.

Sento bussare.

«Sto dormendo» brontolo, sperando che chiunque ci sia dietro la mia porta si arrenda. Ma non funziona: dopo un secondo bussano ancora. Tiro fuori la testa dal lenzuolo, seccata. Faccio per andare ad aprire quando sento di nuovo quel suono, ma non proviene dalla porta.

Santo cielo. Viene dalla finestra.

Spalanco occhi e orecchie, incredula. Poi succede ancora: nocche contro il vetro.

Scaccio la coperta, accendo l’abat-jour, mi avvicino alla tenda con passi cauti e la scosto piano.

Isaac è accovacciato sul ramo dell’albero a metà tra le nostre case.

Mi guarda.

Poi indica la finestra e capisco che mi sta chiedendo di aprirgli.

Abbasso la maniglia e vengo subito investita dal profumo dell’oceano, dal profumo di Isaac.

«Ciao» dice.

«Ciao.»

«Ti avrei scritto, ma hai chiuso la finestra…»

Per qualche motivo mi sento in colpa, come se con quel gesto avessi reciso il legame tra di noi. Ma se lui è qui, forse, è per provare a ricrearlo. Non so cosa dire, e neppure lui sembra avere idea di come continuare la conversazione. Dopo un attimo, riapriamo bocca in contemporanea.

«Scusami se ho sentito…»

«Scusami per quello che hai sentito…» Ci interrompiamo entrambi e Isaac mi sorride: «Inizia tu».

«Non ero lì per origliare, lo giuro.» Scuoto la testa. «Crederai che sia pazza, ma ero scesa a cercare…»

«Questo?» Solleva il mio aeroplanino di carta.

«Lo hai letto?»

Si inumidisce le labbra. «Posso entrare?»

Sbatto le palpebre poi mi scosto per lasciargli spazio. Lui si dà una spinta sulle gambe, si aggrappa ai bordi della finestra e s’infila dentro. Ci ritroviamo uno di fronte all’altra, il suo respiro così vicino da solleticarmi la fronte.

«Tocca a me: scusami per quello che hai sentito» sussurra, di nuovo. «Mio padre non è un uomo facile.»

«Ti prego, non ti scusare con me. Tuo padre…»

«Non parliamo di lui» mi interrompe. Non c’è rabbia nella sua voce, ma il tono è perentorio e capisco che il discorso è chiuso.

«Allora parliamo di te.»

Eccola, la fossetta all’angolo della bocca.

«Mi hai mentito quando hai detto che ti piaceva il surf» dico, ricordando la nostra conversazione sulla spiaggia. «Adesso dimmi: cosa ti piace, davvero

Non deve rifletterci molto. Mi guarda, quasi stupito, e dice: «Scrivere».

Entrambe le mie sopracciglia schizzano in alto. «Davvero?»

Lui fa spallucce e non aggiunge altro. Sto per chiedergli se suo padre lo sa, poi mi mordo la lingua.

I suoi occhi nocciola scivolano nei miei, e io mi sento in trappola. Ma non è una brutta sensazione. È rassicurante essere intrappolati negli occhi di Isaac.

«Forse non dovrei dirtelo per non metterti in soggezione, ma…»

Oddio, voglio morire. Ha letto davvero il bigliettino.

Allunga una mano, con calma, come se volesse concedermi tutto il tempo del mondo per tirarmi indietro. Ma non lo faccio. Afferra una ciocca dei miei capelli e se l’arrotola attorno un dito.

«Sei diventata tutta rossa.»

Mi porto le mani al viso per nascondermi. Lo sento ridere piano, poi mi prende i polsi con delicatezza e mi abbassa le mani.

«E sei bellissima. Perché ti vergogni?»

«Perché tu sei qui. E non c’è più…» deglutisco e guardo verso la mia finestra «nessuno spazio tra di noi.»

«Vuoi più spazio?»

Fa per tirarsi indietro, ma io mi aggrappo ai suoi fianchi artigliandogli la maglia, impedendogli di muoversi.

Lo trattengo davanti a me, il mio sguardo al centro del suo petto. Ho il suo respiro sulla fronte, non riesco a sollevare gli occhi.

