ABBONAMENTI

La parte migliore di me

Due donne in difficoltà, ecco chi sono Eva e Rachel. Due anime disperate che il destino fa incontrare (anzi, solo sfiorare). A New York, all’ingresso di un ospedale

persona che attraversa la strada a New York sotto la pioggia
CREDITS: Pexels / Ian Ramírez

Puntata 1

Accumulo

New York, 10 luglio 2025, ore 07:00

Eva.

Piove, quella mattina a New York.

Con la tazza di caffè bollente stretta tra le mani, Eva si ferma a guardare la pioggia cadere fitta e pungente, battere contro i vetri e opacizzare tutto, le strade, gli spazi verdi, il cielo, perfino le stanze di quel sudicio appartamento di periferia, nel seminterrato di un palazzo di mattoncini rossi, con la moquette infeltrita e la carta da parati ingiallita e scrostata, che puzza di fumo e di fritto, pieno di enormi scarafaggi che s’intrufolano negli anfratti più inaccessibili e che lei, Eva, è costretta a stanare e a fare fuori.

Tre stanze caotiche che condivide con una canadese col sogno di diventare un’attrice e la capacità di saltare da un fidanzato all’altro con una frequenza quasi allarmante e un’artista sudamericana con un’incontrollabile inclinazione al disordine.

Si è dovuta accontentare.

Di meglio, Eva, non può permettersi con quel che guadagna facendo la cameriera in un diner nel West Village. È disposta a qualsiasi rinuncia, pur di realizzare il suo obiettivo: diventare una modella per i marchi più prestigiosi dell’alta moda newyorkese.

È sempre stato questo, il suo sogno più grande, e New York — così lontana dalla claustrofobica piccolezza di casa sua — il posto dove realizzarlo.

Era solo una ventenne quando, cinque anni prima, aveva lasciato il Minnesota per la Grande Mela, un posto enorme, caotico, luminoso, ipnotico, affascinante e vertiginoso in cui non conosceva nessuno (è vero) ed era sempre al verde (è vero anche questo), eppure all’inizio le cose sembrarono prendere la giusta piega e pazienza se i sacrifici per realizzarlo si facevano, spesso, davvero pesanti.

È stata dura, tanto dura.

Ma, un passo alla volta, Eva stava quasi per farcela, grazie alla sua scorza dura, alla sua serietà, tra casting e servizi fotografici magari di poco conto, ma che, forse, le avrebbero permesso di farsi notare, un giorno non troppo lontano.

C’erano momenti in cui riusciva quasi vederla, seppur ancora lontanissima, la passerella glamour sulla quale presto avrebbe sfilato.

Era bellissima, Eva, perfetta per quel mondo fatto di luci e lustrini, con quella sua pelle olivastra, gli occhi verdi e un corpo perfetto.

Micah

«Sei nata per questo lavoro, Eva.» Glielo diceva sempre, Micah.

Oh, Micah. Il suo primo e unico agente. Il primo ad aver creduto in lei. Il primo ad aver visto in lei del potenziale.

E, anche, il suo primo e unico grande amore, che era arrivato nella sua vita pieno di promesse, di contratti, di pubblicità, di copertine, di cene a lume di candela, di musiche di sottofondo, di bagni in piscina, di viaggi in prima classe, di notti passate ad attorcigliarsi tra le lenzuola, di regali costosi, di baci che le toglievano il fiato.

Insieme a tutto questo, erano arrivate anche le bugie.

E una moglie, che lui le aveva tenuto nascosta.

E tre figli adolescenti e uno ancora alla primaria, che Eva nemmeno sapeva esistessero.

E quel progetto di vita insieme, che in realtà lui non aveva mai voluto, Eva lo vide scomparire come un castello di sabbia all’arrivo dell’onda.

Gli aveva urlato contro.

Lo aveva preso a pugni sul petto.

Lui aveva reagito farfugliando scuse che Eva nemmeno aveva accettato, così banali da vergognarsi persino di ascoltarle.

«Come hai potuto farmi questo?» gli aveva detto con la voce strozzata dai singhiozzi.

Micah non aveva risposto. Non aveva saputo rispondere.

Ed Eva lo aveva cacciato via.

Se n’era andato, ma il ricordo di quel che per Eva lui aveva significato le era rimasto appiccicato sulla pelle.

Eppure, si era impegnata con tutte le forze di dimenticarlo. Un mese dopo la rottura, però, aveva scoperto che, in realtà, Micah era ancora dentro di lei.

Di mesi, in quella mattina di luglio, ne erano passati altri due.

Eva sospira al suo ricordo, continuando a fissare la pioggia. Che odia, con tutta se stessa.

È anche colpa sua, se Micah ha fatto capolino tra i ricordi. Ha la capacità di piegare il suo animo, la pioggia, di riportare a galla cose sepolte da cumuli di polvere e di condurla nei sentieri della nostalgia che Eva evita d’imboccare sempre, anche quando premono per venire fuori e occupare lo spazio che lei gli ha tolto per salvare se stessa dal dolore.

Finisce il caffè mentre l’acquazzone estivo — violento, improvviso e breve come solo gli acquazzoni estivi sanno essere — è già terminato, lasciando i marciapiedi scivolosi e le fronde degli alberi gocciolanti.

Eva guarda l’orologio. Il taxi arriverà a prenderla da lì a una mezz’ora.

Poi erano arrivate le bugie. E una moglie, che lui aveva tenuto nascosta. E tre figli adolescenti e uno ancora alla primaria

L’odore di Micah è ancora dappertutto

Sciacqua velocemente la tazza e raggiunge la camera da letto.

L’odore di Micah è ancora fortissimo, là dentro.

È nelle lenzuola, sui cuscini, sulle tende, sulle cose che ha toccato. Sul suo corpo, che non respira più da quando lui se n’è andato. La sua pelle sa ancora di Micah, ogni centimetro di sé è ancora pieno di quel che sono stati, in un tempo ormai finito.

Eva cerca d’ignorare quell’assenza che sta diventando sempre più una presenza troppo ingombrante, tira fuori dall’armadio un vecchio borsone e comincia a riempirlo delle cose che, forse sì, forse no, le serviranno, quando un conato di vomito le sale su dallo stomaco così forte da costringerla a correre in bagno.

Rigetta la colazione, insieme a tanta bile e rabbia, col cuore che le batte all’impazzata nel petto e un desiderio di piangere così pressante da stringere i pugni.

Perché ha lasciato che tutto questo accadesse?

Quant’è stata stupida nel credere in un amore senza promesse…

Le ha tolto tutto, Micah. Perfino i sogni.

Sciacqua il viso, torna in camera, finisce di riempire lo zaino.

Un’altra ondata di nausea.

Un’altra corsa verso il bagno.

Un’altra volta seduta per terra con gli occhi chiusi e i pugni stretti.

«Basta» ordina a se stessa.

Allora fa un grande respiro, si alza, prende il borsone e, con quello a tracolla, esce di casa. Fuori, da un cielo così azzurro che sembra quasi non avere nulla a che fare con l’acquazzone di prima, il sole illumina di sbieco il suo volto.

Eva si siede sui gradini in pietra del palazzo, chiude gli occhi e si lascia coccolare da quel calore.

Tra poco, un taxi verrà a prenderla. Tra poco, sarà tutto finito.

E Micah, con tutto quello che lui le ha lasciato, se ne andrà via dalla sua vita, dalla sua pelle, dalla sua stanza, dalle tende, dal letto, dagli oggetti, dalla testa e dai ricordi. Per sempre.

