ABBONAMENTI

Milena Mancini: «Resto una studentessa»

Dalla danza alla recitazione (e non solo), Milena Mancini è un’artista poliedrica. Che qui, tra un viaggio in auto e tanti impegni, si racconta: progetti, idee, riflessioni… E uno spunto da cogliere al volo: dobbiamo tutte imparare ad amarci

L'attrice Milena Mancini
CREDITS: Ph Davide Gallizio/Mondadori

«Sai che ho una macchina che si chiama Gianna?» dice salendo in auto. Chi conosce Milena Mancini ha ben presente il suo sprint contagioso e il suo spirito creativo. Sentendo il nome che ha dato alla sua vettura s’immagina facilmente la scena, sembra di essere proprio lì con lei, sul sedile del passeggero. Parlando di lavoro, la carriera si costruisce sulla lunga distanza e lei ne sa qualcosa, avendo cominciato con la danza (come ballerina nei tour di Kylie Minogue, Robbie Williams e Ricky Martin) e poi con i primi ruoli al cinema agli inizi del 2000. Sono trascorsi dieci anni da Il più grande sogno di Michele Vannucci, che l’ha vista co-protagonista. Subito dopo ha lasciato il segno con La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo e da lì la strada è stata più in discesa. Ci confessa:

Sono molto contenta quando riesco a interpretare ruoli in progetti importanti e, al contempo, a portare avanti tematiche che mi stanno a cuore

A cosa ti riferisci?

«Ferzan Özpetek con Diamanti (2024) mi ha fatto un regalo enorme: la possibilità d’incarnare Nicoletta, raccontando come negli anni ’70 potesse essere “normale” la violenza domestica».

Qualche anno prima, nel 2021, avevi portato in scena Sposerò Biagio Antonacci, sullo stesso argomento.

«Sì e affrontarlo in epoche e modalità diverse è stato molto stimolante. Poi, sul set con Ferzan è una creazione continua».

Avete scelto di rappresentare scene molto forti.

«Quelle con Vinicio (Marchioni, suo marito, che interpreta Bruno, ndr) sono state preparate con un maestro di combattimento. È interessante scoprire come, nel mettere in scena una violenza, tecnicamente è chi la riceve, nel nostro caso Nicoletta, a guidare il movimento di chi aggredisce. Quando Nicoletta viene spinta dal marito giù per le scale, nella realtà sono stata io a tenere la mano di Vinicio sul mio collo e a guidarlo».

Raccontare storie che trattano temi attuali

Nel film di Ivano De Matteo, Mia, hai vissuto il tema della violenza di genere nel ruolo di madre.

«Sì, dalla parte di un genitore impotente. Nella pellicola mio marito (Edoardo Leo) riesce a cogliere prima che c’è qualcosa che non va, mentre io (Valeria) inizialmente penso che mia figlia voglia solo stare con il suo fidanzato. Questa storia rappresenta un po’ ciò che accade nella realtà. Non a caso spesso ai tg ascoltiamo i vicini di casa di persone che hanno commesso gesti gravi dichiarare: “Era una persona così tranquilla”. Questo ruolo è parte di un percorso, da Sibilla Aleramo in La più lunga ora a Sposerò Biagio Antonacci fino ad Ascoltami (quest’ultimo è stato proposto a un pubblico di ragazzi durante l’ultima edizione di Alice nella città)».

E ora?

«Per dare vita ai progetti di cui ho parlato, ho incontrato tante donne per capire come a livello psicologico si possano accettare determinate cose, ma anche per scoprire quali sono la cultura e l’ambiente sociale in cui queste persone vivono, il tipo di rapporto con i genitori… Sono una donna, per cui è stato abbastanza naturale partire dal punto di vista femminile, ma da un paio d’anni ragiono anche da un’altra prospettiva. Ho posto queste domande a uomini che hanno subìto violenza economica e psicologica da donne e ho scritto un monologo che sarà portato in scena da un attore. Questo è un altro “mattoncino” del mio percorso, partito nel 2021. Con Vinicio e Anton Art House (la casa di produzione che hanno fondato, ndr) stiamo lavorando per proporre insieme Ascoltami e questo nuovo testo».

Attribuisci molta importanza agli incontri dal vivo.

«Sì, ho bisogno di avere un rapporto umano con determinate storie, perché se non vedi la sofferenza negli occhi di chi l’ha provata sulla propria pelle secondo me è difficile riportarla al pubblico.