«Lasciti guardare, Brooke» La sua voce è arrochita da qualcosa che somiglia a desiderio.

Ho i brividi sulle braccia.

Tiro su il viso e cerco i suoi occhi. Lui mi guarda un attimo e poi torna a fissare le mie labbra.

Poi si china su di me e mi bacia.

Senza fretta, quasi con discrezione. Quando infilo le dita tra i suoi capelli osa di più. La sua lingua incontra la mia, e ha il sapore del sale e dell’oceano. Io indietreggio e lui avanza senza staccarci un attimo, la mia schiena incontra la parete e sussulto a contatto con il muro fresco. Lui si ferma un istante ma io lo riavvicino. Mi bacia ancora, poi si scosta appena, restando abbastanza vicino da sfiorare il mio naso con il suo. «Credo stia salendo qualcuno» mormora, strappandomi un altro bacio.

Dovrei preoccuparmi perché è di certo una delle visite di mia madre, ma mi sento come intorpidita.

Isaac mi accarezza la guancia con un pollice.

«Devo andare» dice, poi si allontana. Esce dalla finestra e sparisce nel buio, mentre io rimango incollata alla parete con il fiato corto e il cuore a mille.

Qualche secondo più tardi, mia madre spalanca la porta, ovviamente senza bussare.

Devo avere ancora un’espressione confusa, perché mi guarda preoccupata.

«Brooke?» Mi prende il viso tra le mani e mi osserva con attenzione. «Cos’hanno le tue labbra? Sono gonfie.»

Mi schiarisco la voce. «È appena entrato un ragazzo e mi ha baciata.»

«Spiritosa.» Si avvia alla finestra e la chiude. «Dicono che sta per piovere.»

Mi lascia un bacio sulla fronte ed esce.

Io volo a riaprire la finestra, sperando che Isaac sia ancora sull’albero, ma non c’è. In camera sua la luce è spenta.

Sto per spegnere anche io quando un aeroplanino plana sul mio letto. Lo spiego subito, mordendomi il labbro per trattenere un sorriso.

I: Non chiudere la finestra, domani.

Puntata 3

L'estate sospesa

È il nostro secondo e ultimo giorno qui a Myrtle Beach e mi sono svegliata con un cerchio alla testa. Non ho chiuso occhio tutta la notte, e non solo per il divorzio appena firmato. Nei miei pensieri ci sono Isaac e le due case gemelle dall’altro lato della strada. Non riesco a lasciare andare la stupida sensazione che quell’estate sia sospesa nel tempo: non appartiene al passato e aspetta ancora di vivere un futuro.

Scendo a fare colazione: il cielo è troppo scuro e l’aria troppo fredda per qualsiasi attività che non preveda una coperta e un divano, così io e Sabrina passiamo tutto il giorno a sparaci una puntata dietro l’altra della nostra serie tv coreana del momento. I suoi genitori sono andati in gelateria, anche se in questa stagione non si vede praticamente nessun cliente. Hanno promesso di tornare prima di cena, così possiamo abbracciarli e metterci in viaggio per Tampa.

Per tutto il tempo, cerco di togliermi Isaac dalla testa. Ma sapere che si trova giusto dall’altra parte della strada mi fa stringere lo stomaco e non riesco a concentrarmi su nient’altro.

Sab si è addormentata con la testa sulla mia spalla e mi sbava sulla manica della felpa. Cerco di spostarla sul bracciolo senza svegliarla: guiderà tutta la notte e ha bisogno di riposare. Appena smette di borbottare parole senza senso mi alzo dal divano.

Scosto la tenda della finestra e vedo alcune luci accese nella casa di fronte. È ancora pomeriggio, ma a causa dei nuvoloni neri che ammantano il cielo sembra già sera.

Calzo un paio di vecchie scarpe da ginnastica di Sabrina ed esco di casa senza fare rumore. Attraverso la strada col cappuccio sollevato per ripararmi dal vento e dalla pioggia e, quando sono di fronte alla porta, prendo un bel respiro.

Poi trovo il coraggio di bussare. Aspetto qualche secondo, ma mi pare di non sentire nessuna risposta. L’oceano è in tempesta e quel rumore impetuoso copre qualsiasi altro suono.