Il taxi arriva con due minuti di anticipo. Eva salta su.

«Mount Sinai Hospital, per favore» dice all’autista. Quello risponde con un lieve cenno del capo, poi riparte. Eva stringe il suo borsone, la testa poggiata contro il finestrino.

Un caldo raggio di sole l’accompagna lungo il tragitto, come a farle compagnia.

Rachel

Le uova strapazzate sono ancora intatte nel piatto, insieme alla macedonia di frutta, al pane tostato con il bacon, ai pancake con lo sciroppo d’acero e alla tazza di caffè lungo. Su un piccolo vassoio ci sono anche alcuni muffin alle mele.

La cucina profuma di vaniglia e di cose buone, eppure Rachel non riesce neanche a guardarlo, tutto quel cibo perfettamente apparecchiato sui piattini e sulla tovaglia ricamata.

Se ne sta immobile con la sua borsa baguette stretta tra le braccia, lo sguardo spento.

Attorno a lei non c’è altro che il nulla. Ha gli occhi cerchiati di nero e un amaro in bocca insopportabile, come se avesse ingoiato un veleno che, lentamente, le sta togliendo la vita.

Non sarebbe poi così una cattiva idea, pensa, lasciarsi andare a poco a poco, permettere al dolore di rosicarti piano piano da dentro, fino a farti sparire.

«Come sta, signora?».

La voce di Marita la fa sussultare. Non ha dormito tutta la notte, il minimo rumore è come una frustata per lei.

Sono sei mesi, in realtà, che Rachel non dorme più.

La notte è il momento che più detesta, quando calano le tenebre, si fa tutto buio e il dolore si fa gigantesco, enorme su di lei, e col suo peso la schiaccia, mentre i ricordi le tengono aperti gli occhi, le stirano le palpebre e lei è costretta a guardarli, a riviverli.

Una sadica forma di tortura che trova sempre Rachel disarmata.

«Ha mangiato qualcosa?» continua la domestica.

Marita parla con quel suo tipico tono squillante, eppure Rachel percepisce le sue parole come un’eco lontana.

«No, Marita…» risponde con un filo di voce. «Non ho fame».

Allora Marita sospira, è stanca di vedere la signora così, non ce la fa più ad assistere al suo disfacimento, alla volontà di lasciarsi andare. Vorrebbe urlarle in faccia che deve reagire in qualche modo ma non lo fa, invece fa una cosa che non ha mai fatto — benché siano più di 20 anni che lavora per lei in quella villa in stile vittoriano negli Hamptons: tira fuori una sedia e si siede di fronte a lei, le prende le mani, gliele stringe.

Rachel sussulta di nuovo, forse per quel contatto improvviso, forse perché sono anni che non la tocca più nessuno, forse perché non sente più nulla, forse perché sono sei mesi che si sente morta e quel contatto le ricorda quanto, invece, sia viva.

«So che è difficile, signora. Ma non è abbandonandosi che riuscirà a trovare la forza che le serve per convivere col suo dolore. Se non vuole farlo per lei, Rachel, lo faccia almeno per Rafael.»

Perché ha lasciato che tutto questo accadesse? Quant’è stata stupida nel credere in un amore senza promesse. Lui le ha tolto tutto

Rafael

Il suono del suo nome echeggia nelle stanze di quell’enorme casa, rimbalza da una parete all’altra, diventa aria, diventa fuoco, diventa carezza, diventa schiaffo, diventa tutto ciò che Rachel ha amato, ama e continuerà ad amare per sempre.

«Su, forza… Magari solo qualche boccone…».

La voce di Marita è dolce e calda e la sua mano sulla sua un conforto, un appiglio, una scialuppa, un balsamo.

«Mi hanno detto che non devo andarci più…» sussurra. «Ma io non so se posso farcela…».

Marita le stringe forte una mano.

«I medici glielo hanno detto per aiutarla a ricominciare a vivere, signora» sussurra Marita accarezzandole una guancia con quelle sue mani ruvide e piene di calli. «E noi dobbiamo ascoltarli, i medici. Giusto?».

Rachel annuisce. Si sente una bambina, fragile e in balìa di una vita che non conosce ancora.

Con la forchetta, Marita prende un po’ di uova e l’avvicina alla bocca di Rachel. «È così magra, se continua così finirà per ammalarsi! Su, solo un boccone».

È davvero una bambina, Rachel. Lascia che la sua domestica la imbocchi. Uno, due, quattro, cinque forchettate, poi un po’ di caffè, un po’ di pane, qualche mirtillo. Le pulisce la bocca, le accarezza il viso, le asciuga le lacrime che, nel frattempo, da quando Marita ha iniziato a imboccarla, rigano le sue guance.

È un fiume in piena quello che viene fuori dai suoi occhi blu, Rachel non riesce a fermarlo.

Lei che non ha mai pianto in pubblico; lei, presidente di un’azienda dal fatturato milionario; lei che è sempre riuscita ad avere tutto sotto controllo, che ha superato un tradimento e un divorzio a testa alta, che non si è lasciata intimorire dagli squali che difendevano l’ex marito e che li ha affrontati faccia a faccia; lei che quando arriva in azienda i dipendenti quasi si inchinano al suo passaggio; lei che è abituata al lusso, ai viaggi e ai gioielli; lei che ha fatto del suo potere economico e della sua intelligenza la sua forza.

Lei, quella stessa donna, ora è seduta al tavolo della sua immensa cucina, spettinata, incapace quasi perfino di respirare, e si sta facendo imboccare dalla domestica peruviana.

Non riesce a controllare, a fermare, a sopportare la sua debolezza.

Ci sono dolori che tolgono tutto. Il dolore di Rachel è uno di quelli.

Marita si alza, sparecchia. Rumore di piatti, di stoviglie, di sportelli che si aprono, di altri che si chiudono, mentre fuori un acquazzone estivo è appena iniziato e sta bagnando tutto, le vetrate che danno sul giardino, il viale lungo e alberato, l’acciottolato sul sentiero.

Rachel si alza e si avvicina alla veranda. Adora la pioggia. Il suo cadere a volte violento, a volte delicato, l’odore della terra bagnata, la rugiada sulle foglie, quella sensazione di perfetta armonia della natura.

Anche Rafael adora la pioggia. E ballare con lei in giardino mentre dal cielo — fitta, pungente, rinfrescante — viene giù a gocce e ridere e saltare e cadere e ridere ancora più forte e rotolarsi e sporcarsi di erba e terra e ballare, ballare, ballare, fino a sentire male ai piedi e a non avere più le forze per continuare.

Lo vede, Rafael: ha le braccia spalancate, la testa piegata all’indietro, lo sguardo in su. Fradicio e zuppo, sta ridendo.

Rachel poggia una mano sulla vetrata, poi la fronte.

«Mamma!».

Sente la sua voce. Dopo sei mesi, la risente per la prima volta. È nella pioggia, nel vento, nel frusciare delle foglie.

Mamma… Mamma… Mamma…

Insiste, Rafael. Continua a chiamarla.

Rachel, allora, si allontana dalla vetrata, con una mano stringe ancora la sua baguette, non la lascia mai, perfino a letto la tiene accanto a sé, con l’altra mette le scarpe, gli enormi occhiali da sole neri per nascondere le occhiaie e la stanchezza e tutto il dolore.

