Ci sono emozioni che sorprendono anche chi ha passato una vita sotto i riflettori. Valentina Vignali ha giocato davanti a palazzetti pieni, ha sfilato, lavorato in tv, affrontato un tumore, convissuto con il giudizio dei social.
Pensava di sapere cosa significasse gestire la pressione.
Poi è arrivato il giorno del suo matrimonio con Fabio Stefanini e, pochi minuti prima di entrare, si è ritrovata a pensare di poter svenire. Da quel “sì”, celebrato il 21 giugno, parte una conversazione che però va molto oltre le nozze. Si parla di seconde possibilità, di sport, di body shaming, di futuro e di quella serenità conquistata dopo anni trascorsi sempre sotto gli occhi degli altri.
Perché dietro l’immagine della modella, della creator e della cestista c’è una donna che oggi dice di avere finalmente capito che il successo più grande non è accumulare traguardi, ma riuscire a proteggere ciò che conta davvero.
Qual è l’immagine che ti porterai dentro del giorno del matrimonio?
«A essere sincera, circa venti minuti prima di entrare mi è presa una forte ansia. Io non sono una persona che si agita, anzi, sono molto in controllo e abituata a stare sotto pressione, sia per il lavoro sia per le partite. Mi è capitato tante volte di fare dei red carpet o giocare in palazzetti pieni di gente. Quando vedevo le mie colleghe o amiche nel panico ai loro matrimoni io ero tranquillissima, eppure un quarto d’ora prima di entrare alla mia cerimonia mi sentivo quasi svenire. Sono andata a prendere dell’acqua con il Polase perché ho pensato: “Adesso svengo”. Era un carico emotivo fortissimo. Poi, un altro momento molto lucido ed emozionante è stato quello delle promesse».
Dopo undici anni vi siete ritrovati. Hai mai pensato che sarebbe successo?
«Noi siamo stati insieme due anni, dal 2011 al 2013. Eravamo piccolini… L’ho lasciato io e ci eravamo lasciati abbastanza male. Non ci siamo più rivisti per undici anni, fino al 2024. È assurdo, perché nel giro del basket ci si incontra facilmente, invece lui ha giocato in giro per l’Italia, io pure, e non è mai successo. Ci siamo rivisti due anni fa, il 21 giugno, in un campetto a Rimini. Lui stava giocando, io ero lì con delle amiche ed è ripartito tutto. Sembra proprio che fossimo destinati, ma che prima non fosse il momento giusto».
Lo sport è stato il filo conduttore della vostra storia. Cosa ha insegnato a te, come donna?
«Venendo da un ambiente lavorativo instabile come quello della moda e dello spettacolo, che spesso è tagliente, pericoloso e dove non è tutto oro quel che luccica, lo sport è sempre stato un pilastro di valori, fatica e rapporti veri. Quasi tutte le mie amicizie più autentiche vengono dalla pallacanestro. Nello sport ho imparato a gestire la fatica e lo stress: sento di poter sopportare molto di più a livello emotivo e di carico di lavoro. Secondo me un buon atleta diventa anche un ottimo lavoratore quando smette di giocare. E poi ti insegna il lavoro di squadra».
Da bambina sognavi una carriera nel basket o ti vedevi già nel mondo della moda?
«In realtà da bambina volevo fare la benzinaia o la veterinaria! Ho iniziato a giocare a basket a 8 anni. Prima avevo fatto danza per qualche anno, ma ero ridicola perché ero troppo alta, ci andavo solo per non sentirmi da meno rispetto alle mie compagne di scuola.
Poi mi arrivò una lettera per il minibasket misto. Ho provato, ho visto che la mia altezza e il mio corpo mi aiutavano e ho continuato, senza però l’obiettivo fisso di diventare una cestista. Con la moda è stato lo stesso. Quando avevo 15 anni, un’amica milanese dei miei genitori, vedendomi così alta e magra durante le vacanze estive a Rimini, disse che dovevo assolutamente fare un concorso di bellezza o andare in un’agenzia.
Io all’epoca ero un vero “camionista”: ho un fratello maschio e passavo le estati con i suoi amici a giocare a calcio, a basket e a tirarci la sabbia addosso. Non ero proprio il tipo da concorsi».
E com’è iniziata?