Sto per tornare indietro quando una folata fa cigolare piano la vecchia porta sui cardini. Di nuovo quel saluto familiare: sembra quasi che voglia invitarmi a entrare.

«Isaac?» chiamo, facendo qualche passo avanti.

La mia voce rimbomba tra le pareti ma l’ululato del vento e il rumore del trapano la coprono completamente. Seguo il suono lungo le scale, fino a raggiungere quella che era la mia camera da letto.

Isaac è di spalle, inginocchiato a terra, intento a inchiodare un’asse del pavimento che si è sollevata. Indossa un paio di pantaloni corti, a sfidare il freddo, e una felpa grigia.

«Però, che stacanovista» dico, non appena posa il trapano a terra.

Isaac sussulta e si volta di scatto. «Brooke, mi hai spaventato.»

«Siamo pari.» Accenno un sorriso. «In realtà ho bussato.» Con il dito indico il piano di sotto.

Isaac si alza, si pulisce le mani sul dorso e si sgranchisce senza mai smettere di guardarmi. Tra di noi cade un silenzio che mi mette a disagio.

«Ero passata solo per un saluto, ma hai da fare. Me ne vado…»

«Resta. Faccio una pausa.»

«Sei sicuro?»

«Non capita tutti i giorni che una vecchia amica ricompaia all’improvviso.»

Vorrei che la parola amica non mi facesse sentire come un’adolescente appena mollata, ma non posso impedire al mio cuore di contrarsi.

Mi guardo d’istinto i piedi, per evitare che quello che penso traspaia dal mio sguardo, ma poi mi faccio coraggio e torno su di lui.

Quando i miei occhi incontrano i suoi, sono io a leggere ciò che pensa davvero: lì, in quella camera illuminata solo da una lampadina penzolante, con i lampi che esplodono fuori dalla finestra, non può ricordarmi solo come un’amica.

Si schiarisce la voce, come se volesse scacciare un pensiero, e stappa due birre prima di sedersi per terra.

Io ne prendo una, titubante, poi e mi posiziono accanto a lui contro la parete.

«Stai facendo un gran lavoro, qui dentro.»

Lui sorride appena, dissimulando l’imbarazzo per quel complimento. «Non faccio tutto da solo: ogni tanto, quando sono da queste parti, Zac e Danny mi danno una mano. Te li ricordi?»

«Me li ricordo.»

E anche tutto il resto, Isaac.

Ci guardiamo ancora, poi lui aggrotta la fronte e distoglie lo sguardo.

«Come stai?» mi chiede.

«Come una che ha finalmente divorziato.»

Vedo i suoi occhi cadere sul mio anulare: è nudo. Mi pare di scorgere uno dei suoi sorrisi fugaci.

«E tu? Sei diventato un fenomeno del surf, eh? So che hai vinto un sacco di coppe.»

Annuisce. «Quella volta però ho perso.»

So perfettamente a quale volta si riferisce. Lui non può immaginarlo, ma quel settembre di otto anni fa ho seguito tutta la competizione dalla piccola televisione che avevo nella mia stanza al college. Lo conoscevo abbastanza per capire che aveva volutamente rinunciato all’ultima onda, aggiudicandosi di nuovo l’argento. Ed ero certa che lo aveva fatto per ribadire a suo padre che il solo responsabile del proprio destino era lui.

Mi sono domandata spesso quanto quella scelta gli abbia cambiato la vita, se si sia mai pentito di aver perso. A dire il vero, mi sono chiesta anche se si sia mai pentito di altre cose, come di non avermi mai cercata.

Muoio dalla voglia di saperlo in quell’istante, ma scaccio il pensiero e mando giù un sorso.

Anche lui beve un goccio della sua birra. «Ora insegno ai ragazzini. Ma dimmi di te. Sei ancora innamorata dell’oceano?»

Adesso sono io a sorridere. «Da lui non potrei mai divorziare.»

Isaac ride piano, poi tra noi torna di nuovo il silenzio. È denso, profondo, pieno di significato.