Attirata dai rumori, Marita la raggiunge. Vede che la signora è già pronta per andare via, sa benissimo dove ha intenzione di andare, dove va ogni giorno da sei mesi ormai, apre la bocca per dirle di fermarsi, perché è inutile continuare ad andare ancora laggiù, perché i dottori le hanno detto di non tornare più, perché non è così che si combatte il dolore, perché fermarsi su quella panchina ad aspettare, ad aspettare che lui torni le fa solo del male, ma dalla sua bocca tutti quei pensieri, quelle parole, non vengono fuori, e la richiude.

Rachel la guarda.

I suoi occhi urlano disperazione, paura, pietà, bisogno di comprensione.

Allora Marita capisce. Anche se non è madre, Marita capisce. E fa di sì con la testa.

Solo dopo il consenso della sua domestica, Rachel apre la porta ed esce di casa, corre fino alla sua automobile facendo attenzione a non scivolare, mentre dal cielo, un cielo così azzurro che sembra quasi non avere nulla a che fare con l’acquazzone di prima, il sole illumina di sbieco il suo volto.

Entra in macchina, resta per un istante immobile, poi gira la chiave nel cruscotto e parte. Alla radio, fa partire la playlist che le ha fatto Rafael.

Mamma… Mamma… Mamma…

Sto arrivando, tesoro…

Un caldo raggio di sole l’accompagna lungo il tragitto, come a farle compagnia.

Si siede sui gradini in pietra del palazzo, chiude gli occhi e si lascia coccolare da quel calore. Tra poco un taxi verrà a prenderla

Mount Sinai Hospital, ore 08:30

Eva.

Il taxi si ferma sulla Madison Avenue ed Eva paga la sua corsa.

Scende dall’auto. Ora che è arrivata, ha come la sensazione che il suo borsone si sia fatto più pesante.

Si guarda intorno. Due chioschetti colorati di cibo d’asporto halal — uno blu, l’altro arancione — stanno sul marciapiede opposto. A quell’ora del mattino, quegli odori speziati e forti di salse e carni sono come un pugno allo stomaco per lei.

Ed ecco che torna la nausea, prepotente e invadente.

Fa respiri profondi, distoglie lo sguardo, stringe forte la tracolla del borsone, mentre il cuore ha deciso di correre, lo sente battere forte, sembra stia quasi per scoppiare.

Un respiro, un altro ancora.

Tra un po’ sarà tutto finito, Eva, mormora tra sé. È una giornata estiva meravigliosa, l’acquazzone del mattino è solo un ricordo, forse neanche più questo. I rumori di New York, benché sia ancora presto, sono vivi, allegri, frastornanti. Sui marciapiedi la gente va per la sua strada, nessuno sembra curarsi di nessuno, è una folla piena di individui soli, distanti l’uno dall’altro.

È questa, la cosa che più ama di quella città così diversa dalla sua, un’anonima cittadina circondata da montagne. Fredda, chiusa e silenziosa.

A New York c’è vita. A New York c’è possibilità. A New York c’è speranza. Anche per lei.

Insieme a quel pensiero torna quello di Micah. Eva lo caccia via come fosse un insetto fastidioso, vorrebbe schiacciarlo come fa sempre con le blatte di casa con le sue décolleté tacco 12 verniciate di rosso, sentirlo sotto i suoi piedi diventare niente, solo un ammasso di zampette pelose e cartilagini.

Di nuovo, la nausea.

Di nuovo, le lacrime agli occhi.

Di nuovo, quella sensazione di sconfitta.

Guarda l’orologio. È in largo anticipo per il suo appuntamento. Prende un grande respiro e si avvia verso l’entrata.

Una donna con gli occhiali da sole neri più grandi del suo viso, stretta in un abito nero che costa, senza alcun dubbio, più del suo misero appartamento sudicio, cammina lenta verso l’ospedale, stringe al braccio una borsetta baguette, forse ancora più costosa del vestito che indossa, nell’altra mano ha le chiavi della macchina, lo sguardo verso il basso e l’aria di chi ha chiuso con la vita.

È a un passo da lei quando le cadono dalle mani le chiavi. Eva si china per raccogliere, gliele porge.

«Oh… grazie… grazie tante…» sussurra la donna, senza alzare neanche per un attimo lo sguardo.

«Di niente… si figuri».

Ha un odore buonissimo, uno di quei profumi costosissimi dalle confezioni meravigliose esposte nelle vetrine delle migliori profumerie sulla Fifth Avenue. E che Eva non ha mai avuto.

Le porte automatiche dell’ospedale si aprono.

Entrano insieme, come se i loro passi fossero sincronizzati.

Poi, Eva gira a sinistra. L’altra donna, invece, a destra.

Sto arrivando, tesoro mio

Rachel.

Ha parcheggiato un po’ distante.

Le gambe fremono e Rachel cammina a passo spedito stringendo la sua borsetta baguette, le chiavi dell’auto ancora in mano, che fa tintinnare continuamente — un tic per cacciare via l’angoscia che sta per stringerle per il collo fino a toglierle l’aria.

Mamma… mamma… mamma…

La voce di Rafael le rallenta il passo, il battito del suo cuore, il respiro.

Sto arrivando, tesoro mio.

Quando arriva dinanzi la porta del Mount Sinai Hospital viene investita dal pesante odore di cipolle fritte e carne alla brace. Proviene da due chioschetti poco più in là.

A pochi metri da lei, una giovane ragazza stringe a tracolla un borsone. Rachel la guarda di sfuggita. Sta per avvicinarsi alle porte automatiche quando le cade inavvertitamente la chiave dell’auto. La ragazza col borsone le recupera.

«Oh… grazie… grazie tante…» balbetta.

«Di niente… si figuri» risponde lei.

Le porte automatiche dell’ospedale si aprono.

Mamma… Mamma… Mamma…

Sto arrivando, tesoro mio…

Entrano insieme, come se i loro passi fossero sincronizzati.

Poi, Rachel gira a destra. L’altra donna, invece, a sinistra.

Puntata 2

Torpore

Mount Sinai Hospital, ore 09:00

Eva.

Il traffico sulla Madison Avenue scorre fluido e rumoroso.

Dalle vetrate perfettamente pulite, Eva osserva le auto, gli autobus, i taxi, qualche moto, le ambulanze, e i tanti newyorkesi a passo veloce lungo i marciapiedi di una città che non solo non dorme mai, ma che in più non sta mai ferma, come se l’essenza stessa del suo carattere fosse nel movimento continuo, nel fare senza sosta, e la sua forza nella resistenza.

Non è sola.

Con lei, altre tre donne. Due le ha trovate già in reparto: un’afroamericana sulla trentina con uno splendido foulard coloratissimo ad avvolgerle la testa per trattenere una massa indisciplinata di ricci neri, il viso pulito e senza trucco, lo sguardo fisso sullo schermo del cellulare che continua a scrollare con indifferenza.

Poi, una ragazza così giovane da risultare fuori luogo nel corridoio di quel reparto: avrà non più di vent’anni, è pallida e si guarda intorno intimorita, mentre con la gamba fa su e giù, giù e su.

Eva vorrebbe avvicinarsi, dirle di non temere.

Ma come può, lei, che teme forse più di tutte quel momento che le accomuna?

La terza è arrivata qualche minuto dopo di lei. È l’unica a essere accompagnata da un uomo che le tiene la mano, le sussurra parole all’orecchio e di tanto in tanto la stringe in un abbraccio. Sono una bellissima coppia — lui così alto e muscoloso e scuro di pelle e con uno sguardo limpido, lei magrolina, rossa di capelli e meravigliosamente attraente.

Una di quelle coppie che non smetteresti mai di osservare, di contemplare, di ammirare. D’invidiare.

Per un po’ di tempo aveva creduto di averlo anche lei accanto, un uomo così. Micah, così protettivo, così dolce, così attento, così premuroso.

