Il profumo delle rose riempiva vicolo Scaldasole, una stradina che percorrevo tutti i giorni al ritorno dal lavoro.
Il profumo di vicolo Scaldasole e la nostalgia dei vent’anni
La fragranza giungeva dai balconi e dai piccoli giardini dove crescevano roseti dai colori incantevoli: avorio, rosso scarlatto, giallo ocra, rosa con sfumature di fucsia. Verso sera, il profumo delle rose si confondeva con quello dei caprifogli e dei gelsomini. La brezza, giunta dal fiume, mescolava le essenze e la città intera era percorsa da un brivido misterioso. Tornava la stagione incantata: il tempo che languidamente scivola dalla primavera all’estate.
Sapevo ciò che ogni anno mi aspettava: una sottile inquietudine e la nostalgia di giorni pieni di promesse e di speranze. I giorni dei miei 20 anni… Non che fossi vecchia, erano trascorsi solo 12 anni da allora, ma le esperienze, il lavoro e le contrarietà di ogni giorno avevano cancellato in me la freschezza, l’ingenuità e l’entusiasmo di un tempo. E io sentivo il rimpianto proprio in quella magica stagione spensierata.
Una persona di buon cuore
Ero impiegata alle Poste, un buon lavoro che ogni giorno mi faceva incontrare tante persone: lo vivevo come “servizio” perché c’era sempre qualcuno che aveva bisogno di aiuto per compilare un modulo o confezionare un pacco nel modo giusto. Aiutavo volentieri tutti e, spesso, in cambio ricevevo sorrisi, ringraziamenti ed elogi che mi gratificavano. I miei colleghi dicevano spesso che ero “troppo buona” e che non valeva la pena esserlo con i maleducati boriosi di cui è piano il mondo. Lo affermavano più o meno tutti. Meno Federico, che discretamente e con timidezza mi faceva il filo. Quanto a me, ritenevo che quel commento fosse un giudizio ingiusto: le persone non sono tutte aride e molto spesso scoprivo davanti a me uomini e donne amabili e generosi.
Ammettere di essere troppo disponibili
A volte riflettevo tra me e me e mi chiedevo se il mio essere sempre dolce e disponibile fosse da addebitare alla mia situazione in famiglia: sono la primogenita e i miei due fratelli minori erano già fuori casa da un pezzo. Io vivevo ancora con mia madre, una donna autonoma e piena di iniziativa. Probabilmente ero stata io, la maggiore dei figli, ad assumere il ruolo dell’angelo custode, anche se nessuno me l’aveva chiesto. Per esempio, mi confortava sapere che, al rientro a casa, mamma trovasse sempre qualcuno (cioè me) ad attenderla. O, in fondo in fondo, ero io che non mi sentivo di vivere da sola in un appartamento? Ero una persona sincera e mi veniva spontaneo esserlo anche con me stessa.
Un incontro inaspettato: il passato bussa allo sportello
Anche quella mattina alle Poste avevamo lavorato tanto. Solo dopo le 12 i clienti si erano diradati e noi colleghi avevamo iniziato a respirare, a metterci più tranquilli dietro lo sportello e ad alzarci per un caffè alla macchinetta. A un certo punto entrò una donna sui 70 anni, elegante in un completo azzurro, i capelli bianchi corti, i lineamenti fini, l’aria severa, una borsa appesa alla spalla. Attraversò sicura il locale e si rivolse a me, che ero dietro lo sportello. Doveva spedire un pacchetto per raccomandata. Le consegnai il modulo da compilare e le dissi che, se avesse incontrato difficoltà, sarei stata a sua disposizione. Mi rispose, un po’ irritata ma cortese, che era anziana sì, ma che sapeva ancora cavarsela egregiamente. Un po’ mortificata pesai il pacco, scorgendo l’indirizzo del mittente e del destinatario.
Le coincidenze della vita
Trasalii leggendo quello del mittente: Anna M., vicolo Scaldasole 18 e poi il nome della nostra piccola città. Strana coincidenza: il nome della via che amavo e il cognome di una persona che aveva riempito la mia giovinezza. Non commentai, non dissi nulla. Comunicai il costo della spedizione e stampai il modulo della ricevuta. Intanto, di sottecchi, osservavo la donna. Aveva occhi di un verde opaco (forse brillante in passato), mani curate, gesti lenti ma sicuri. Mi pareva vagamente di aver già visto altrove quella fisionomia. Un’espressione simile, gli occhi e la fronte uguali. La signora se ne andò veloce com’era venuta e io rimasi assorta, a rovistare nella mia memoria.