«Qualche tempo fa Sabrina mi ha detto di tuo padre» riprendo. La mia voce è ridotta a un sussurro. «Mi dispiace molto.»

Si passa una mano sulla nuca mentre sospira. «Già.»

Non so cosa provi di preciso: rabbia, tristezza, rimpianto. Ma non mi sembra il momento di fare quel genere di domande.

«E il tuo grande romanzo? Alla fine lo hai scritto?»

Sul viso gli appare un’espressione che non conosco, tra l’imbarazzo e il fervore «Ho spedito il manoscritto a diversi editori. Sono in attesa di una risposta.»

Sgrano gli occhi. «Dici sul serio? Isaac, ma è grandioso!»

«Frena l’entusiasmo.» Vorrei davvero farlo, ma quando sorride così è impossibile. «Non è detto che qualcuno mi pubblichi.»

«Lo faranno.» Gli sfioro il ginocchio con il mio. «Come si chiama?»

«L’estate sospesa.»

Dal modo in cui mi guarda capisco che ha mantenuto la promessa. E il cuore nel mio petto minaccia di esplodere.

«Non dirmi altro. Sono sicura che un giorno lo leggerò.»

«È stato mio padre a convincermi, sai.»

«Tuo padre? Glielo hai fatto leggere?»

Annuisce, mordendosi il labbro. «Come ti ho detto una volta, non era un uomo semplice, ma non era poi così male.»

Vorrei trovare qualcosa da dire. Vorrei che tra di noi non ci fossero otto anni di silenzio, che non ci fosse questo vuoto pieno di tutte le cose che sarebbero potute esistere, i non detti che continuano a mescolarsi alle nostre parole, freddi come la pioggia che cade fuori dalla finestra chiusa.

«Perché non mi hai cercato?» mi spiazza, cambiando all’improvviso discorso, e la birra mi va di traverso.

«Non lo hai fatto nemmeno tu.»

«Io non sapevo dove fossi. Ma tu hai sempre saputo dove trovarmi.»

Guardo i suoi occhi nocciola, profondi come il varco che mi si apre nel cuore. E allora capisco. «Tu non l’hai trovato…»

Sembra spaesato. «Cosa?»

Mi alzo in piedi e mi strofino gli occhi. «Ti ho lasciato un biglietto, prima di partire… con il mio numero.»

Scuote la testa. «Non è vero.»

«Sì, invece. Era sulla sedia di legno davanti alla tua scrivania, credevo che…»

Ho trascorso ore, settimane, mesi aspettando un suo messaggio. Ho riempito il cuscino di lacrime credendo che mi avesse dimenticata. E ora scopro che lui stava aspettando me.

«Dio mio, Brooke.» Si alza in piedi e mi raggiunge. «Su quella sedia lasciavo sempre la mia muta. Spesso era bagnata e forse ho rovinato il biglietto. Forse… ho rovinato tutto

Le sue mani raggiungono le mie spalle, come se avesse bisogno di toccarmi per sapere se sono davvero lì.

Mi inumidisco le labbra. «Non…» mi schiarisco la voce, perché saranno passati anche otto anno ma con queste cose sono ancora un disastro. «Non hai rovinato niente, Isaac.»

Spero che capisca cosa voglio dire.

Ma quando scivola con lo sguardo sulle mie labbra, ho per un attimo l’impressione che sia di nuovo tutto come un tempo.

Lui si avvicina e io sto per prendere il coraggio di sollevarmi sulle punte, quando una folata di vento spalanca la finestra. L’aria gelida ci investe in pieno, portando con sé l’odore dell’oceano.

Ci allontaniamo di colpo, e l’imbarazzo di tutti gli anni che ci separano cala di nuovo su di noi.

«Sto partendo» dico piano. Non serve nemmeno che gli spieghi perché quella di noi due così vicini sia una pessima idea.

Isaac annuisce e mi dà le spalle. «Buon viaggio, Brooke.»

Otto anni prima

La valigia ai piedi del letto, piena per metà, mi fa venire voglia di piangere.

Tre settimane sono passate e domani si torna a casa, a Jacksonville. Nemmeno il tempo di disfarla, poi, e dovrò inscatolare la mia intera vita per spedirla a Tampa.