«Mi iscrissero a questa sfilata in spiaggia dove si vinceva un contratto con una buona agenzia di moda. Avendo vinto, mi presero e da lì è iniziato tutto. Avevo 15 o 16 anni, mia madre mi accompagnava a Milano per i primi casting, sfilate e servizi fotografici. Poi le cose sono diventate sempre più importanti, fino all’arrivo dei social».
Te lo aspettavi?
«Ho sempre avuto una predisposizione per la comunicazione, all’asilo presentavo le recite con il microfono a tre anni, ma non mi aspettavo che tutto questo avrebbe preso una piega simile».
Hai sempre detto quello che pensavi. È stato un vantaggio o un limite?
«È un cinquanta e cinquanta. Io sono una persona che divide: o mi adorano o sto sul cazzo. Ho una personalità forte, non sono accomodante, non faccio complimenti falsi se non mi trovo bene con qualcuno; piuttosto lo ignoro. Questo non piace a tutti, ma mi dà la certezza che le persone che mi stanno vicino apprezzino la mia schiettezza e sincerità. Anche prendere posizione pubblicamente su vari temi oggi è divisivo, perché nessuno vuole più sbilanciarsi, ma fa parte di me».
I social, però, hanno anche mostrato il loro lato peggiore.
«Sicuramente sui social mi sento più sotto pressione che sul campo. In campo la pressione non mi ha mai destabilizzata del tutto. I social, invece, sono un ambiente molto più malsano. Devi leggere e mandare giù tante cattiverie estremamente fastidiose».
Hai vissuto anche un periodo di forte body shaming.
«Tantissimo. Io mi sono operata per un tumore alla tiroide nel 2013. Negli anni successivi ho avuto grossi sbalzi di peso e scompensi. Quando sono entrata al Grande Fratello ero a sei anni dalla post-operazione e mi sono ritrovata in un ambiente chiuso dove non potevo allenarmi e sono ingrassata più di dieci chili. Quando sono uscita mi hanno detto di tutto. Io fortunatamente ho le spalle larghe, sono risoluta e realizzata, quindi mi scivola addosso. Però questa cosa mi spaventa molto se penso ai ragazzini o alle persone più fragili e insicure. Per questo negli anni ho cercato di parlarne spesso: per evitare che si facciano commenti sul corpo delle persone, specialmente sul peso».
Se una ragazza volesse costruirsi una carriera tra sport e comunicazione, quale consiglio le daresti?
«Le direi di mantenere l’equilibrio tra i due mondi, perché uno cercherà sempre di togliere qualcosa all’altro. Quando giocavo a basket, ho sempre mantenuto la mia femminilità. Viceversa, quando andavo a sfilare mi capitava di arrivare in tuta e sneakers e nel mondo della moda mi rimproveravano per le movenze o per come mi sedevo. Io ho mantenuto questo equilibrio e secondo me è stata la chiave vincente. Bisogna essere se stessi senza farsi schiacciare dagli stereotipi».
Oggi che hai raggiunto tanti traguardi, hai un altro obiettivo che sogni di realizzare?
«È una bella domanda. In questi anni ho lavorato per ottenere cose molto semplici: un futuro stabile, una bella casa, sposare l’uomo che amo. In realtà quello che voglio ce l’ho già. Vorrei solo continuare ad avere quello che ho, curarlo e proteggerlo. Non sogno ville a Miami, mi basta mantenere questo equilibrio e portarlo avanti. Tra un po’ vorrei anche fare l’orto a casa, ma stando sempre in giro per i viaggi di Fabio è difficile. Aspettiamo che lui smetta, così faremo l’orto di “nonna Vale”».
Come vorresti essere ricordata? Come cestista, modella o creator?
«Una cosa sola non mi basta, mi sono sempre divisa a metà tra la moda, lo spettacolo e la pallacanestro. Penso che una parte non esisterebbe senza l’altra. Tra l’altro, i miei mi hanno dato il doppio nome proprio per questo: mia madre voleva Valentina, mio padre Viola, e li hanno uniti. All’anagrafe sono Violavalentina, tutto attaccato. Da piccola i nonni hanno iniziato a chiamarmi Valentina ed è rimasto quello, ma in teoria dovrebbero chiamarmi tutti Viola».
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