Naturalmente, durante il ritorno a casa passai per vicolo Scaldasole e cercai in fretta il civico 18. Si trattava di una villetta anni Cinquanta, sobria, un po’ triste, dipinta di un giallino scolorito. Solo il giardinetto era carino, vivo, perché era stato zappato con cura. Lo osservai attraverso i rami di gelsomino che si aggrappavano al recinto. Vicino all’ingresso erano stati piantati piccoli cespugli di rose ancora scarsi di fiori e una pianta di limone in vaso accudiva i gradini che permettevano di accedere alla porta d’ingresso. Tutto indicava che la signora M. amava moltissimo le piante. Non mi trattenni più di tanto per non dare nell’occhio, sempre ammesso che qualcuno stesse guardando dalle finestre e potesse accorgersi di me. Mi domandavo dove avessi già visto il volto di quella donna.Ma la risposta (perché non confessarlo?) l’avevo già trovata.
Lui. Gabriele. Occhi verdi, fronte alta. E sorriso incantevole. La donna poteva essere sua madre, che si firmava con il cognome del marito. Mi proposi d’indagare segretamente: il vicolo era abbastanza corto e non sarebbe stato difficile saperne di più sui suoi abitanti. Proseguendo il cammino, rallentai il passo e intanto lasciai spazio ai ricordi, che affioravano importuni.
La storia con Gabriele: quando le scelte degli altri cambiano la vita
Avevo amato tanto Gabriele. Quando l’avevo conosciuto, lui era uno studente di Medicina nella mia città universitaria, mentre io frequentavo l’ultimo anno di Ragioneria. Ci eravamo incontrati a una festa tra amici e iniziammo a frequentarci fin da subito. Andavamo d’accordo nonostante qualche anno di differenza: eravamo innamoratissimi. La mia vita era tutta in discesa grazie a lui: diventai lieta, positiva, brillante, dinamica. Mi sentivo piena di promesse, di speranze, di comprensione verso gli altri. Nulla mi poteva ferire, ostacolare, intristire perché ero la “donna” di Gabriele! Anche Gabriele era felice: continuava gli studi senza difficoltà, era di buonumore, mi cercava sempre. Di cos’altro avevamo bisogno?
Un brutto imprevisto
Ma, proprio quando il nostro rapporto stava diventando importante, accadde qualcosa di impensabile e facemmo i conti con un ostacolo grande, che diventò presto insormontabile: l’opposizione alla nostra storia dei genitori di Gabriele, soprattutto la madre. Lui me ne parlò una domenica sera, di ritorno da una visita ai suoi, che ai tempi abitavano in una città a circa 200 chilometri dalla mia. Gabriele mi assicurò che non era un problema, che avrebbe smosso anche le montagne pur di stare con me, che il tempo avrebbe risolto la resistenza dei suoi genitori. Io però mi allarmai non poco e, da quel momento, la mia vita non fu più quella di prima.
Velocemente la situazione precipitò. Gabriele mi disse che si era fatta viva una sua vecchia fiamma dell’adolescenza, figlia di amici di famiglia. Mi raccontò che i suoi genitori stravedevano per quella giovane, che consideravano un buon partito dal momento che suo padre era il primario all’ospedale locale. Tutto il discorso fu accompagnato da vaghe rassicurazioni e da frasi dense di risentimento, che mi comunicavano il dispiacere di Gabriele verso una situazione che reputava ingiusta, sbagliata. Le sue parole avrebbero dovuto rassicurarmi. Ma l’amarezza e il campanello d’allarme che sentivo risuonare dentro di me, sommati alle sempre più frequenti visite di Gabriele a casa sua, facevano aumentare il mio sconforto di giorno in giorno. Gabriele si laureò e poi, prevedibilmente, tornò nella sua città.
I nostri incontri si fecero radi, sembrava che stessimo perdendo l’intimità e la gioia di vederci. Alla fine, il mio ragazzo mi disse che avevano vinto i suoi genitori, che non poteva opporsi alla loro volontà dato il grande impegno che si erano sobbarcati per sostenere i suoi studi. In seguito, non seppi più nulla di lui, né indagai. Mi chiusi in me stessa, incapace di lasciarmi andare a un nuovo amore.
Poi, partecipai a un concorso delle Poste e lo vinsi: ottenni il posto che occupo tuttora.
Il ritorno di Gabriele e la voglia di rimettersi in gioco
Neanche a farlo apposta, il giorno seguente rividi la donna della raccomandata, intenta a trafficare in giardino mentre passavo. La salutai con la mano, senza fermarmi, e lei si avvicinò al recinto. Mi parve desiderosa di conversare, aveva un atteggiamento disponibile e tranquillo. Allora, mi fermai qualche minuto a parlare con lei. Mi raccontò di abitare in quella villetta da poco tempo, di essersi trasferita lì perché il figlio Gabriele, medico, era diventato primario nell’ospedale della città. Bingo! Proprio ciò che avevo intuito.