In quale scatola metterò questa estate? L’ultima prima di diventare adulta? L’estate di Isaac?

Un aeroplanino plana nella mia stanza e finisce su una pila di vestiti.

I: Come fai a essere così bella anche in pigiama?

Stringo le labbra per trattenere un sorriso, ma quando alzo lo sguardo e incontro il suo non posso contenere la mia felicità. Lui è seduto sul suo letto e non smette di guardarmi.

Indossa i suoi soliti bermuda e nient’altro. Dev’essere appena tornato dall’allenamento serale, perché ha i capelli umidi che gli gocciolano sulle spalle larghe.

Io indosso il mio pigiama, che in realtà è una maglietta oversize con le paperelle, una di quelle da non far vedere mai a nessun ragazzo. Ma a lui evidentemente piace. «Wow» mima con le labbra, poi si lascia cadere sul letto come svenuto.

Corro a prendere un foglio e scribacchio una risposta. Poi torno alla finestra e Isaac si è di nuovo tirato su, i gomiti poggiati sulle cosce e i capelli tutti spettinati.

Come diavolo farò a lasciare Myrtle Beach?

B: Non sei male nemmeno tu.

I: Ho architettato un piano per non farti partire. Ho deciso di rapirti.

B: Geniale, perché non potrebbero mai sospettare di te: hai delle fossette troppo tenere.

I: Non intendo tenerti nascosta per sempre. Solo il tempo di convincerti a non andare via.

B: Non vedo l’ora di conoscere le tue doti persuasive.

I: Faccio una doccia e vengo da te. Non ti addormentare.

Mi premo il biglietto al petto e annuisco, mentre lui esce dalla sua camera.

Questa è la nostra ultima notte insieme e, lui non lo sa, ma sono io ad avere un piano.

Aspetto che mia madre salga per la sua consueta buonanotte, poi giro la chiave della mia stanza, spengo la luce e mi arrampico sul davanzale. Allungo una mano per afferrare il ramo dell’albero, mentre con l’altra mi reggo all’intelaiatura di legno della finestra, poi prendo un bel respiro e porto un piede sul ramo più in basso. Resto immobile per qualche istante, cercando di calmare il cuore e il respiro, e obbligandomi a non guardare giù.

Mi sento leggera come i nostri aeroplanini che hanno viaggiato in questo stesso tragitto: come se avessi io delle ali di carta che mi stanno portando oltre il davanzale della sua finestra.

Ripeto i movimenti che ho visto compiere ad Isaac ogni sera. E alla fine, con un balzo, mi ritrovo nella sua stanza.

Ha lasciato accesa la luce dell’abat-jour, perciò posso guardarmi intorno senza difficoltà. Dalla mia camera riuscivo a scorgere il letto perennemente disfatto, le tavole da surf che non usa mai appoggiate a una parete, la scrivania disordinata. Ma ora posso leggere i titoli dei libri sparsi qua e là, osservare tutte le foto appese ai muri. Posso finalmente respirare il suo odore e farne scorta.

Quando Isaac torna in camera, mi sorprende chinata su un fascicolo di fogli abbandonati sul letto. Torno dritta di scatto e gli sorrido: so che l’idea di presentarmi lì è folle, ma lui ormai sembra essersi abituato alla mia follia.

«Non ho letto niente, giuro» dico portandomi una mano sul cuore.

Lui si chiude la porta alle spalle e si strofina i capelli con un asciugamano. «Ho cominciato a scriverlo qualche giorno fa. Parla di questa estate.»

«Hai scritto anche… di me?»

Gli sfugge un sorriso. «Ti prometto che un giorno lo saprai.»

«Quindi non posso leggerlo?»

«Certo che puoi, anche se preferirei che tu lo leggessi quando sarà finito.» Devo avere un’espressione davvero buffissima, perché lui mi raggiunge per baciarmi la punta del naso. «Anche perché immagino che tu non sia venuta qui per questo.»

Quando mi sta così vicino, non riesco a respirare.

Mi dà un bacio sulla guancia. Poi sul mento. Poi sulle labbra.

«Allora?» insiste, circondandomi il viso con le sue mani calde.