Così bugiardo.

Un’altra ondata di nausea. È ormai come una causa-effetto: il ricordo di Micah è sempre più spesso seguito dalla voglia di rimettere.

E vomita, Eva, vomita nel bagno più vicino al quale arriva quasi correndo, impaurita di non riuscire a trattenere quel miscuglio di succhi gastrici, bile, rabbia e nostalgia che le sale su dallo stomaco.

Un nome. Allison. Sente come un leggero formicolio al petto, alle gambe, alle mani. Sarà una collega di lavoro, pensa

Una notte di inizio primavera a Long Beach

Vomita il ricordo di quella notte di quattro mesi prima, una notte di inizio primavera nella camera di un resort a Long Beach, in California.

Era un altro dei suoi sogni, sfilare sulle passerelle di Los Angeles, città simbolo della moda statunitense, e lo avrebbe fatto, Eva, avrebbe sfilato dieci giorni dopo il loro arrivo per la presentazione della collezione autunno/inverno di un noto marchio di abbigliamento in una delle zone più prestigiose della città.

Glielo aveva promesso, Micah, e lei non gli aveva creduto finché quel contratto non lo aveva davvero firmato.

Ora se ne stava dentro la sua valigia, quel foglio. Il giorno dopo lo avrebbe consegnato, e il sogno, finalmente, come per incanto, sarebbe diventato realtà.

Quella di quattro mesi prima è una notte senza vento e stellata, con un cielo blu e l’odore dell’oceano che arriva a ondate, pungente, fresco, rigenerante, che si mischia al profumo muschiato di Micah e a quello del loro sudore, su quell’enorme letto. Le lenzuola e i vestiti per terra, la finestra del terrazzino aperta e la brezza oceanica che arriva mentre i loro corpi si cercano, si trovano, si incollano, si annusano, si bagnano, si fondono, e non c’è niente in quel momento, per Eva, che conti di più.

È mattino presto e Micah è a fare una nuotata, come fa sempre. Per i loro viaggi, Micah sceglie sempre località balneari e al mattino, al risveglio, scende in spiaggia e nuota, nuota, fino a stancarsi, per poi tornare più bello di prima, più abbronzato, più forte, più attraente, più irresistibile.

In uno di quei momenti dalla valigia di lui ancora chiusa arriva lo squillo di un cellulare.

Quella non è la suoneria di Micah. Eva la conosce bene. Non è quella.

Apre la valigia, il cellulare è in una tasca interna. Ha già smesso di squillare. Lo tira fuori, va nel registro chiamate. Un nome.

Allison.

Eva sente come un leggero formicolio al petto, alle gambe, alle mani. Sarà una collega di lavoro, pensa. Sta per rimettere il cellulare al suo posto, ma una vocina — o forse il buon senso, o forse l’amor proprio, o forse il destino — le dice di non farlo.

Allora Eva va sui messaggi, che sono tanti, tantissimi: di Allison, che gli chiede a che ora tornerà per cena; di Mya, che lo informa di aver vinto la gara di atletica; di Jason, che vuole fargli sapere che ha conosciuto una tipa al college e vorrebbe presentarla per la cena di Natale; di Thomas, che con una grammatica incerta gli dice di aver preso una A nel compito di matematica.

Non è possibile, continua a pensare Eva, ci sarà un errore. Ma quella vocina, o il buon senso, o l’amor proprio, o il destino, le sussurrano di andare avanti.

Eva va nella galleria delle foto.

Ed è lì che capisce. È lì che ogni dubbio diventa certezza. È lì che un’onda alta arriva e fa crollare il suo castello di sabbia. È lì che ogni luce accesa si spegne e tutto si fa buio.

Odora di salsedine, ha la pelle leggermente bruciata dal sole. Dimmi qualcosa, quasi lo supplica. Lui allarga le braccia

Dimmi qualcosa

Non parla, Micah. Non si difende. Non le dice: posso spiegarti, è solo un malinteso. Non l’abbraccia.

Non ricostruisce con pazienza il suo castello di sabbia, come faceva sempre suo padre quando, da bambina, piangeva per ore solo perché il mare aveva inghiottito la sua casetta fatta di pietruzze, conchiglie e sabbia dorata.

Micah rimane di sasso.

Odora di salsedine, ha la pelle leggermente bruciata dal sole cocente.

Dimmi qualcosa, quasi lo supplica.

Allora lui allarga le sue braccia muscolose e possenti, le stesse che la notte prima, quella notte blu e piena di stelle, l’hanno avvolta e amata. Poi le fa ricadere giù, fa di no con la testa, ha perso le parole, ne trova qualcuna, ma sanno tutte di niente.

Eva gli si scaglia contro e lo colpisce a pugni sul petto, quel petto su cui lei ha dormito tutta la notte. Lui le afferra i polsi, la guarda dritta negli occhi e le dice che non può lasciarli, quella è la sua famiglia.

Allison è sua moglie da quasi vent’anni. Jason è il suo ragazzone di diciotto. Mya la principessa del papà. Thomas ha appena sei anni. Lui, per loro, è la roccia, il faro, il punto di riferimento. Li ama sopra ogni cosa. Non può rinunciare all’amore dei suoi figli.

Più di me? gli chiede Eva, e vorrebbe strozzarsi con le sue stesse mani per quanto sembra patetica quella domanda. Lui all’inizio non risponde, poi le dice che non è paragonabile, che sono cose diverse — lei e Allison, lei e i ragazzi. Ma Eva sa benissimo che lei, un amore bugiardo, non lo vuole.

Sull’aereo di ritorno a New York, sola, ripensa a tutto il tempo perso con lui, alle cose che avrebbe potuto fare, agli incontri che non ha fatto, ai giorni e alle notti che non ha vissuto, alle bugie che credeva verità e alle verità che non sono mai esistite.

Mentre scende di quota, già si vede la città con le sue mille luci. Il contratto per quella sfilata che non farà mai se ne sta stropicciato e bagnato di lacrime sul fondo della sua valigia incasinata.

E poi, quello che mai si sarebbe aspettata…

Il numero 1245

Ha smesso di rimettere. Si alza, sciacqua il viso al piccolo lavandino e torna in reparto.

La ragazza con il foulard coloratissimo è appena entrata. Dopo, toccherà a lei.

Eva ha fame. Attraversa il corridoio e si dirige verso la macchinetta, dal portafoglio prende qualche spicciolo per un pacco di biscotti Oreo — i suoi preferiti, gli unici a non darle la nausea. Ma non può mangiarli, non prima che tutto sia finito.

Li mette nel borsone ed è in quel momento che si ricorda di aver dimenticato di avvisare le sue coinquiline che oggi scade il termine massimo per pagare l’affitto. La sua quota è in una busta nel primo cassetto del suo comodino.

Cerca sul fondo del borsone il cellulare ma non lo trova. Non è neanche nelle tasche. Che me lo sia scordato sul taxi? pensa, perché sì, sul taxi ce l’aveva eccome, aveva messaggiato con la sua amica Francine durante la corsa, le aveva detto che quella mattina non poteva incontrarla perché aveva un importante colloquio di lavoro.

Non le resta che scendere giù in reception, chiedere il numero del servizio taxi — il suo era il numero 1245 — e domandare del suo telefono.

Allora corre verso l’ascensore, lo chiama. L’ascensore raggiunge il suo piano, le porte si aprono al classico tintinnio. È vuoto. Eva entra, pigia per il piano zero, le porte si chiudono e l’ascensore riparte.

