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Stefania Auci: «Facciamo la spesa insieme?»

Pane e mandorle sgusciate, prosciutto e uva. Una passeggiata a fare compere tra un negozietto e l’altro è la straordinaria occasione per conoscere la regina delle saghe, che ha conquistato il mondo con la “sua” famiglia Florio

la scrittrice Stefania Auci
CREDITS: zampediverse

Che mondo affascinante, quello delle interviste! Incontri un attore, una sportiva, un artista o una scrittrice magari per la prima volta e quella persona ti apre la porta della propria vita. A modo suo. Ed ecco perché c’è chi ti offre un caffè, chi ti mostra le foto dei figli, chi nel frattempo fa altro. La siciliana Stefania Auci, autrice best-seller dell’emozionante e fortunata saga dei Florio, m’invita davvero a entrare nel suo mondo, e lo fa nella maniera più genuina e sincera che si possa immaginare: si fa accompagnare a fare la spesa in un negozietto poco lontano da casa dove tutti conoscono tutti. Ed è così che le prime parole che sento da lei profumano di quotidianità: «Due zucchine e due peperoni, grazie». Ma mentre ordina un po’ di questo e un po’ di quello, tra 50 grammi di prosciutto crudo sgrassato e 100 di “provoletta”, la scrittrice non perde la concentrazione e, aperta e disponibile, è pronta a raccontarsi con serenità e tranquillità.   

L’ultimo capitolo de L’alba dei Leoni

È stato impegnativo scrivere quest’ultimo, meraviglioso capitolo della saga, L’alba dei Leoni?

«Ho dato “oltre l’anima” per questo romanzo e ho sentito un po’ di pressione. Ma per fortuna la casa editrice con cui pubblico (Casa Editrice Nord, ndr) è stata bravissima a proteggermi, anche rispettando i miei tempi. Però, ovviamente scrivere un romanzo è impegnativo. In questo caso, mancando alcuni dati storici, ho dovuto completare la narrazione con elementi creativi. Un aspetto che in certi momenti mi ha fatta sentire un po’ in difficoltà».

Quando componi scrivi di getto oppure il lavoro è più lento e ponderato?

«Quando comincio una storia è come se io e lei camminassimo insieme, ma so che sarà un processo anche doloroso e logorante, in cui capita di dover cancellare e riscrivere. Succede quando una frase o un capitolo non ti “suonano”. Oppure quando l’editor ti chiama e dice: “Non ci siamo, questa parte non è alla tua altezza”. E tu allora che fai? Ti “pesa un po’ il culo” (ride, ndr), ma ti rimetti all’opera con tanto impegno».

Un po’ come nella vita, in cui non sempre tutto va come dovrebbe.

«La vita è un gran casino in cui il tempo non basta mai e ci sono giornate sì, giornate no e giornate forse. È un po’ come quei giochi per bambini in cui devi mettere la formina nello spazio giusto. E, ovviamente, non sempre ti riesce».   

Stefania Auci: così nascono i suoi personaggi

Le tue storie sono intense e coinvolgenti. E tuoi personaggi affascinanti, sfaccettati: come riesci a forgiarli?

«In loro metto magari la caratteristica di un amico o di un conoscente. Ma a volte capita che un personaggi ti “scappi” e tu devi lasciarlo andare, accettare che prenda la sua strada. Devi chiedergli: “Che cosa ti aspetti da me, dove mi vuoi portare?”. E il gioco si fa ancora più duro quando un protagonista è una persona realmente esistita e dunque ti senti in dovere di fare di tutto per non “darle fastidio”. Non è facile, te lo assicuro».

Come ti senti quando finisci un’opera? Soddisfatta, sollevata, un po’ triste…?

«È un po’ come se fosse un funerale, ma bello. Il congedo giusto nel momento giusto».

Sei una straordinaria autrice e, dunque, sicuramente anche una lettrice appassionata. Che cosa rappresentano i libri per te?

