ABBONAMENTI

Questa casa non è un albergo: quando i figli adulti non se ne vanno

Ci sono verità difficili da ammettere. Come quella di Wanda, che a casa sua, tra figli adulti e marito sedentario, si sente soffocare. La “sindrome del nido pieno”, la chiama. E non riesce a liberarsi dai sensi di colpa

Donna sul balcone di casa

La giornata per me comincia sempre con la solita routine: sveglia alle cinque e mezza, qualche esercizio di yoga sul tappetino che ho messo in salotto, doccia.

La routine dell’alba: l’unico spazio tutto per me

Poi arriva il mio momento preferito, quando esco sul balcone e, nel silenzio della città che sta ancora dormendo, assaporo il mio latte (di soia) macchiato, rilassata e spensierata. Ascolto il canto degli uccellini, sento arrivare con lo scooter Nino, il proprietario del bar di fronte, respiro il profumo di quella Torino a due passi dal Po, molto umida e altrettanto romantica. Ogni mattina, osservando la sagoma della Mole Antonelliana da una parte e la collina dall’altra, penso che potrei passarci tutta la giornata, sul balcone. Da sola, senza dover parlare con nessuno, senza dover fare i conti con nessuno. E ogni volta mi sento in colpa per questa riflessione così sincera.

La nascita della nostra famiglia

Ma andiamo con ordine: mi chiamo Wanda, ho 57 anni e sono sposata con Mauro da 30. Quante cose abbiamo condiviso, io e lui: la laurea (io in Architettura, lui in Economia), il mutuo della casa, le prime esperienze lavorative, la malattia di sua madre, il progetto (non ancora realizzato) di aprire un agriturismo nelle Langhe, i soldi che a volte ci sono altre no. E poi, Clarissa e Giulio, i nostri figli, che oggi hanno 27 e 29 anni. Non dimenticherò mai i giorni in cui sono nati, la sensazione che quei due esserini urlanti avrebbero cambiato tutto tra me e Mauro.

Così è stato, in effetti, ma in modo diverso da come mi sarei aspettata. Se in principio stare dietro ai piccoletti, tra pappe e pannolini da cambiare, era una specie di maratona estenuante, adesso ovviamente Clarissa e Giulio adesso sono adulti, autonomi. Clarissa lavora per un’agenzia di comunicazione, Giulio sta muovendo i primi passi nel mondo della finanza. Sono due bravi ragazzi e sono fiera di loro.

«Questa casa non è un albergo»: quando i figli adulti non se ne vanno

Ma c’è anche dell’altro. Perché i miei figli sono appunto grandi e, di conseguenza, hanno bisogno di spazio per loro, per gli amici, per eventuali fidanzati e fidanzate… Tutto questo che cosa significa in concreto? Vuol dire che la nostra casa è un porto di mare. Il lunedì sera viene a cena da noi Susanna, la migliore amica di mia figlia, e il martedì Giulio invita sempre la sua ragazza. Quanto al mercoledì, Clarissa va a nuoto con la sua collega Marta e, siccome la piscina è vicina a casa nostra, molto spesso poi Marta si ferma a dormire qui… Potrei andare avanti così all’infinito, tra un ospite e l’altro. La situazione è così fuori controllo che, non lo nascondo, ultimamente sono tentata di pronunciare almeno tre volte al giorno la classica frase. «Questa casa non è un albergo!».

Comprare casa o andare in affitto? Il dilemma economico dei giovani d’oggi

Io e Mauro ne parliamo spesso e la soluzione sembra essere una sola: Clarissa e Giulio dovrebbero andare a vivere da soli. Già, ma con quali soldi? Noi non possiamo permetterci di comprare due appartamenti (neanche uno, per la verità) ai ragazzi, e sicuramente loro adesso non potrebbero ottenere un mutuo. Ripiegare sull’affitto? Non so, a me e a Mauro sembrano soldi buttati. Il risultato, comunque, è avvilente: io mi sento ostaggio in una casa sempre affollata. Un appartamento di un centinaio di metri dove a volte devo lottare perfino per riuscire a fare una doccia in santa pace. Neanche Mauro è sereno. Ma anche su di lui avrei qualcosa da dire.

La stanchezza nella relazione

Prima che mi sposassi, mia madre mi aveva ripetuto circa un miliardo di volte

Invecchiando, gli uomini diventano pigri, noiosi, pesanti

Ne le avevo creduto, ovviamente. Ma, a pensarci bene, forse mamma non aveva tutti i torti. Da giovane Mauro era un vulcano, per lui non esisteva altro che fare sport e, la sera, uscire con gli amici e fare baldoria in riva al Po, ai Murazzi. Adesso le cose sono un po’ cambiate: il massimo per lui è una serata davanti alla tivù e, quando subentra qualche impegno (anche solo una cena tra amici), si mette a borbottare fino a quando, esasperata, annullo tutto. Credo che sia inevitabile cambiare, anch’io non sono più la ragazza spensierata che ero a 20 anni. Ma, vuoi per una ragione vuoi per l’altra, il clima a casa nostra è davvero irrespirabile.

La sindrome del nido vuoto

Quante volte ho sentito parlare della sindrome del nido vuoto: i figli adulti lasciano la casa di famiglia e i genitori si sentono soli, tristi, malinconici.

Per molto tempo infatti mi sono domandata:

Come starò quando Clarissa e Giulio andranno a vivere da soli? Sarà difficile abituarmi alla nuova routine?

Non credo che sarà facile, per me, accettare che i ragazzi taglino il cordone ombelicale. Non sarà facile, ma è necessario che lo facciano, perché sono adulti. E comunque, come dicevo, se separarsi sarà impegnativo, non è che stare tutti sotto lo stesso tetto sia invece facile.

La sindrome del nido pieno e perché mi fa sentire in colpa

Fra marito sempre in poltrona, figli onnipresenti con amici & Co., il mio nido è fin troppo pieno. E io mi sento soffocare. Mi sento soffocare, cerco spazi e tempi tutti per me. Come l’alba sul balconcino di casa, per esempio. «Sembra il tuo monolocale» mi prende in giro Giulio. «Non mi stupirei se un giorno ci mettessi anche gli attrezzi per yoga e la televisione». Lo dice ridendo, mio figlio, ma le sue parole riflettono una verità che mi mette a disagio: all’interno di quell’appartamento caotico sto male. E non sono come cambiare le cose. Si parla tanto (e giustamente) di depressione post partum, dei disagi delle neomamme. Per contro, si tralasciano altri aspetti. Tipo che fare il genitore non è impegnativo solo quando tuo figlio dev’essere allattato o quando si fa l’inserimento al nido. Perché poi subentrano l’impegno della scuola (che quasi sempre coinvolge tantissimo madri e padri), i problemi legati agli amori e alle amicizie, l’incertezza del mondo lavorativo… 

I figli crescono e sentirsi inadeguate

Per quanto mi riguarda, mi sento molto più sola adesso di quando, per esempio, Clarissa aveva le coliche o Giulio non si attaccava al seno. Allora ero in ansia, certo, ma poi andavo dal pediatra e, tra una rassicurazione e un’altra, ritrovavo il mio baricentro. Adesso la situazione è tesa, spinosa. Mi sento a disagio ad ammettere che la vita con marito e figli mi va stretta, anche perché non abbiamo problemi concreti che possano giustificare il mio disagio.

E infatti a volte me lo domando: c’è qualcosa che non va in me? Sono forse una mamma inadeguata? Spero di no, ma temo di sì.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

NEXT