Le si avvicina. Lei è seduta sulla fredda panchina di ferro del corridoio e stringe forte la sua borsa baguette comprata a Parigi

Rachel

La prima volta che Rachel si trovò nel corridoio di quel reparto fu la notte in cui perse tutto.

Dormiva, quando il cellulare aveva iniziato a squillare.

Accanto a lei, uno dei tanti sfizi che di tanto in tanto — ultimamente, sempre più spesso — si concedeva: uomini potenti, con una posizione privilegiata, pieni di soldi e amanti.

Da quando Arthur, il suo ex marito, era uscito dalla sua vita, Rachel aveva chiuso con i rapporti maturi, con i legami saldi, buttandosi in un’adolescenza tardiva fatta d’incontri fugaci, sguardi smaliziati e notti indimenticabili.

Come quella che era appena trascorsa, in quel mattino di metà gennaio. New York era sommersa dalla neve, che era venuta giù abbondante e aveva ricoperto strade, marciapiedi, tetti, col suo candore gelido.

Per un attimo Rachel pensò di lasciarlo suonare a vuoto, quel telefono. Aveva ancora addosso a sé l’odore di — com’è che si chiamava quell’uomo che le dormiva accanto? Ah sì, Richard — aveva ancora addosso a sé l’odore di Richard, incontrato alla cena d’inaugurazione di una nuova filiale della sua azienda la sera prima.

Un pezzo grosso della finanza, uno di quelli che quando passano tremano i pavimenti. Lei lo aveva guardato, lui l’aveva guardata, qualche drink, qualche sciocchezza detta per spezzare il ghiaccio e a fine serata Richard era salito su da lei, aveva varcato la soglia della sua camera da letto e si era appropriato di tutto lo spazio che c’era. E Rachel glielo aveva concesso, gli aveva permesso tutto, generosa e disinibita e libera come aveva imparato a essere in quei rapporti senza impegno e senza amore.

Il telefono continuava a squillare dentro la sua borsa — una baguette in pelle nera comprata a Parigi sulla Rue du Faubourg Saint-Honoré che le era costata così tanto da sentirsi per la prima volta in vita sua in colpa per un acquisto.

Allora Rachel si era alzata dal letto, aveva tirato via il lenzuolo, se l’era avvolto addosso, aveva raggiunto la borsa gettata per terra la notte scorsa, aveva preso il cellulare, aveva risposto.

E quello era stato l’attimo in cui Rachel capì di aver perso tutto.

Sei mesi dopo

Dopo sei mesi è ancora qui, in un corridoio del Mount Sinai Hospital che conosce a memoria. Il suo odore forte di disinfettante, i rumori dei monitor, lo scalpiccio sul linoleum: è tutto parte di lei, ne ha assorbito la consistenza e la pesantezza.

Qui è dove tutto è finito. Qui è dove torna ogni giorno da quella terribile notte di metà gennaio. Qui è dove aspetta Rafael, anche se sa che non potrà mai più tornare.

Mamma… Mamma… Mamma…

Lui è qui. Rachel lo sente. Se allunga la mano può anche toccarlo, scompigliargli i lunghi capelli ricci che gli cadono sulla fronte. Se si avvicina un altro po’ può sentire il suo profumo, che ricorda ancora, anche se per poco, quello dell’infanzia.

Se chiude gli occhi può vederlo nel suo completino dei Chicago Bulls, gli occhi blu come i suoi: sta palleggiando, ora tira, la palla entra e fa un canestro da due e ride, la sua risata risuona allegra nelle orecchie di Rachel.

Lo ama, Rachel, come mai ha amato nessun altro. Se l’è perso tutto il suo amore: è per questo che non riesce a darne dell’altro agli uomini che incontra. Il suo cuore è solo di Rafael. Il suo amore è solo per Rafael.

Mamma… Mamma… Mamma…

Una porta si apre, esce un medico.

Rachel lo conosce e lui conosce Rachel.

Appena la vede, il medico sospira. Tiene in mano una cartella di degenza, al collo uno stetoscopio, sul taschino del camice bianco c’è scritto il suo nome: dottor Malcolm Miller.

Le si avvicina. Rachel continua a stare seduta sulla fredda panchina di ferro del corridoio e stringe forte la sua borsa baguette. Non si alza: sei mesi fa ha perso, insieme a tutto, anche le buone maniere.

Vorrebbe che Marita fosse lì con lei. Ha bisogno del suo tocco leggero, ha bisogno di un suo abbraccio, di lei che le stringe forte le mani.

«Rachel…» la voce del dottor Miller è stanca, forse ha fatto anche il turno di notte, forse oggi è una giornata pesante per lui, forse non ce la fa più a vederla lì, ogni giorno. «Perché è tornata?» Non è una domanda, è una supplica.

«Sta prendendo le gocce che le ho prescritto?».

Rachel annuisce. È una bugia: di quelle gocce non conosce neanche il sapore. Il dottor Miller lo capisce, capisce che sta mentendo. Allora si siede accanto a lei e fa come Marita quella mattina, le prende una mano e gliela stringe.

Rachel alza lo sguardo, quasi non lo vede per tutte le lacrime che i suoi occhi stanno trattenendo.

«Rafael non è più qui, Rachel. È bene che questo lei lo capisca prima che sia troppo tardi…».

Ora, da sei mesi, questo è il suo tormento, la sua più grande condanna, il rimorso di avere sprecato il poco tempo concesso loro

Vorrebbe riavvolgere il nastro

Parla, il dottor Miller, parla con la sua voce ferma, dolce, rassicurante. Ma Rachel non ascolta, perché più lui parla, più davanti ai suoi occhi annacquati rivede Rafael.

Adesso è un bambino. Sta piangendo perché vuole che sia lei ad accompagnarlo a scuola. Ma Rachel non può, Rachel ha un’azienda da mandare avanti, Rachel ha i suoi milioni da guadagnare.

E lo fa Marita, come sempre da quando Rafael è nato: è lei che gli cambia i pannolini, è lei che gli misura la febbre, che gli rimbocca le coperte, che lo accompagna a scuola e in palestra, è lei che assiste alle recite. Rachel questo ancora non lo sa, ma sarà per questo che Rafael andrà da Marita e non da lei quando conoscerà la sua prima fidanzata, quando avrà un dubbio o un segreto da condividere.

È madre, Rachel, ma non ha mai fatto la mamma. Non si è mai presa cura di Rafael come avrebbe dovuto, pur amandolo tanto.

Ora, da sei mesi, questo è il suo tormento: la sua più grande condanna, il rimorso di aver sprecato il poco tempo concesso loro di stare insieme.

Vorrebbe riavvolgere il nastro, tornare a vent’anni prima, quando Rafael era solo un fagottino urlante. Vorrebbe cambiargli i pannolini e fargli il bagnetto, vorrebbe spalancargli le braccia all’uscita da scuola e accoglierlo in un abbraccio infinito, vorrebbe sedersi sul divano a sgranocchiare patatine insieme a lui, vorrebbe ascoltare quel che lui ha da dire, vorrebbe guardarlo negli occhi, in quei meravigliosi occhi blu uguali ai suoi, e dirgli di non andar mai più via da lei.

«… me lo promette, Rachel?».

La voce del dottor Miller fa scomparire in un baleno l’immagine di Rafael. Cos’è che vuole che lei gli prometta? Rachel non lo ha sentito, eppure dice di sì, pur sapendo che non sarà così, perché ha perso anche il buon senso e la capacità di mantenere le promesse.

«La chiamerò domani, Rachel, per assicurarmi che abbia preso le sue medicine e che stia bene» le dice poi il medico, alzandosi.

