«Credo che il bello debba ancora arrivare. Tutta l’energia l’abbiamo concentrata sulla cerimonia di giugno. Nel civile non c’erano il velo, l’ingresso, la musica o il vestito. Mi sono emozionata comunque, ma secondo me quando ci saranno le damigelle, i testimoni, i nonni, i miei genitori e tutte quelle persone che amo, sarà diverso».
Ci sono persone che hanno una risposta pronta per tutto. E poi ci sono quelle che, prima di rispondere, si fermano un secondo a pensarci. Ludovica Pagani appartiene alla seconda categoria. Ci sentiamo mentre è ancora immersa nella parentesi sospesa del post-matrimonio con il calciatore Stephan El Shaarawy: il rito civile celebrato in intimità, il viaggio già fatto, la grande festa ancora da vivere. Ma la conversazione prende presto un’altra direzione.
Si parla di lavoro, di studio, di social, di psicologia, di relazioni e di crescita personale. Quella vera, che raramente segue una linea retta. Quella che ti fa partire da una strada e ritrovarti su un’altra. Che ti fa cambiare idea, tornare sui tuoi passi o magari stravolgere completamente i piani. E soprattutto di una cosa che torna continuamente nelle sue risposte: imparare ad avere fiducia nel tempo. In un momento storico in cui tutti sembrano avere fretta di arrivare, Ludovica racconta invece il valore dell’attesa. Quella necessaria per capire chi sei, cosa vuoi fare e quali persone vuoi tenerti accanto. Senza scorciatoie, senza formule magiche. Con una buona dose di autoironia e la consapevolezza che, spesso, le risposte arrivano molto dopo le domande.
Ti devo fare la domanda più inevitabile del momento: come ci si sente a sentirsi chiamare “moglie”?
«Fa ancora strano anche a me, sinceramente. Abbiamo fatto una cerimonia civile molto intima, con gli amici più stretti e le nostre famiglie. Una cena tranquilla. Subito dopo siamo partiti per la luna di miele. Adesso manca la celebrazione grande, quella che stiamo organizzando da mesi».
Ti sei emozionata più nel rito civile o pensi che il bello debba ancora arrivare?
«Credo che il bello debba ancora arrivare. Tutta l’energia l’abbiamo concentrata sulla cerimonia di giugno. Nel civile non c’erano il velo, l’ingresso, la musica o il vestito. Mi sono emozionata comunque, ma secondo me quando ci saranno le damigelle, i testimoni, i nonni, i miei genitori e tutte quelle persone che amo, sarà diverso».
C’è stato un momento che vi siete ritagliati solo per voi due?
«Sì. Prima della cena ci siamo fermati un attimo da soli e ci siamo scambiati le fedi. È stato probabilmente il momento più nostro di tutta la giornata».
Dopo il matrimonio, qual è stata la cosa più normale che avete fatto?
«Praticamente tutto. Siamo molto tranquilli. Forse perché nella nostra testa l’evento “impegnativo” è ancora quello di giugno».
Se guardi al tuo percorso, tra tv, radio, social e musica, qual è il lavoro che ti ha insegnato di più su te stessa?
«In realtà tutti. Ogni esperienza ti insegna qualcosa di diverso. La conduzione ti dà competenze che i social non ti danno, e fare la dj ti porta in una dimensione completamente diversa. Se devo sceglierne uno, il lavoro da dj è quello che mi riempie di più a livello emotivo e che mi mette maggiormente alla prova».
In parallelo hai sempre continuato a studiare. È una cosa che ti piace?
«Lo studio è sempre stato una parte importante della mia vita. Ho una laurea in Economia, poi ho studiato giornalismo sportivo perché conducevo programmi calcistici e volevo approfondire quel mondo. Poi è arrivata Psicologia, che era una cosa che avevo nel cuore fin dai tempi del liceo».
Eppure all’inizio avevi scelto Economia.
«Per una questione molto pratica. I miei nonni avevano un’impresa edile e pensavo che quella fosse la strada più sensata. Anche i miei professori mi consigliavano Psicologia, ma allora non mi sembrava una scelta molto concreta».
Quando ti sei iscritta alla seconda laurea, hai raccontato di aver ritrovato fiducia in te stessa.
«È successo davvero. Non so spiegare come, ma dopo i primi esami ho recuperato un’autostima che negli anni avevo perso. Era qualcosa che desideravo fare da tantissimo tempo e finalmente stavo seguendo una parte autentica di me che avevo tenuto nascosta».
Che studentessa sei?
«Molto secchiona. Lo sono sempre stata. E la cosa bella è che studio per passione. Psicologia mi incuriosisce continuamente. Finisco un esame e ho voglia di approfondire ancora».
Chi ti segue online ti conosce anche per la tua autoironia. È una strategia o sei davvero così?
«No, purtroppo sono davvero così (ride, ndr). Sono un meme vivente. Non costruisco un personaggio. È semplicemente il mio modo di essere».
Quindi quello che pensi lo dici?
«Sì, anche se sui social cerco comunque di filtrarmi un po’. Nella vita reale sono molto più diretta».
Essere così diretta ti ha mai creato problemi?
«Qualche volta sì. Non tutti reagiscono bene alla sincerità. Però io credo molto nelle persone che ti dicono la verità, anche quando fa male. Nella mia vita sono cresciuta molto di più grazie a chi mi ha detto le cose in faccia che grazie a chi mi ha riempito di complimenti».
C’è mai stato un momento in cui l’esposizione pubblica ti ha fatta sentire intrappolata?
«No. Credo perché non ho mai interpretato un personaggio. Sono la stessa persona online e offline, quindi non ho mai sentito quella pressione».
Qual è il pregiudizio che ti ferisce di più?
«Quando si pensa che una persona che lavora sui social sia automaticamente vuota o poco intelligente. È una cosa che mi dispiace molto. Non perché metta in dubbio quello che sono, ma perché significa giudicare qualcuno prima di conoscerlo».
Ti capita spesso che qualcuno ti dica: “Non pensavo fossi così”?
«Sempre. Di solito mi dicono che non pensavano fossi così simpatica. E questa è una delle cose che mi fa più piacere sentirmi dire».
Quando tutto questo rumore passerà, cosa vorresti che restasse di Ludovica Pagani?
«I valori che mi ha trasmesso la mia famiglia. L’importanza degli affetti, dell’amore, delle persone che hai accanto. E poi un po’ di leggerezza e autoironia».
Ultima domanda. Se potessi parlare con la Ludovica di vent’anni fa, cosa le diresti?
«Le direi di fidarsi del processo. Di stare tranquilla. Di fidarsi delle proprie sensazioni e del proprio cuore. Col tempo capisci che ogni cosa, anche quelle che sembravano sbagliate o dolorose, serviva a costruire qualcosa. Le direi di avere pazienza. Perché il tempo, prima o poi, le risposte te le dà. Basta solo saper aspettare».
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