«Diverse volte mi hanno salvato la vita e aiutata a scollinare momenti dolorosi. Un esempio? Sarò per sempre grata alla saga di Harry Potter (in particolare Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, che ho riletto tantissime volte di fila), che ha rappresentato tanto per me. Anche se, per quanto mi riguarda, è stato deludente l’approccio di J.K. Rowling nei confronti delle persone trans e non binarie».

Tra famiglia, sport e libri

Parlando della tua vita, si dice che tu sia una persona mattiniera e che ti svegli tutte le mattina alla cinque…

«Confermo. Amo alzarmi presto, prendermi il mio tempo mentre il resto del mondo sta ancora dormendo. Faccio colazione con la “santa calma”, poi mi dedico alle faccende di casa, perché ho un aiuto, ma solo una o due volte alla settimana, dunque devo pensarci anch’io. Poi, comincia la giornata vera e propria: vado a scuola (è un’insegnante, ndr), poi lavoro a casa e faccio attività fisica. Non ridere di me, ma quest’ultimo aspetto è cruciale: mai togliermi lo sport, altrimenti ringhio e mordo! Infine, arriva tutto il resto: il gommista, il meccanico, le camicie da ritirare in tintoria…».

In queste giornate così piene dove si colloca la scrittura?

«La considero come una sorta di “altra vita”, quella da scrittrice».

Lavori come insegnante: è sempre stato il tuo sogno?

«Non esattamente. Dopo la laurea in Giurisprudenza avevo conseguito l’abilitazione all’avvocatura, ma poi mi sono resa conto che si trattava di una carriera non di certo amica delle donne, soprattutto di quelle che magari desiderano avere uno o due figli. Molte amiche e conoscenti che avevano scelto quella strada mi avevano detto che poi alla fine i bambini te li dovevano crescere le baby-sitter e che il lavoro ti assorbiva completamente». 

Com’è andata a finire?

«Mi sono avvicinata al mondo della scuola, che ora per me rappresenta un discorso di passione e pragmatismo. Sono diventata un’insegnante di sostegno, un ruolo che considero prezioso e molto gratificante. Infatti, soprattutto se passi molte ore nella stessa classe riesci a costruire un ambiente sereno e affettuoso. In generale, la vita a scuola mi offre tanto, perché per esempio mi permette di osservare e capire meglio la società e i giovani».

Gli adolescenti di oggi respirano incertezza

Come ti sembrano i ragazzi di oggi, sempre più spesso criticati?

«Passando del tempo con loro si respira disorientamento e incertezza. Fermo restando che l’adolescenza è una brutta bestia sempre e comunque, ho l’impressione che oggi i ragazzi vorrebbero tantissimo credere in qualcosa, ma non trovano nulla che li coinvolga, che li appassioni, che il faccia sentire parte di un gruppo. Ai miei tempi era diverso: c’era chi viveva per la politica, chi aveva la parrocchia… In più, adesso ci sono anche i social, che di sicuro non aiutano, perché esasperano le difficoltà, contribuendo a creare situazioni ancora più spinose».

Hai figli?

«Sì, ma sono ormai grandi e indipendenti. Prima di scegliere di diventare madre mi sono presa i miei tempi, ho aspettato di trovarmi nel momento giusto con le condizioni giuste». 

Hai scelto di restare nella tua terra, in Sicilia…

«Esatto. L’ho fatto per gli affetti. So che qui ci sono tanti problemi, ma ho preso la mia decisione. E poi, vuoi mettere? Magari hai avuto la peggiore delle giornate, ma prendi la macchina e in un quarto d’ora sei al mare».

Hai studiato Giurisprudenza a Trapani, giusto?

«Sì, ed è stata un’esperienza indimenticabile. Ricordo ancora l’università, proprio davanti alla spiaggia. C’erano ragazzi che si presentavano agli esami in pantaloncini e ciabatte».

Abbiamo finito la spesa, immagino che sia il momento di salutarci. Ma ho un’ultima domanda: cosa pensi di tutte le persone che paragonano la saga dei Florio a Il Gattopardo?

«Mi ha colpito moltissimo l’opinione di un giornalista francese secondo cui i miei romanzi sono Il Gattopardo raccontato dal punto di vista dei Sedara».

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