Rachel annuisce per l’ennesima volta. Sembra

Puntata 3

Risveglio

Mount Sinai Hospital, New York, ore 09:45

Sono passati cinque minuti da quando l’ascensore si è improvvisamente bloccato. La luce autonoma di emergenza si è subito accesa, Eva e Rachel hanno pigiato più volte il pulsante di allarme, ma è come se fossero state catapultate in una dimensione sospesa tra il prima (col suo caos, la fretta, le voci, la frenesia delle corsie) e un dopo fatto di silenzio e immobilità.

«Almeno qui è spazioso» sospira Eva.

Rachel se ne sta ferma nel suo angolino, la baguette di pelle stretta sottobraccio, gli occhiali da sole a coprirle gran parte del viso.

«Speriamo risolvano in fretta il guasto, a volte possono passare anche ore… Mi è capitato un paio di anni fa, sono rimasta bloccata un quarto d’ora nel decrepito ascensore del palazzo in cui vivevo…». Quando è nervosa Eva parla a raffica. Sa quanto può essere imbarazzante, eppure non riesce a fermarsi, è più forte di lei, più sente salire la tensione, più le parole escono dalla sua bocca come fiumi in piena, inarrestabili. «Ma era un catorcio di mezzo secolo fa… Del resto, abitavo nel Bronx, mica sulla 5th Avenue… Lei è mai rimasta bloccata in ascensore?».

Rachel fa di no con la testa. Tutto si sarebbe aspettata in una giornata iniziata male come quella, tranne che rimanere chiusa in un abitacolo di pochi metri con una logorroica sconosciuta.

«Stia tranquilla, siamo in un ospedale tra i migliori della città, sono certa che ci tireranno presto fuori di qui… Bella, la sua borsa. È una caviar leather, giusto?».

«Sì». La sua voce è sottile, incerta. Non ha voglia di parlare, Rachel. “Dannazione, quando potrò uscire da qui?” è il suo unico pensiero.

«Ci avrei scommesso! Lavoro nella moda, di certe cose me ne intendo…». Eva si appoggia alla parete dell’ascensore, con una mano stringe la bretella del borsone a tracolla. «Per un po’ di tempo ho sfilato per importanti marchi di alta moda… Milano, Parigi, Los Angeles…» sospira. «Chissà quando e se accadrà ancora… È un lavoro duro, sa, da fuori può sembrare così affascinante e frivolo ed elettrizzante, ma le assicuro che i ritmi di lavoro sono spesso tosti e non sempre…».

«Ho un inizio di emicrania, potresti cortesemente fare un po’ di silenzio?». La voce di Rachel non è più sottile e nemmeno incerta. È dura e non ammette repliche.

Eva accusa il colpo, arrossisce.

«Oh, ma sì, certo… Mi perdoni. So che quando inizio a parlare divento pesante, ma è che stare chiusa qui dentro…».

«Per favore!».

Eva chiude la bocca. E l’ascensore, improvvisamente, si riempie di silenzio.

Chiuse in ascensore: due sconosciute, due dolori

Ore 10:00

Eva le ha provate tutte. Ha provato a pensare a qualcosa di bello. Ha provato a chiudere gli occhi e a dormire. Ha provato a pregare. Ha provato a canticchiare in mente il ritornello della sua canzone preferita. Eppure, niente di tutto ciò le ha permesso di tenere a bada l’ansia, che adesso è davvero a livelli alti. È passata mezz’ora dal guasto, la luce d’emergenza comincia già ad affievolirsi. E poi, là dentro fa davvero caldo. Eva apre il borsone, tira fuori la bottiglietta d’acqua e beve qualche sorso, poi gira lo sguardo sulla donna insieme a lei, una presenza spaventosamente silenziosa che non fa altro che massaggiarsi le tempie con le mani perfettamente curate e le unghie laccate di un rosso meraviglioso.

«Non vorrei disturbarla…» dice, quasi temendo che l’altra si metta a urlare. «So che ha mal di testa, ma mi chiedevo, ecco…»

«Non vorrei disturbarla…» dice, quasi temendo che l’altra si metta a urlare guardandola in cagnesco. «So che ha mal di testa, ma… ma… mi chiedevo, ecco… Non è che potrebbe chiamare non so… qualcuno, la reception… Io non ho il cellulare con me, l’ho dimenticato stamattina sul taxi che mi ha accompagnata in ospedale… Che poi è proprio questo il motivo per cui adesso mi trovo qui».

Rachel sembra riemergere dall’oltretomba. «La reception?» chiede confusa.

«Be’… sì, la reception dell’ospedale, per capire cosa diavolo sta succedendo. Sono… da quant’è che siamo bloccate qui dentro?».

«Più di mezz’ora, credo».

«Non le sembra un tantino troppo?».

Rachel annuisce, per l’ennesima volta in quella mattina si sente una bambina, una bambina un po’ imbranata che non sa cosa deve fare, che fatica a capire quello che accade intorno a lei. Apre la baguette, tira fuori il suo cellulare, velocemente scrolla le notizie.

«New York è stata colpita da un blackout, qui dicono che… Oh, accidenti, non c’è più campo…».

«Un blackout? Fantastico, proprio quello che ci serviva!» Improvvisamente, Eva sente salire su la nausea. «Questa, poi, non ci voleva…».

Sono le sue ultime parole, dopo è sulle ginocchia in preda ai conati. Rachel per un attimo rimane ferma, poi le si avvicina subito e, con modi molto impacciati, cerca di aiutare la ragazza in qualche modo. Non c’è nulla, però, che possa fare: i succhi gastrici di Eva sono ormai sul pavimento dell’ascensore.

«Mi scusi, mi dispiace… Mi dispiace tanto».

Eva asciuga la bocca col dorso della mano e si siede, la schiena appoggiata alla parete. «Non preoccuparti, non è nulla» le dice Rachel.

Eva piange sommessamente, le lacrime le rigano le guance, non riesce più a tenerle dentro. La maschera da donna che non ha nessun problema le è scivolata via di dosso, ora sale su, insieme all’ansia, tutta la sua tristezza e fragilità.

«Potrebbe far finta di non averla, l’emicrania?» chiede tra i singhiozzi. «Ho bisogno di parlare con qualcuno… Ho bisogno di sfogarmi, sto tenendo tutto dentro da troppo tempo e chiusa in questo ascensore è come se stessi per scoppiare».

La confessione di Eva

Allora Rachel fa una cosa che non ha mai fatto in vita sua, se ne frega del suo abito haute couture dal prezzo pieno di zeri e si siede per terra accanto ad Eva, che non fa altro adesso che tirare su col naso. Non dice nulla. Non le dice ok, parla, ci sono io qui ad ascoltarti, eppure Eva, quella vicinanza fisica silenziosa la prende per un sì. Quant’è facile, in fondo, confidarsi con uno sconosciuto…

«Sapevo che non dovevo fidarmi di lui, c’era qualcosa che mi teneva come in… in allerta quando stavamo insieme, ma non capivo mai cosa fosse. Allora mi dicevo di piantarla, che erano solo paranoie. Invece quella vocina aveva ragione perché lui… Lui era sposato, aveva dei figli. Tre figli! Io ero solo uno “scaccia noia” o, forse, un modo per lui per sentirsi ancora desiderato, ancora giovane. Non lo so… So solo che, un mese dopo aver scoperto il suo inganno e averlo lasciato, un ritardo mi ha annunciato che con lui non era davvero finita…».

«Aspetti un bambino…».

