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Beba: «Ho paura di rinnamorarmi»

Nel nuovo album, la rapper torinese Beba trasforma i tarocchi in un racconto personale fatto di fragilità, relazioni tossiche, ambizione e desiderio di libertà. Un viaggio intimo e senza filtri che diventa anche un manifesto di autenticità femminile

La rapper Beba
CREDITS: Pietro Gattu

Ti è mai capitato di farti leggere le carte? Fidati e proviamo a farlo insieme: immagina di entrare in una stanza dai toni caldi. Ad accoglierti c’è un’artista pronta a girare un tarocco dopo l’altro, rivelando qualcosa di sé ma, forse, anche di noi. Perché dietro ogni simbolo, ogni traccia e ogni immagine evocata, c’è soprattutto una persona che sceglie di mettersi a nudo. E Beba (Roberta Lazzerini), classe ’94, lo fa nel suo ultimo album L’imperatrice, uscito l’8 maggio. Il progetto, composto da 15 tracce, parte da Il Matto e arriva fino a Il Mondo, seguendo il filo simbolico dei tarocchi come un percorso personale e artistico. Tra desideri nascosti, rapporto con il successo, autostima, famiglia, dolore e relazioni, l’artista torinese lascia emergere lati di sé sempre più genuini. Ed è proprio questa autenticità ad averla resa, negli anni, uno dei nomi più interessanti della scena urban italiana. Dopo i primi street single e la partecipazione a numerosi eventi hip hop, nel 2017 unisce il proprio talento a quello di Rossella Essence, dando vita al primo duo femminile rap/hip hop. Nel 2019 Beba diventa la prima rapper a partecipare a Real Talk, storico format culto della scena urban, firmando una delle puntate più viste. Poco dopo arriva anche la partecipazione al Machete Mixtape 4, che la rende la prima donna a entrare nell’universo della crew fondata da Salmo, Slait ed Hell Raton. Un percorso costruito con determinazione, coerenza e con la volontà di far emergere, sempre, la propria voce.

Ascoltando le tracce arriva tantissima sincerità.

«È un tassello della mia idea di artista ed è il risultato di un grande lavoro che ho fatto su di me e di diverse situazioni complicate affrontate in questi anni. Oggi sono arrivata a un punto per cui è imprescindibile che ci sia una grandissima dose di verità (anche quando non mi conviene) in tutto ciò che faccio e dico. Direi che è una necessità per coesistere con questo ambiente molto fittizio».

Come mai il titolo L’imperatrice?

«Il concept dell’album è quello dei tarocchi. L’imperatrice è una carta simbolo di creatività e potenza femminile, valori che cerco di portare avanti. C’è anche un po’ di “presunzione”, che è insita anche nel genere che faccio».

Potremmo dire una provocazione positiva?

«Sì. Ora che finalmente ci sono un po’ di artiste nell’ambiente del rap femminile, l’industria discografica ha questa tendenza nel dover costantemente eleggere la numero uno ed è un atteggiamento che reputo nocivo perché, in un settore già di suo competitivo, alimenta ulteriormente quello spirito. Ognuna può essere capostipite del proprio sottogenere senza dover essere la più brava di tutte. Ci tengo a specificare, quindi, che l’imperatrice non è la regina, esula da certe gerarchie. Ho voluto unire tutti questi significati per dar vita a un manifesto di una donna libera, che fa senza chiedere permesso».

Ma tu ci credi ai tarocchi?

«Da torinese è insita in me una buona dose di esoterismo. Da sempre. Anche mia mamma è molto appassionata. Confesso che ho prima scritto il singolo Imperatrice con il desiderio di trasmettere questo manifesto identitario e da lì il nome all’album e tutto il concept».

Beba e i pregiudizi sul rap al femminile

In Intro dici: «Sono molto più profonda dei miei testi». È una frase che sembra rispondere ai pregiudizi che circondano il rap.

«Quella frase racconta bene sia il modo in cui viene percepita la mia musica sia il modo in cui vengo percepita io. Da quando sono piccola mi sento dire che risulto diversa quando mi si conosce davvero o che sembro meno di quello che sono».

Prima accennavi alla competizione, qual è la tua esperienza?

«Ho iniziato in un momento storico in cui non c’erano donne che facevano questo di mestiere. Non esisteva nemmeno l’idea di poter competer con gli uomini. La vera sfida era semplicemente esserci e riuscire a essere presa sul serio. Quando ho mosso i primi passi non mi consideravano un’artista, ma una mascotte, una carina che voleva fare la rapper».

Sei stata un’apripista.

«Mi sento di aver contribuito molto nel creare dei modelli di riferimento in questo ambiente; ciò che, invece, a me è mancato».

Secondo te cosa manca ancora oggi perché le donne nel rap vengano percepite in modo diverso?