Il mio è un “piccolo” modo per cercare di creare rumore su temi importanti.

Mi auguro che anche altri provino a fare luce su ciò che è faticoso da digerire. Come esseri umani non possiamo far finta di nulla. È cruciale il lavoro che promuovono molte associazioni contro la violenza sulle donne, io per esempio faccio parte di Una Nessuna e Centomila. Ma esistono anche realtà a sostegno degli uomini ed è giusto parlare anche di loro. Ritengo che l’artista non possa permettersi di essere parziale, deve ascoltare tutti».

Sei presente anche nell’esordio alla regia di Giacomo Mazzariol (autore del libro Mio fratello rincorre i dinosauri) Un’amicizia spericolata, ispirato alla vera storia dell’attivista Elena Rasia. Ci racconti?

«Forte dell’esperienza con Michele Vannucci, in cui recitavamo con non professionisti, ho chiesto a Giacomo di mantenere il mio nome per il personaggio e così è stato deciso anche per quello del padre (Giorgio Montanini), in modo da aiutare Nicole (Bellisario), che ha realmente una paralisi cerebrale e per cui sarebbe stato uno sforzo ulteriore chiamarmi in un modo fuori dal set e in un altro mentre giravamo».

Milena Mancini e la genitorialità

Tu interpreti una mamma iperprotettiva.

«Credo fosse naturale esserlo perché quando i genitori hanno adottato Elena, hanno dovuto fare i conti con una patologia complessa, di cui neanche i medici potevano ipotizzare l’evoluzione. In più loro, da madre e padre, non avevano idea di quanto in questi casi la società potesse essere violenta. La mia è una mamma che insieme al marito (e padre della protagonista) sceglie una casa in campagna perché rispetto alla disabilità la provincia ha molto più cuore, anche solo per il fatto che ci si conosce tutti. La figlia, però, ha il desiderio di proseguire gli studi in presenza e andare verso la città. Quell’amore diventa una gabbia dorata».

Nicole cerca la propria dimensione. Qual è la tua oggi?

«Lavoro sempre per essere in una dimensione creativa in cui trasformare le esperienze personali in qualcosa di artistico. Mi sento ancora una studentessa e mai un’insegnante e questo non cambia nel tempo… Ormai siamo a 49 anni, anche se ne dichiaro 50 già da cinque».

Di solito ci si toglie gli anni. Tu fai il contrario?

«Rimanere in una fase di apertura è importante. Mi fa molto paura quando vedo che le persone si chiudono e diventano arcigne. Perciò rimango sempre una studentessa. Anche quando tengo i corsi mi piace parlare di condivisione e non d’insegnamento».

Recentemente in un post hai scritto: “Imparare ad amarsi”. Che significa per te?

«Spesso non stacchi dalla frenesia perché non ti senti degna e invece bisogna avere il coraggio di concedersi giorni in cui assaporare il gusto di non fare nulla e nutrirsi di un luogo (in quel caso si trattava di un posto meraviglioso in Sardegna che ha un’energia spettacolare). A me risulta più semplice farlo nella natura o al mare. Anche questo fa parte del mio processo creativo. Cerco sempre di ascoltarmi e capire di cosa ha bisogno la mia anima in quel momento».

Sei anche una mamma…

«Sì, e come madre (ho due figli di 14 e 15 anni) credo sia importante essere conscia del fatto che i figli fanno quello che fai non quello che dici. Come diceva Čechov: “Bisogna fare”».

Con Vinicio (Marchioni) siete una coppia nella vita e spesso anche nell’arte.

«Vinicio è un grande perfezionista, con una ricerca continua. Siamo due individui con le proprie idee e il bello è trovare il punto d’incontro. Il focus sta nella ricerca dell’equilibrio e l’aver creato la nostra casa di produzione ci permette di essere più liberi».

Lui sarà nella giuria lungometraggi della seconda edizione del Milano Film Fest (dal 4 al 9 giugno). Tu in quella dei cortometraggi.

«Mi ha fatto davvero piacere ricevere questa proposta dal festival, il cui direttore artistico è Claudio Santamaria. Per me vedere i corti è un modo per capire cosa vuole mettere in luce la nuova generazione di registi e sceneggiatori. E poi, sono contenta perché avrò modo di confrontarmi con Margherita Vicario (presidente giuria corti), Eduardo Scarpetta (che conosco da tempo), Ludovica Rampoldi e Ludovica Nasti. Eterogeneità di percorsi ed età: è bello far parte di un progetto così».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

NEXT