«Sono venuta qui stamattina per interrompere la gravidanza, avevo appuntamento proprio a quest’ora»

Eva annuisce. «Sono venuta qui stamattina per interrompere la gravidanza, avevo un appuntamento proprio a quest’ora. Non lo voglio, questo figlio… È suo figlio e io… Io non voglio più nulla che mi leghi per sempre a lui».

Quelle parole sono spine per Rachel, una fitta al cuore, una pugnalata presa a tradimento.

Mamma… Mamma… Mamma…

La voce di Rafael arriva da lontano. Rachel chiude gli occhi.

Com’è strana la vita, pensa, mentre l’immagine di Rafael sbiadisce. C’è chi la getta via. E chi farebbe di tutto per riviverla.

Com’è strana, a volte, la vita, pensa, mentre l’immagine di Rafael sbiadisce davanti ai suoi occhi. C’è chi la getta via. E chi, invece, come lei, farebbe di tutto per riviverla.

«Lei ha figli?» chiede Eva, ricomponendosi.

Qualche secondo di silenzio, che dentro a quell’ascensore immobile sembra un’eternità. «Sì» risponde infine Rachel in un grande sospiro. «Si chiama Rafael e ha 19 anni…». Appoggia la testa alla parete, sfila gli occhiali da sole, i suoi occhi sono leggermente arrossati, un po’ di gonfiore è quel che resta del suo pianto. «Frequenta la facoltà di Ingegneria Edile ad Harvard».

Eva spalanca i suoi, di occhi, che sono enormi e verdi, con le ciglia nere lunghissime. «Harvard? Wow!».

Rachel sorride. «Già! È al secondo anno, non fa che parlare dei corsi e dei suoi progetti per il futuro… Ha in mente di realizzare un villaggio nelle zone più povere del Sud America per accogliere le famiglie bisognose, creare spazi di gioco e d’incontro per bambini e ragazzi, toglierli dalla strada e dalla malavita. Ci sta già lavorando, ci credi?» conclude Rachel, con un sorriso nostalgico, che si perde nel vuoto.

«Dev’essere proprio un tipo in gamba».

Rachel ingoia un groppo di saliva. «In gamba e… bellissimo! Alto, con un bel fisico robusto, biondo, occhi blu, pelle ambrata… Nel tempo libero gioca a pallacanestro, oppure si rifugia a Coney Island per lunghe, lunghissime, nuotate… Dopo la laurea vuole fare un master in Europa, forse a Londra o a Berlino, o magari a Parigi. Rafael ama viaggiare…». Rachel parla tenendo gli occhi chiusi, solo in questo modo riesce a rivederlo, il suo Rafael. Non li apre, se li aprisse lui scomparirebbe di nuovo e Rachel non vuole che vada via un’altra volta, vuole tenerlo dentro ai suoi occhi per sempre.

Rachel e la borsa che custodisce un figlio

A Eva, però, quelle parole raccontano qualcos’altro. Sente che c’è qualcosa, qualcosa nell’aria, come sospeso. Qualcosa che Rachel non ha detto, che non dice, ma che riempie le sue frasi. Allora le fa una domanda, la domanda che Rachel teme più di tutte: le chiede dov’è adesso Rafael, chissà cosa starà facendo quel bellissimo e talentuosissimo ragazzo mentre loro due sono ostaggi di un blackout capriccioso.

Rachel la sente, quella domanda, e ora più della domanda è la risposta che deve dare a farle paura. Eppure, forse perché quella promiscuità obbligatoria la disinibisce, forse perché la sua pelle ha assorbito la sofferenza di Eva ed è entrata in sintonia con lei (quella sintonia che si crea tra due persone sconosciute legate da un dolore) o forse perché anche lei adesso ha bisogno di sfogarsi e di buttare fuori quello che tiene chiuso dentro, Rachel prova a parlare, ma le parole le muoiono in gola, allora parla con gli occhi e con le mani, guarda Eva mentre solleva la sua baguette costosissima, quella che da quel giorno di gennaio porta sempre con sé, che non lascia mai, che la sera mette sotto il suo cuscino, e la mostra a Eva. Poi, finalmente, libera le parole e tutto il dolore che contengono. E parla.

«Qui dentro ci sono la sua collanina e i suoi bracciali di cuoio, il suo cellulare, il suo profumo, la penna biro col tappo mangiucchiato che usava per prendere appunti. Cose che aveva nello zainetto e che mi hanno dato chiuse dentro una busta trasparente, quella notte. È qui dentro, il mio Rafael…»

«Quella notte?».

«Un incidente stradale con la moto e in un attimo Rafael è andato via per sempre. Gliel’avevo regalata io per il suo compleanno, quella dannata moto. Era l’unico modo che conoscevo per approcciarmi a mio figlio, riempirlo di cose costose. Non c’ero mai a casa, non ero mai con lui, nemmeno quando era piccolo…». Rachel sorride sarcastica. «Ho lasciato che il mio lavoro si prendesse tutto di me, perfino l’amore per mio figlio. Avrebbe dovuto odiarmi, ma la verità è che lui non era come me. Rafael era…». Rachel raccoglie un sospiro, poi lo getta via come a volersi liberare del peso, «… era la parte migliore di me. Era tutto quel che di buono io, schiava dei miei soldi, non sono mai riuscita a essere. I suoi organi hanno salvato sette vite. Sette! Sette persone oggi vivono grazie al suo sacrificio.

Non è atroce, questa cosa? Tuo figlio muore e sette persone, proprio perché lui è morto, ricominciano a vivere… Ora, a me restano solo le cose che ha toccato, che ha indossato, che ha usato, insieme al rimorso di aver sprecato un tempo che non torna più. Da sei mesi me ne sto seduta sulla panchina del lungo corridoio di quel reparto che lo ha tenuto artificialmente in vita, prima della morte cerebrale. Vengo ogni giorno a fissare, stordita dal dolore, la porta della stanza che lo ha visto disteso, pieno di tubi, attaccato alle macchine. Dieci giorni, il tempo sospeso del suo coma: mai avevo passato così tanto tempo insieme a mio figlio. Per dieci giorni non mi sono staccata da lui. Gli tenevo la mano, gli accarezzavo i capelli, gli baciavo il viso, gli sussurravo di non lasciarmi… Quando se n’è andato, tutto è finito per me».

Quando il silenzio diventa la forma più alta di conforto

Per la prima volta Rachel ha trasformato in parole il suo dolore. Gli ha dato una forma, una voce, un colore, un’intensità. Lo ha fatto uscire fuori da sé e ora è come se quel nodo di rimpianto e sofferenza si fosse allentato, fatto più morbido. Non si sente più soffocare, Rachel. Chiude gli occhi, stringe la sua borsa piena di suo figlio, e Rafael torna di nuovo da lei. Le sta sorridendo.

Per la prima volta la donna ha trasformato in parole il suo dolore. Gli ha dato una forma, una voce, un colore.

«Mi dispiace tanto…». Eva allunga il braccio e le prende una mano. Rachel lascia che quella sconosciuta gliela stringa forte. La luce d’emergenza sibila, poi ha come uno scatto, si spegne, si riaccende a intermittenza, un altro sibilo e, infine, si spegne. Sono al buio, ora Rachel e Eva, in un ascensore immobile che loro hanno riempito di pensieri e parole.

«Lo amavo, lo amavo tanto, ma me ne sono accorta solo dopo che l’ho perso. E questa è la più grande pena a cui la vita potesse condannarmi…».