Ingoio la paura e sollevo gli occhi nei suoi. «Voglio stare con te, stanotte.»

Lui si inumidisce la bocca. «Non chiedo altro.»

Questa volta quando mi bacia diventa più esigente, le sue labbra più calde, le sue mani più sicure sul mio corpo. E io rispondo a ogni suo tocco.

Alle prime luci dell’alba apro un occhio solo e butto uno sguardo oltre la finestra. Fuori il cielo sta già sta schiarendo. Lo richiudo sperando di riuscire a sospendere il tempo.

Il letto di Isaac è comodo, come il suo petto che mi ha fatto da cuscino. Vorrei restare così per sempre ma devo alzarmi.

Scosto piano le lenzuola e recupero i miei vestiti da terra. Lui dorme tranquillo, un braccio sotto la testa e le labbra lievemente dischiuse. So che vorrebbe che lo svegliassi, che lo salutassi come si deve. Ma non riesco nemmeno a pensare di dovergli dire addio. Perciò prendo un foglietto dalla sua scrivania, scrivo sopra il mio numero, poi lo piego in quattro e lo lascio sulla sedia di legno.

La scrivania e il suo comodino sono pieni di roba, non lo noterebbe mai. Scelgo quindi un posto neutro: non voglio lasciarglielo sul cuscino, dove lui si aspetta di trovare me. Sarebbe troppo triste.

Mi appoggio alla parete e lo guardo ancora per un po’, poi prendo un respiro che si spezza a metà e mi arrampico sull’albero. Dopo ieri sera, tornare nella mia stanza non mi sembra così difficile.

Tutt’altra storia, invece, è percorrere le scale con la valigia che sembra pesare di più, forse piena di tutto ciò che quell’estate mi ha lasciato, salire in macchina e cercare di non piangere quando fuori dal finestrino passano le nostre case gemelle.

Sono così concentrata a immaginare il momento in cui Isaac si sveglierà e si renderà conto che me ne sono andata, che non faccio nemmeno caso ai piccoli dispetti di mia sorella. E lei, a un certo punto, sembra capire: mi prende la mano e la tiene stretta.

Mia madre, allarmata dal nostro strano silenzio, si volta verso di noi e guardandomi negli occhi si accorge che qualcosa non va. «Tesoro, stai bene?»

Prima annuisco, poi scuoto la testa. Alla fine cedo alle lacrime.

«Brooke…» Allunga una mano e mi tocca il ginocchio. «Amore, cos’hai? Stai male?»

Non riesco a rispondere, così stringo la sua mano e lascio che mi accarezzi.

I miei occhi, intanto, incontrano quelli di papà attraverso lo specchietto retrovisore: dentro c’è comprensione.

«Brooke,» insiste mamma «parlami.»

«Tesoro, si è solo innamorata» risponde lui al posto mio.

Mia sorella fa un verso disgustato. «Che schifo.»

Tra le lacrime, mi scappa da ridere.

Otto anni dopo

Appena rientro in casa di Sabrina, la trovo seduta a tavola con un caffè tra le mani e un sorrisetto malizioso sulle labbra. «Non dire niente, sei tutta rossa. E pure tutta bagnata»

«Sono andata a fare una passeggiata» mi giustifico.

«Sì, sotto la pioggia e dritta a casa di Isaac.»

«Dove sono i tuoi?» chiedo, provando a cambiare argomento.

Ho il cuore a pezzi. Di nuovo. E non mi va di parlarne.

«Sono tornati in gelateria. Ho detto loro che eri… impegnata. Passiamo al volo a salutarli andando via.»

Io la guardo e lei, divertita, ricambia mentre sorseggia il suo caffè. Mi scruta cercando di capire cosa mi passi per la testa. «Dai, Brooke…» mi incoraggia a parlare.

«Oh, d’accordo» cedo, e mi siedo accanto a lei per raccontarle tutto.

All’inizio sorride con soddisfazione, poi abbassa la tazza e mi guarda sgomenta. «Cioè, tu lo hai lasciato lì?»

«Lui qui ha la sua vita… e la mia è a Tampa. Che altro avrei dovuto fare?»