«Il discorso è complesso e non ho la risposta in tasca. Mi piacerebbe vedere più solidarietà tra donne, perché spesso, per emergere, si finisce ancora per collaborare soprattutto con gli uomini. Credo però che una parte importante del cambiamento passi anche dal tempo: oggi il pubblico si sta abituando all’idea delle rapper, va ai loro concerti e le ascolta con uno sguardo diverso. E per questo sono fiduciosa: sono cambiate talmente tante cose da quando ho iniziato quattordici anni fa e penso che tra cinque anni saremo ben messi».

Superare l’insicurezza con la musica

Citando sempre Intro: «Il paradosso di un artista è che è pieno di insicurezze […] e quanto valgo ora lo sceglie il pubblico». Pensi di aver sconfitto qualche insicurezza grazie alla musica?

Ricevo tantissimi messaggi da ragazze, ma anche da ragazzi, che mi raccontano di sentirsi più sicuri grazie alla mia musica o di riuscire, ascoltandomi, a entrare in contatto con una parte più forte di loro stessi.

«Se mi chiedessero perché scrivo canzoni, credo che questa sarebbe una delle risposte più sincere. Il discorso sul pubblico nasce proprio da qui: dal fatto che, nel momento in cui le persone riconoscono valore in quello che fai, finiscono in qualche modo per legittimare anche te come artista. Se la tua musica viene ascoltata, allora puoi vivere di questo lavoro e sentirti riconosciuta. Allo stesso tempo, però, mi chiedo chi sia effettivamente il pubblico per poter decidere delle tue sorti».

L’amore, la gavetta, i social secondo Beba

In diversi brani affronti il tema delle relazioni tossiche…

«Negli ultimi anni ho parlato molto di relazioni nelle mie canzoni. L’amore, nel bene e nel male, è stato qualcosa di totalizzante nella mia vita. Ci sono stati momenti in cui sentivo che, se non avessi scritto di certe emozioni, non sarei riuscita a scrivere di altro: era un modo per liberare la mente e dare un senso a quello che stavo vivendo. Sapere poi che qualcuno, ascoltando le mie parole, sia riuscito a riconoscere alcuni atteggiamenti o situazioni mi ha fatto piacere».

In Trinity scrivi: «Ora so brillare anche senza stare in cielo». Cosa significa per te?

«Sono arrivata a un punto della mia carriera in cui mi sono liberata dall’idea di essere definita solo da quanto in alto si arriva in classifica. Non siamo ciò che facciamo: quello è solo una parte delle nostre sfaccettature. Oggi ho imparato a risplendere, a essere fiera di ciò che ho fatto e a viverlo con serenità».

In questo viaggio musicale fai riferimento anche alla gavetta.

«Parlo degli anni tra il 2014 e il 2019, quando non bastava “imbroccare” un contenuto su TikTok per diventare famosi. Bisognava prima farsi conoscere nella propria città, e solo dopo provare a portare quel nome in giro per l’Italia. Contavano i concerti, la capacità di tenere il palco, di dimostrare competenza. In quel periodo mi sono messa molto in gioco ed è stato decisivo per il mio percorso. Ci sono stati anche momenti in cui mi sono un po’ persa, perché ho sempre fatto tutto da sola, senza avere accanto persone che mi aiutassero a prendere decisioni più lucide. Oggi, però, sono contenta dell’artista che sono diventata, al di là di tutto».

Fare terapia richiede coraggio

È molto forte 2k lacrime in cui dici: «Ho paura di rinnamorarmi». È ancora così?

«L’ho scritta poco tempo fa, dopo la fine della mia ultima relazione, che mi aveva portata in una fase di grande infelicità. Fotografa proprio quel momento di passaggio, immediatamente successivo alla chiusura. Nella mia esperienza ho avuto solo storie disfunzionali e la paura nasceva anche da quello schema che si ripeteva. Oggi, però, mi trovo in una situazione completamente diversa: ho lavorato molto su me stessa e sono cambiata profondamente».

L’arte ma anche la terapia aiutano. Riuscire a guardarsi con uno sguardo più amorevole è frutto di questo lavoro?

«Sono una grande fan della terapia e la seguo da molti anni, anche se non è stato semplice trovare la persona giusta. La musica per me è uno spazio fondamentale per elaborare e mettere ordine nei pensieri, ma non ha una funzione “curativa” in senso stretto: l’analisi agisce su un altro piano».

Secondo te c’è ancora un tabù a riguardo?

«Più che un tabù, credo che la difficoltà vera sia guardarsi allo specchio. Richiede coraggio e una forte volontà di non stare più male. Serve anche una dose di amor proprio per riuscire a guardarsi dentro e cambiare le dinamiche che non ci fanno stare bene».

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