È un tempo infinito e incalcolabile quello che passano Eva e Rachel mano nella mano, strette l’una all’altra, immerse in un silenzio carico del peso degli errori commessi, delle disillusioni subite, dei rimorsi. Sono le 10:15 quando, finalmente, le porte dell’ascensore si riaprono. Per Eva e Rachel è come tornare alla luce. Nella hall dell’ospedale, si abbracciano.

«Le auguro possa presto fare pace coi suoi sensi di colpa» sussurra Eva a Rachel.

«A te, che tu possa mai averne».

Nessuna delle due sa il nome dell’altra. Non si vedranno mai più. Eppure, ora le lega qualcosa di forte, che nessuno può spezzare.

Un anno dopo: Eva, Rafael e una vita ritrovata

Ore 10:45

Rachel lascia l’ospedale stringendo a sé la sua baguette di pelle. A passo svelto raggiunge la sua auto, entra, accende l’aria condizionata al massimo, fa dei grandi respiri. Ti perdono, mamma… Adesso tocca a te farlo.

Lo sente. Non è immaginazione. Non è suggestione. Rachel chiude gli occhi. Rafael è accanto a lei. Lui è là, le sta sorridendo, allarga le braccia. Allora, Rachel gli corre incontro. Lo abbraccia. Lo stringe forte. Calde lacrime le bagnano le guance. E all’improvviso, Rachel, si sente in pace.

Sul marciapiede del Mount Sinai Hospital Eva respira lentamente. Sta cercando di controllare un’ondata di nausea, fa come ha visto fare sul tutorial di un corso prenatale, uno, due, tre, respiri regolari e lenti. Qualche secondo dopo, è tutto passato. Risale su in reparto, ma ormai è saltato tutto, quindi fissa un altro appuntamento per la settimana successiva. Prende un taxi, torna a casa, alla sua vita di prima, al disordine delle sue cose, al caos dei suoi pensieri.

A te, che tu possa mai averne… Quella sera si addormenta con quelle parole nelle orecchie. Un ragazzo, un bellissimo ragazzo dagli occhi blu, le sorride, allarga le braccia. Non sta sognando. Non è immaginazione. Non è suggestione. Eva gli corre incontro. Lui l’abbraccia. La stringe forte. Si sveglia. Calde lacrime le bagnano le guance. E all’improvviso, Eva, capisce. E si sente in pace.

New York, un anno dopo, ore 19:00

Eva osserva divertita lo scoiattolo nascondersi tra i rami frondosi, squittire come un bimbetto felice per quel regalo inaspettato. È una meravigliosa giornata estiva, non troppo calda. Un leggero venticello muove le foglie e le solleva da terra in una danza acrobatica. Viene spesso qui la sera, quando il sole si prepara a dormire e nell’aria si respirano attimi di quiete dopo la frenesia di intere e interminabili giornate di lavoro.

Ha chiuso con le sfilate, con le copertine, con quel mondo patinato. Da un po’ di tempo lavora come segretaria presso uno studio notarile associato, un lavoro che mai avrebbe pensato di fare. In realtà, sono tante le cose che adesso fa e che mai avrebbe pensato di poter fare. Tra queste, l’università. Si è iscritta alla facoltà di Psicologia, adesso il suo sogno è quello di diventare una brava psicoterapeuta. È dura, ma Eva sa che ce la farà.

Ha chiuso con le sfilate, con le copertine, con quel mondo patinato. Lavora come segretaria presso uno studio notarile.

Un uccellino dal petto giallo e le ali blu si poggia poco distante da lei.

«Mamma! Cip!». Una manina e una vocina squillante sbucano dal passeggino che Eva conduce lungo i sentieri del parco.

«Guarda che bello, tesoro!» gli dice Eva, poi si piega sulle gambe per raggiungere il suo sguardo incantato. Ha i suoi stessi occhi grandi e verdi. L’uccellino zampetta qua e là, forse alla ricerca di qualche vermetto da mangiare. Poi apre le ali e spicca il volo. Il bambino sul passeggino lo guarda a bocca aperta, lasciando intravedere due dentini bianchissimi. È l’unica cosa buona che Micah ha lasciato nella sua vita, quel bambino. Il suo bambino.

Rafael, la parte migliore di sé. Per lui, Eva ha cambiato vita. Per lui e con lui, Eva è diventata una persona migliore.

“Che tu possa mai averne…”. Quella frase Eva non l’ha più dimenticata. L’ha ascoltata e ogni giorno vive per realizzarla.

«Andiamo a vedere le papere, amore mio» dice Eva al piccolo, rimettendosi in piedi. Il piccolo Rafael batte felice le manine, eccitato. Proseguono lungo il sentiero, una madre e il suo bambino di un anno in un tiepido pomeriggio di estate al Central Park, delicatamente accarezzati dal sole che, dai rami degli alberi, scalda le loro teste con raggi sottili.

Coney Island: Rachel torna a vivere

La sabbia è ancora calda. Con i sandali tra le mani e un lungo vestito bianco, Rachel cammina lungo la spiaggia di Coney Island, quella in cui Rafael amava andare. In cielo poche nuvole lontane. È una distesa di blu, questo cielo e questo mare sembrano essere una sola cosa. L’odore pungente dell’oceano le riempie le narici, lei respira profondamente, e lo fa suo, una due tre volte. È l’odore di Rafael. Della sua bellezza, della sua libertà, della sua giovinezza, dei suoi eterni 19 anni.

Da quel 10 luglio di un anno prima non è più andata al Mount Sinai Hospital. Quel tempo trascorso chiusa in un ascensore buio, con quella ragazza, a parlare del suo dolore le ha permesso di guardarlo in faccia. Lo ha visto. Lo ha riconosciuto. E l’ha affrontato.

Con i sandali tra le mani e un vestito bianco, cammina lungo la spiaggia di Coney Island, quella in cui suo figlio amava andare.

Ha ripreso a lavorare, ad avere cura di sé, a concedersi di sbagliare. Ha smesso di correre, Rachel, e ha iniziato davvero ad amarsi. Il primo passo, perdonare se stessa. È stata dura, eppure ce l’ha fatta. Ancora oggi sente il dolore arrivare all’improvviso, prendersi tutto lo spazio, toglierle l’aria. Ha imparato a riconoscerlo, ad accoglierlo, ad accettarlo. Quando arriva, ferma tutto e aspetta che vada via. E lui, il dolore, se ne va. Lascia tracce, ma se ne va. E quelle tracce che restano Rachel le coltiva con cura, perché sono pezzi dell’amore per Rafael. Un amore che, invece, non se ne andrà mai.

Un gruppo di gabbiani zampetta poco distante da lei. A quell’ora del giorno non c’è quasi più nessuno in quella spiaggia dorata. Le voci, il caos del luna park, l’euforia dell’estate, è tutto alle sue spalle. Rachel raggiunge il bagnasciuga. L’acqua arriva in onde lente, tiepida e rigenerante. Con un gesto veloce, si libera del vestito e delle scarpe e s’immerge a poco a poco. È un abbraccio, quel bagno nell’oceano. Rachel chiude gli occhi. Da una nuvola bianchissima, un raggio di sole le illumina il viso in fasci di luce sottili.

Ti voglio bene, mamma…

Rafael è con lei, immerso insieme a lei, i suoi occhi hanno lo stesso colore del mare. Ti voglio bene anch’io, amore mio… Apre gli occhi, Rachel. Rafael è ancora accanto a lei. Da quando Rachel ha ripreso a vivere, non se n’è più andato.

I gabbiani, che fino a poco prima zampettavano sulla spiaggia, spalancano le ali e volano via, inseguiti dal vento.

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