«Davvero hai bisogno che te lo dica?» Scuote la testa. «Isaac non ha mai smesso di pensarti.»

«Tu lo sapevi?»

«Che avrebbe voluto cercarti? Glielo si leggeva in faccia. Però tu te ne sei andata così, senza dire niente a nessuno, nemmeno a me. Credevo fosse quello che volevi. Perché non mi hai detto del tuo ultimo bigliettino?»

«Se lo avessi detto a te, sarebbe stato come ammettere di essermi innamorata.»

«Ma io lo sapevo già. Io lo so già. Andiamo, Brooke… sono o non sono Cupido?»

Mi mordo il labbro. «Quindi tu dici che dovrei… Ma è una follia e io… Oh, al diavolo. Mi dai altri dieci minuti, Cupido?» dico, guardando verso casa di Isaac. Afferro al volo un foglio e una penna da un tavolino all’ingresso ed esco. Intanto ha smesso di piovere e il vento si è fatto più dolce.

«Sono otto anni che aspetto che succeda, sbrigati!» mi urla dietro.

Mi precipito fuori diretta alla casa che era stata mia. Salgo le scale con il cuore che mi batte velocissimo. Non voglio avere rimpianti.

Quando arrivo nella mia stanza lui però non c’è. Mi guardo intorno, delusa, poi noto la finestra ancora aperta e lo vedo: è nella sua vecchia camera, con la muta infilata fino al busto.

All’improvviso, so esattamente cosa fare. Scrivo il mio numero di telefono sul foglio, lo piego a forma di aeroplanino e sbraccio affinché Isaac mi noti. Quando apre la finestra, la fronte corrugata, lancio il biglietto che lui prende al volo. Lo spiega e all’angolo della bocca gli compare la fossetta.

Isaac si inumidisce le labbra, lo sguardo ancora sul biglietto. Poi i suoi occhi tornano nei miei e io mi sento di andare a fuoco. Apre meglio la finestra, si arrampica sul cornicione e sale sull’albero. Sembra non essere passato un giorno quando s’infila dalla mia finestra e me lo ritrovo alla portata del mio respiro.

«Meglio tardi che mai» dice, prendendomi per la vita e tirandomi a sé.

Senza alcuna esitazione, mi porta una mano alla nuca: le sue dita tra i capelli mi fanno venire la pelle d’oca.

«Sei ancora più bella di otto anni fa, Brooke.»

Sento il cuore diventare leggero. Così mi sollevo sulle punte, e le sue labbra trovano finalmente le mie.

Il suo profumo è lo stesso. Così come il suo sapore. Ma c’è anche qualcosa di diverso, in noi. Questo bacio, però, ci ricorda che possiamo essere come una volta. Un po’ goffi, eppure teneri e audaci.

Approfondisce il bacio e dentro di me si accende qualcosa. Qualcosa che si è spenta tanti anni fa, qualcosa che credevo morta. E invece è ancora qui, vivissima. Ed esiste solo per Isaac.

Dalla strada qualcuno suona ripetutamente il clacson.

Noi ci allontaniamo appena, ma siamo ancora vicinissimi. Posso sentire il suo cuore battere sotto il palmo della mano e il suo respiro irregolare sfiorarmi la pelle.

Sorrido sulle sue labbra quando dico: «È Sabrina».

«Non sparire.»

Scuoto la testa. Artiglio la sua maglietta quando torno sulle punte per lasciargli un altro bacio.

«Non lo farò» prometto. «Ma questa volta sei tu che dovrai venire a cercarmi.»

Alla fine mi allontano e gli passo accanto per tornare di sotto e raggiungere la macchina dove Sabrina mi aspetta con aria sognante e soddisfatta.

«Sta’ zitta» l’anticipo, appena chiudo la portiera.

«Sei arrossita come una diciottenne.»

Schiaccia sul pedale del gas e l’auto sfreccia davanti alla casa nel momento esatto in cui Isaac raggiunge la porta e solleva la mano in un saluto.

Appena scompare dalla mia visuale, il telefono mi vibra nella tasca. Quando lo tiro fuori per leggere il messaggio, il cuore mi scoppia nel petto.

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