«Sa, ora vive con me» mi disse con aria rassegnata. «Poi troverà un appartamento più adeguato alla sua professione… Si è separato da qualche mese e ha due figli ancora piccoli che vivono con la madre». «Oh, capisco…» risposi, cercando di tenere a bada ironia e sarcasmo. «Questo quartiere è troppo popolare per un primario… Anche se a dire il vero è pieno di giardini e di graziose abitazioni». «Vedo che ha capito… Mio figlio gioca a golf e vorrebbe un’abitazione vicina al campo dove si allena. Nel tempo libero ha bisogno di distrarsi, la separazione l’ha stremato». «Oh, capisco anche questo, cara signora…» scandii a voce alta, congedandomi.
Una spolverata ai ricordi per darsi delle risposte
Continuai a camminare con mille pensieri che mi frullavano per la testa e il cuore in subbuglio. Erano trascorsi tanti anni e credevo di aver dimenticato… Eppure adesso il ricordo di Gabriele sembrava più vivo che mai. Possibile che il ricordo del nostro amore fosse solo coperto dalla cenere della malinconia per ciò che avrebbe potuto essere e non era stato? Cercai di tornare lucida: Gabriele era libero da legami di coppia, affermato nella sua professione.
E prima o poi l’avrei visto nel giardino di sua madre. Di nuovo avrei sentito la sua mano raccogliere la mia, avrei visto i suoi occhi cercare i miei, il suo corpo avvicinarsi al mio… Ero certa che sarebbe andata così, conoscevo il mio ex molto bene.
Nei giorni seguenti mi prese la frenesia di rimettermi in gioco: andai dall’estetista e ci rimasi un pomeriggio intero, poi prenotai da un parrucchiere del centro e cambiai colore di capelli. Acquistai un abito a fiori, tutto margherite e myosotis.In ufficio mi accolsero come se fossi una diva! I miei colleghi mi dissero che quasi non mi riconoscevano, mi elogiarono e conclusero che stavo benissimo e sembravo una ragazzina. Federico mi guardava incantato senza riuscire a proferire parola, non mi toglieva gli occhi di dosso…
E poi, successe veramente: passai davanti alla casa di vicolo Scaldasole in un giorno particolarmente caldo, quando anche camminare da quelle parti riusciva faticoso perfino a me. Scorsi Gabriele seduto in giardino a leggere. Riuscii a vedere che era abbronzato, che aveva messo su un po’ di chili… Il suo profilo era sempre quello, le mani che tenevano il libro erano affusolate e bellissime, proprio come le ricordavo.
Nonostante fossi tentata, non lo chiamai.
Volevo prendermi qualche giorno per abituarmi alla sua presenza e riflettere sul da farsi. Ero tanto emozionata, ma anche un po’ dubbiosa. Lo rividi una seconda volta la settimana dopo, ma passai oltre, nascondendomi dietro il fitto intrico dei gelsomini. Poi una terza volta e ancora camminai veloce per non farmi riconoscere. Gesti istintivi, del momento. Ma non potevo fare a meno di chiedermi che cosa mi stesse succedendo. Ero diventata improvvisamente timida di fronte a lui, l’uomo che mi aveva lasciato per sposare l’erede di una famiglia facoltosa, il figlio che non voleva rattristare i genitori, il nuovo primario dell’ospedale cittadino? Successe, poi, che per una settimana evitai vicolo Scaldasole.
Avevo bisogno ancora di tempo per riflettere, per decidere.
Scegliere il presente: la fine del rimpianto e un nuovo inizio
Ma, uffa, quanto ci voleva? Di quanto tempo avevo bisogno per accorgermi della verità? Quando feci chiarezza dentro di me, capii che era tutto semplice, lapalissiano: Gabriele era una persona che non faceva per me.
Infatti non avrei più potuto rivivere un amore che in passato era stato ostacolato da valori che non condivido, da egoismi che spargono solo dolore, da legami familiari disfunzionali. Gabriele aveva scelto tanti anni prima. Io sceglievo adesso, finalmente! Avrei percorso ancora vicolo Scaldasole, beandomi del profumo e dei colori di quel quartiere, indifferente a chi abitava al numero 18. Senza scappare, con fermezza e serenità. Ma, soprattutto, ero finalmente pronta a fare una bella gita al lago in compagnia di Federico, che m’invitava ormai da una settimana.
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