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Cara Gen Z, ecco cos’era davvero la sharing economy (e perché torna di moda)

Prima degli algoritmi e delle recensioni, c’era un mondo fatto di divani, passaggi in auto e tempo condiviso. Una piccola rivoluzione nata dalla fiducia reciproca che oggi sembra tornare attuale

ragazzi che chiacchierano tra di loro
CREDITS: PexelsCara Gen Z, ecco cos'era davvero la sharing economy (e perché torna di moda)

Ho dormito dieci giorni a New York, tra Manhattan e il Queens, senza spendere un dollaro, a casa di sconosciuti. Quando lo racconto a chi oggi ha vent’anni, la reazione è quasi sempre identica: uno sguardo sospeso tra incredulità e preoccupazione. Per chi è cresciuto nell’epoca delle interazioni a pagamento, ma anche dei podcast true crime, dove ogni individuo è un potenziale serial killer, l’idea di dormire a casa di perfetti sconosciuti può apparire folle.

Eppure, prima che “condividere” diventasse solo sinonimo di postare una storia o inoltrare screenshot, c’è stato un tempo in cui la condivisione era molto più concreta e ci si scambiava case, viaggi, libri, competenze, tempo, automobili. Ma, soprattutto, si condivideva fiducia. La chiamavamo sharing economy e aveva qualcosa di profondamente romantico e umano.

Sharing economy: cos’era e come funzionava

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, la Rete era attraversata da uno speciale ottimismo collettivo, fondato su un’idea semplice e rivoluzionaria: se milioni di persone possono entrare in contatto tra di loro con un clic, allora possono anche aiutarsi, scambiarsi risorse e costruire comunità (non soltanto community!). Nacquero così esperienze di reti e “scambio” che oggi sembrano davvero di un altro pianeta. C’era il Couchsurfing (e c’è ancora, ma a pagamento): una rete internazionale di ospitalità gratuita tra viaggiatori, in cui si compilava un profilo, si raccontava qualcosa di sé e si chiedeva o metteva a disposizione degli altri un divano, una stanza o semplicemente un materasso per terra.

L’obiettivo non era solo risparmiare sull’ospitalità: alla base c’era innanzitutto il desiderio di conoscere persone del posto, entrando così in contatto con lo spirito più autentico dei luoghi, che non erano soltanto “da visitare” ma anche e soprattutto da vivere. Poi arrivò Airbnb, che in origine non aveva nulla a che fare con quello che conosciamo oggi: all’inizio, con pochi soldi, si dormiva davvero nel soggiorno di qualcuno, si faceva colazione insieme ai proprietari e si chiacchierava davanti a una tazza di tè. Anche BlaBlaCar nacque con una filosofia simile: condividere un viaggio in auto che qualcuno avrebbe fatto comunque. Non un servizio di trasporto professionale, dunque, ma una forma di collaborazione tra sconosciuti, e che, in parte, (r)esiste ancora.

BookCrossing, banche del tempo e Freecycle: il valore dello scambio

La condivisione gratuita non riguardava soltanto i viaggi. In quegli anni esisteva anche il BookCrossing: migliaia di persone registravano i propri libri online e poi li “liberavano” sulle panchine, in treno, al bar, con l’idea che le storie potessero attraversare e superare i confini passando di mano in mano. Chi li trovava poteva leggerli e rimetterli in circolazione, sempre in modo gratuito. E poi c’erano le banche del tempo, l’esperimento forse più radicale di tutti: ognuno offriva un “monte ore” mettendo a disposizione una propria abilità. Per esempio, in cambio di ripetizioni di inglese riceveva aiuto per montare un mobile o sistemare il computer.

Dalla fiducia alle piattaforme: cosa si è perso lungo il percorso

Non tutto, ovviamente, era perfetto. Alla base, però, c’era una visione quasi utopica, l’idea che la fiducia si possa instaurare anche tra sconosciuti, che non tutto debba essere mercificato e/o trasformato in prestazione. Poi qualcosa è cambiato, e alcune delle piattaforme nate proprio con questo spirito si sono trasformate in aziende milionarie: in questo nuovo contesto, la parola “sharing” è stata adattata a una forma di economia delle piattaforme, in cui gli algoritmi organizzano interessi e incontri, le recensioni determinano la reputazione, le commissioni crescono e ogni attività viene misurata e monetizzata. Di per sé non è necessariamente un male, ma qualcosa, lungo il percorso, si è perso: non tanto la promessa iniziale di non spendere o spendere meno, quanto quella di costruire relazioni.

Gen Z e condivisione offline: il ritorno della comunità

Ma sebbene – o, forse, proprio perché? – siano nati e cresciuti attraverso i “filtri” e i contenuti digitali, i ragazzi della Gen Z stanno (ri)scoprendo il valore della condivisione offline: crescono i club del libro nati sui social ma vissuti nel mondo reale; tornano i gruppi di cammino; si moltiplicano gli eventi di scambio vestiti, le community locali costruite attorno a passioni comuni. La generazione nata nell’online, insomma, oggi prova a far rivivere tutto ciò che non può essere sostituito da uno schermo: l’esperienza fianco a fianco, il tempo, la fiducia nel prossimo, lo spirito di comunità.

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